Auditoribus
nostris non quicumque libri temere concedantur, sed ii dumtaxat, quos
quisque
audit in schola, vel qui exponi soleant ac possunt in sua classe. In
iis
etiam multitudo cavenda est, quae et opprimit ingenia et impedit ne
quotidianum
pensum commode reddatur. Ex recentiorum vero libris et pauci et magno
cum
delectu permittendi sunt. Faciendum itaque ut libri discipulis ad
arbitrium
magistri et praefecti studiorum concedantur.
Claudio Acquaviva
1. Auguri di Luther ai colleghi di Casalpurga
2.
Mondialcasa
3. El Topo
4. Lucien de Rubempré
5. Ritratto di Signora
6. La bella Otero
7. Fortunata
8.
Padre
Corvino
9.
Akakij
Akakievic
10.
L’uomo venuto dal nord
11.
Lucien de Rubempré e la cybercultura
12.
Marchesa
13. Padre
Vertov
14. La
Signora
e i suoi amici
15. La
scuola
cresce
16.
El Topo sbarca in Sicilia
15. La
scuola
cresce
17.
L'uomo del nord scopre la luna
18.
Ficusecca
19.
Mission
1.
Auguri di Luther ai colleghi di Casalpurga
Comincerò con
gli auguri
per l’anno che viene o col chiedervi come ve la passate
ora che a Casalpurga non
c'è
più Luther Blissett a ricordarvi
che qual è si
scrive senza
apostrofo? Io sto bene, grazie,
e così spero di
voi, e
spero che l'anno nuovo non sia per voi
come quello del venditore
degli
almanacchi,
troppo ingenuo per essere
sentimentale
come deve esserlo chi ha
a cura
il futuro della specie.
Spero anche che qualcuno
di voi
in questi mesi
abbia imparato che non si
può
essere nello stesso tempo servi di cristo e di berlicche,
e che sul pianeta
c'è
più intelligenza di quanta se ne possa osservare
con il telescopio di
Casalpurga.
Per il resto, io, Luther
Blissett,
posso dire solo
che lontano da Casalpurga
la
terra appare un pianeta
come ce ne sono tanti,
dove c'è
chi viene e c'è chi va,
chi pensa che Bin Laden
sia un
attore di Hollywood
e chi dopo aver ricevuto
l'eucarestia
se ne torna al banco
con l'aria triste di chi
ha intuito,
senza esserne cosciente,
che il divino è
troppo
difficile per essere affare suo.
Del resto, troppo tardi
anch'io
ho capito che Casalpurga è solo una metafora
dello spirito, e che ci
sono
luoghi in cui una rosa è una rosa, e basta.
Ho capito che là
dove
ora siete il tempo ha smesso di essere l'enigma
per cui Maria fu
costretta a
partorire, per diventare, semplicemente,
l'indice, analogico o
digitale
che importa, dell'umana belluinità.
Non so se capirete
ciò
che dico. Un nuovo anno vi attende ,
verrà l'epifania,
carnevale,
un'altra primavera e un'altra estate
e un altro autunno e un
altro
inverno, facendovi un po' più vecchi,
ma sempre eguali, e
fedeli, nell'anno,
nel decennio e nel millennio,
ai ventenni che eravate.
Perinde
ac cadaver, si dice.
Io dico, senza pretese,
che i
morti hanno una dignità che i vivi non hanno,
che bisogna essere seri
come
può esserlo solo chi ha capito
che nel cane di Bush
è
racchiuso il nostro destino.
Non so se capirete
ciò
che dico. Così passo a farvi gli auguri:
A Mondialcasa auguro
che l'anno
nuovo incrementi con le sue vendite
dei prodotti per la casa
la sua
conoscenza di Seneca e Marguerite Yourcenaur
le auguro anche che il
marito
non giochi più con gli aeroplanini
A El Topo auguro di
trovare un
Alcibiade da amare
senza dover far finta di
aver
perso la testa per Frine
gli auguro anche di
laurearsi
finalmente alla Sorbona
A Lucien de
Rubempré auguro
di diventare dirigente di Casalpurga
e di non copiare
più articoli
da internet
gli auguro anche che la
befana
gli porti calzini grigioscuro e non rossi
A Fortunata auguro di
imparare
finalmente la lingua del sì
che è la lingua
che senza
nutrice dovrebbe pur parlare
le auguro anche che
qualcuno
le regali Silenzio di Cage
Alla Marchesa auguro
di tornare
dai suoi pastori d’Abruzzo
e di fare a tempo pieno
la figurara
che è mestiere antico quanto quello di Maddalena
le auguro anche che Fendi
rinnovi
finalmente il suo listino di borse
A Elsa Maxwell auguro
di trovare
un marito da sposare in una chiesa qualunque
e non in quella dove
Giovanni
incontrò Fiammetta
le auguro anche di
trovarsi sempre
al posto giusto nel momento giusto
Alla bella Otero
auguro di riuscire
a far capire a un diciottenne
che un triangolo si dice
così
perché ha tre angoli
le auguro anche che il
suo parrucchiere
ci metta più impegno la prossima volta
Ad Akaky Akakievic
auguro che
che le sue denunzie di reddito
siano trasparenti come lo
sono
i suoi verbali d'esame
gli auguro anche di non
usare
più lozioni per scurire baffi e capelli
A Matrioska auguro di
imparare
che la Sagrada Famiglia non l’ha fatta Godè
e che l'astronomia
è un
po' più complessa delle quattro chiacchiere da insegnare agli
alunni
le auguro anche che la
dietologia
faccia progressi decisivi
A Gertrude ed Egidio
auguro di
ascoltare peppino di capri
e di dargli retta quando
quello
canta che scopare non è peccato
mi auguro anche che
almeno una
volta lo abbiano fatto
A Lumaca auguro che il
marito
si converta all'ebraismo
e getti finalmente il
cappello
sul letto
le auguro anche di
continuare
a usare il giornale solo per sapere chi è morto
All'uomo venuto dal
Nord auguro
di comprendere
che anche il pompino
è
una forma d'amore
gli auguro anche che
abbia il
tempo per leggere il De Senectute di Bobbio
A Berruti auguro di
non mettere
più le mani sul culo delle tredicenni
ma di apprezzare il
fascino delle
ottantenni
gli auguro anche di
trovarle
più disponibili delle prime
A Buzzanca auguro di
non frequentare
più la fiera del sesso
ma il salone del libro a
Torino
gli auguro anche di
capirci prima
o poi qualcosa nelle riunioni che fa
A Ninetto auguro di
decidere finalmente
di che sesso è
e la smetta di fare
l'uomo con
le donne e la donna con gli uomini
gli auguro anche di
incontrare
un pierpaolo che lo faccia diventare ricco
A Padre Vertov auguro
di intuire
che Vacanze sul Nilo
non è poi un film
così
amaro come vuole far credere
gli auguro anche di non
tenere
più tra le mani le mani di chi incontra
A Felice
Sciosciammocca auguro
di essere meno rigido sulla schiena
perché per la
mente è
un po’ più difficile
gli auguro anche di
prendere
atto che il titolo di dottore oggi non si nega a nessuno
A Padre Corvino auguro
di ricevere
sulla sua linea privata
tutte le telefonate che
il suo
cuore desidera
gli auguro anche di
trovare un
condizionatore un po’ più efficiente del pinguino de longhi
Alla Signora auguro di
trovare
un amante più discreto di Luther Blissett
che non la costringa ad
andare
da padre pio a chiedere la grazia
le auguro anche che dio
abbia
ben altro da fare che dare ascolto a padre pio
E a me Luther Blissett
auguro
semplicemente
di non tornare mai
più
a Casalpurga
perch'i no spero di
tornare perch'io
no spero e mai non voglio
tornar là dove il
mondo
s'arravoglia e s'arrabatta
si sghemba schiterizza e
schizza
al fondo
ed è eccellente
l'om che
sè presume
d'aver le ali al volo e
alla
mignatta
ma matta sei tu
anche amore
mio
che di fellatio ed altro
che
non dico
riempi le mie notti e la
mia
mente
che nullo altro sente e
ad altro
tende
al punto dove il tutto
coincide
la possa la
fantàsia ed
anche il velle
che come sempre è
question
di pelle
se l'omo fa l'omino o fa
l'omaccio
e poi io del resto io mi
taccio
degli altri che de retro
vanno
avanti
che a pecora caprone o
altra
bestia
sè pongono al fin
della
ventura
che è dura mammia
mia
e com'è dura
la vita in questo mondo
che va
a fondo
e Mondialcasa urla forte
dalla
poppa
mettete là un bel
chiodo
nella toppa
e le risponde El topo
assai gentile
del polpo più
gustoso
è assai il mitile
ribatte la Marchesa
ch’è
sfaticata
qualcuno mi prepari
l’insalata
Lucien de Rubempré
ch'è
di corvetta
si guarda pensieroso la
brachetta
che la Signora sbircia di
soppiatto
perché si sa che
è
donna attenta al tatto
ma Luther mo' saluta e
corre
a nanna
auguri a Casalpurga e a
zia Giovanna
auguri agli amici ed ai
nemici
ma quando mai sarete un
po’ felici?
2.
Mondialcasa
Mondialcasa
insegna latino e greco, ma non distingue
Tacito
da Sallustio, nè sa che il lutto si addice ad Elettra.
Quanto
a Medea, è inutile parlarle di Cherubini, Callas o Pasolini.
Quel
poco
che ne sa sono quei pochi versi che un giorno ha letti e tradotti
aiutandosi
con le note per spiegarli il giorno dopo ad alunni che sarebbero
senz'altro
più
felici di vivere nel mondo che sarà che in quello che è
stato.
Mondialcasa
ha a cura la sua anima. E umiltà quanto basta
per
affidarne
la salvezza a un vecchio francescano
che
pensa
che ogni film, anche se fa ridere, è come la vita
che
è
triste, è triste, è triste e lo ripete
dalle
sette
di mattina alle undici di sera.
Del
resto,
quando si è innamorata di un'endocrinologo
che
non
si sa bene cosa facesse ad un esame di stato,
e
parlava
di lei alle cene con le sue amiche,
qualcuno
l'ha confortata che dopo venti anni di coniugale fedeltà
poteva
anche concedersi almeno la trasgressione del pensiero,
non
foss'altro
per il piacere di scoprire
che
il
pensiero esiste
e
fare
a meno di una morale
che
nemmeno
Ratzinger si sognerebbe di avallare.
Mondialcasa
fa la preside. E se si arrabbia inarca le ranici
per
rendere
meno credibili le sue insicurezze e avere
quel
po'
di obbedienza che il marito quando gioca con gli aeroplanini
è
restìo a concederle. Altre cose non le concede.
Anche
quando
non gioca con gli aeroplanini.
Perciò
Mondialcasa è così triste. E il marito anche.
Tanto
che
quello che lei pensa sia la sua migliore amica
e
che l'accompagna
a casa ogni giorno
quando
le lezioni sono finite
non
ha
trovato per suo marito e sua figlia vezzeggiativi più persuasivi
di
Mortimer
e Mortisia.
Ma
Mondialcasa
non lo sa e le vuole bene
e
tre volte
l'anno
ogni
volta
che organizza riunioni con le sue colleghe
le
regala
un ventilatore a pile e presine colorate per la cucina.
L'amico
la ringrazia. E Mondialcasa le è grata. Ed è felice,
perchè
ci vuole così poco ad essere felici
quando
non hai letto nè Tacito nè Sallustio
e
sei convinto
che se non muovi il mondo
quello
se ne sta lì tranquillo e fermo
e
non rimbalza
come la palla
che
in
un vecchio film
un
vecchio
dittatore con il volto di chaplin
cerca
inutilmente
di addomesticare.
3.
El Topo
El
Topo
ha studiato alla Sorbona, o almeno così ha fatto credere
il
giorno
in cui qualcuno pensò che fosse adatto a far comprendere
ai
giovani
di q uest’età così particolare che i poeti latini e greci
hanno
con
la natura un rapporto che si sottrae al sentimentalismo
patetico
che rende i nostri poeti illeggibili, e poco godibili.
El
Topo
veste sempre in nero, e parla con tono severo, e puntuale,
come
se
avesse sempre davanti un libro, di cui con precisione
e
rigore
ripete alla Pierre Menard versi e capoversi.
E
guai
se un diciottenne un po’ birichino gli ruba la battuta
o
gli anticipa
la pagina di dopo. Si arrabbia, riferisce tutto
a
Mondialcasa
invitandola a prendere provvedimenti,
non
sopporta
chi è innamorato dell’originalità
e
non è
disposto ad accettare, fosse solo perché ha diciotto anni,
che
tutto
è scritto, e la voce non può che limitarsi
ad
una
sublime ricapitolazione della verità,
come
volevano
nel Medioevo e oggi, più discretamente,
suggeriscono
le vestali dello spirito dell’epoca.
El
Topo
è un omosessuale. Lo sanno tutti. Sanno che è in grado
di
apprezzare,
con passione che mai non muta, la sfrontatezza
della
giovanezza
e la crudeltà feroce di chi ha imparato
che
in
amore è sempre lo stesso, anche se a farti venire
la
vertigine
è lo sguardo di uno che ha la barba come te.
Avesse
meditato su Die Tot im Venedig avrebbe capito
che
Platone
amava troppo le donne e Aschenbach
mai
e poi
mai avrebbe sfiorato Tadzeus nemmeno con un dito.
Ma
El Topo
non ha letto Platone, né Mann
e
ignora
chi sia Erwin Rodhe. E’ omosessuale, e basta,
di
quelli
che fanno di tutto perché il mondo si convinca
che
hanno
il pallore dell’asceta, e di chi possiede
disciplina
ed equilibrio.
El
Topo
non ha studiato alla Sorbona, e nessuno più lo crede.
Consuma
le sigarette fra le dita, come una donna, e come una donna
aspira
il fumo e lo libera nell’aria. Ripete ciò che legge,
e
legge
ciò che ripete. E ora che è nella terra
dove
è
il profumo degli aranci e il principe di Salina
intuì
che per non cambiare nulla tutto deve essere cambiato,
non
gli
resta che spiare, dalla fessura di una persiana,
un
corpo
nudo di maschio che come un dio
accende
il suo desiderio, e gli ricorda,
senza
che
lui possa comprenderlo,
che
ciò
che è bello non può essere posseduto.
4.
Lucien de Rubempré
Lucien
de
Rubempré vive nell’hinterland
E
questo
non gli sta bene, no, non gli sta proprio bene.
Lui
pensa
che l’aria della città rende liberi
e
sarebbe
contento di trovare
un’annetta
meier che gli portasse in dono
un
orgasmo
fuori misura e l’ebrezza della trasgressione.
E
si veste
come gusto e cultura gli consentono,
ignorando
che i calzini rossi sono amati da ruffiani
e
sagrestani
e che baffi e pizzetto li aveva
anche
Picrochole,
quello di Rabelais,
che
nei
fumetti degli anni cinquanta
alimentò
i sogni dei bambini che nel ‘68
avrebbero
sognato di cambiare il mondo
ma
che
cambiarono solo il loro modo di essere infelici.
Lucien
de
Rubempré fa parte del comitato di salute pubblica,
che
si
preoccupa dove lavora di vigilare
che
i vizi
privati non restino solo privati
ma
siano
pubbliche virtù e certifica che le fantasie
sessuali
degli operatori culturali
siano
conformi
alle direttive dell’Opus Dei.
Del
resto,
ha poche occasioni per dimostrare
che
anche
lui ha letto quello che si deve leggere
e
che pilucca
da Aristotele come dall’uva
che
non
è mai matura.
Lucien
de
Rubempré ha un gemello. E ci vorrebbe un plutarco
che
scrivesse
vite parallele ad usum delphini
per
spiegare
a chi legge che è sempre possibile intendersi
per
chi
crede nelle sinergie dello spirito e della stupidità.
Anche
se
il dna è diverso e chi viene dai monti
ha
lo sguardo
acuto e diffidente che mai potrà avere
l’uomo
della pianura costretto a far coincidere
l’orizzonte
con il palo della luce elettrica
a
dieci
metri dalla sua casa.
Così
accade che Lucien de Rubempré continui a sognare la torre Eiffel,
senza
mai
aver udito lo strazio di Carmelo Bene
che
grida
con verdiano entuasiasmo: A Parigi, a Parigi!,
mentre
il gemello difenda da pierrot lunaire
il
diritto
a viversi la vita come se fosse l'incubo di un idiota.
Ma
questa
è la storia, e neanche Honoré avrebbe disdegnato di
parlarne.
Neanche
Gogol che certo di anime morte ne capiva. E Majakovskj
che
fece
di una pulce l’anima barocca del partito.
Ma
Lucien
de Rubempré conosce poco di Honoré e Nicolaj e Vladimir
e
non può
consolarsi con la poesia, che gli è rigorosamente estranea
come
è
giusto che sia per chi pilucca da Aristotele come dall’uva
che
non
è mai matura.
Il
fatto
è che vive nell’hinterland
e
questo
non gli sta bene, no, non gli sta proprio bene.
Per
questo
se ne andrà a Parigi
e
ascolterà
una guida turistica che come lui non sa chi è Violetta
e
la Callas
mentre spiega Courbet e l’origine della vita.
Guarderà
stupito la cattedrale di Rouen e la Senna che scorre pigra.
Ricorderà,
peû etre, Juliette Greco, Yves Montand e che in terra di Francia
è
d’uopo la soupe d’onions, la côte de boeuf e un’escursione
a
pigalle
con la nonchalance di chi ha da tempo superato
le
turbe
dell’intelletto e del basso ventre.
Poi
ritornerà
nell’hinterland e racconterà al gemello
che
a parigi
sì che si respira l’aria della città che rende liberi
senza
accorgersi
dello sguardo acuto e diffidente
di
chi
sui monti ha appreso che la vita
è
arte drammatica e sublime.
5.
Ritratto di Signora
La
Signora
ha letto Possessione di A. S. Byatt, e ne è entusiasta.
Lo
consiglia
a tutti: parenti, amici e colleghi e tutti credono
che
Randolph
Henry Ash sia esistito davvero e ne cercano le tracce
nelle
librerie
e su internet. Ma lei sa che non c’è differenza
tra
un
poeta che è esistito e un poeta che un altro poeta ha inventato.
Sa
bene
che in poesia, come in amore, le bugie rendono più bella,
e
invidiabile,
l’esistenza. E si diverte a parlare in giro
di
Ash
che scrisse Il giardino di Proserpina e credeva
che
ai
limiti del vecchio mondo se ne aprisse uno nuovo.
Passa
così
il tempo, che le resta, non molto,
fino
al
giorno in cui si ricorderà
che
Ronsard
era un poeta molto acuto, ed esperto del mondo.
La
Signora
è in menopausa. E ora che i figli le ricordano
che
ha
già dato quanto doveva alla specie e nulla può più
dare,
perchè
la natura non ha pietà per la vecchiaia, può leggere
solo
libri,
che le ricordano che un giorno anche lei
ha
amato
un poeta, e un poeta l’ha amata,
che,
una
sera che aveva un po’ bevuto,
immaginò
che il libro che aveva scritto sul loro amore
l’avesse
scritto un poeta che non era mai esistito
e
fece
credere al mondo che lui fosse un po’, o molto, folle
e
lei la
Signora una donna come ce ne sono tante,
che
per
sua sfortuna amò un poeta
che
credeva
che la letteratura fosse la vita, e viceversa.
La
Signora,
ogni mattina, va al bar. Ma evita accuratamente
di
frequentare
quello in cui potrebbe incontrare
il
poeta
che un giorno scrisse versi in cui il dolore
è
più forte del pudore. E si porta a fianco un cagnolino,
un
collega
con un po’ di peli sotto il labbro inferiore,
che
le
dà a parlare e consente al suo sguardo
di
non
incrociare gli occhi di Ash,
quegli
occhi in cui non può più mentire alla sua vecchiaia
nè
chiedersi più chi è la più bella del reame.
Così,
non le resta che leggere Possessione di A. S. Byatt,
e
consigliarlo
a tutti: parenti, amici e colleghi, e poi attendere a sera
che
il
marito ritorni a casa, dopo avere portato a spasso il cane,
e
si sieda
a tavola, per la cena, e parli con lei
di
come
è buffo questo mondo dove si pubblicano libri
dove
i
poeti inventano poeti che non sono mai esistiti
e
trovano
anche chi li legge, e li consiglia
a
parenti,
amici e colleghi.
6.
La bella Otero
La
bella
Otero non è bella e di Otero non ha né gli occhi
né
il corpo con cui ricordare al maschio che un giorno nella foresta
non
avevamo
bisogno dei preliminari che prescrivono i manuali
del
moderno
erotismo. Certo, lei si sforza di rendersi credibile,
racconta
agli alunni le acrobazie di cui è capace anche
nell'abitacolo
ristretto di un'utilitaria, i voli d'angelo di cui solo l'alcova
può
testimoniare. E per provare che ogni corpo ha un'anima
a
quello
adeguato e di essere in grado di mettere insieme
tradizione
e rinnovamento, istino e super-io, morale e trasgressione,
ovvero
che vizi privati pubbliche virtù, quando parla in pubblico
ha
sempre
l'aria compunta di chi ricorda che il mondo soffre
ed
è
nostro dovere dar da bere agli affamati e rendere intelligenti gli
stupidi.
Questo
per lo meno si intuisce dietro le parole,
che
sembrano
ricordare l'autore del Tractatus quando ci ricorda
che
il
linguaggio è come un labirinto che vieni da una parte
e
ti raccapezzi,
giungi da un'altra e non ti orienti più.
Così,
anche quando dice oggi piove a chi ha un minimo di cultura
viene
da
pensare alla logica degli stoici e chi non ce l'ha
non
ci
capisce nulla
La
bella
Otero insegna matematica, che è arte sublime e del demonio,
ma
non
ha mai letto ciò che ha scritto Musil sul numero immaginario
né
conosce il problema geometrico delle bolle di sapone.
Si
limita
a disegnare con il gesso sulla lavagna
quelle
formule che il libro propone con maggiore chiarezza tipografica,
indispettendosi
se il giovin signore le dimostra con il suo disinteresse
che
la
matematica inquina lo spirito e rende la vita noiosa.
Del
resto,
ha poche occasioni per dimostrare che la logica non distingue
un
sesso
dall'altro e che un disadorno ammanto non impedisce
alla
virtù
di lucere e riscaldare il core.
La
bella
Otero canta. Canzoni della sua terra, dove cantarono le sirene
e
il poeta
d'andes nascose con l'uovo il destino della città. Canzoni
che
a cantarle
ad un datore di lavoro che parte per altra sede
ti
viene
da pensare che poi hegel non aveva poi compreso molto
dei
rapporti
tra servo e padrone. Ma canta bene, però,
la
sua
voce è melodiosa e impostata con sentimento,
c'è
l'anima, il cuore e tutte quelle parti del corpo,
esofago,
cistifellea e coratella che entrano in funzione
quando
mangi troppo e non sei troppo lucido.
E
quando
è sera, quando a casa chi ti è vicino non s'accorge
che
tu
sei lì vicino, non le resta che cercare in una chat
quello
che cercano tutti quelli che in una chat
si
sforzano
di dimenticare che non si sfugge a quell'io
che,
come
voleva l'antico poeta, nessuno di noi
può
pensare di perdere per strada,
quasi
fosse
un ombrello che, come tutti gli ombrelli,
tocca
a
tutti di perdere a ripetizione e nei posti più impensati.
7.
Fortunata
Fortunata
ignora che di lei già parlò Petronio. Ignora anche che
Binswanger
dimostrò
che un linguaggio che cerca i preziosismi spesso nasconde
la
trivialità.
Sculetta: quando era un po' più giovane usava
calze
a
rete e tacchi alti quanto basta per dimenticare che siamo nani
sulle
spalle
dei giganti. E ora che è un po' più vecchia,
mescola
il veneto col partenopeo, l'english con l'yddish, l'hystorical
background
con
le
più avanzate tecniche dei moderni bignami.
Così
che non sai mai in quale parte del mondo è nata, e non ti resta
che
apprezzare
le virtù muliebri che dalla ceramica alla culinaria,
dai
balli
latino-americani al tango che Jorge assunse a simbolo
del
mondo,
confermano che la donna è un mistero
che
se
lo conosci lo eviti. Va a teatro, dove si destreggia con disinvoltura
tra
fescennine
licenze plautine e le paludate magniloquenze
di
William.
Ma non disdegna il cinema, ama muccino e wenders,
alvaro
vitali e buster keaton: da tutti prende il meglio,
perché
chi è saggio fa a meno di paraocchi e ideologie
e
non sa
cosa farsene del pensiero, che ti fa infelice
e
meschino.
Fortunata
ama viaggiare. Ha visto le bianche scogliere di Dover
e
la terra
dei sicomori, dove Giuda tradì con dio l'uomo
che
non
sarebbe mai stato. Ha visto Medjiugore, dove le statue piangono
dinanzi
ad uomini che non sanno più né piangere né ridere
e
hanno
bisogno di miracoli per non sembrare ridicoli.
Così,
ora che la primavera tarda e i mandorli sono ancora secchi,
se
ne va
nelle contrade avare della Catalogna, dove
tra
ramblas
piccole e grandi si proverà ancora una volta
a
ricordare
com'era quando più giovane e snella
con
calze
a rete e tacchi alti ignorava che i giganti
non
sanno
cosa farsene dei nani sulle spalle.
Vedrà
il flamenco, parco Guel e la Sagrada Famiglia; mangerà il
gazpacho
e
la paella
innaffiata con la sangrìa che rende euforici e meno acri.
Poi
tornerà
a casa: con un rotolo di cotone in più nella sua collezione
di
donna
amante di taglio e cucito, con una cartolina
dell'Avenida
Generalissimo Franco e la convinzione
che
la
vecchiaia è solo uno stato mentale.
8.
Padre Corvino
Padre Corvino è
un uomo
di mondo. Come Ignazio che giovane ebbe modo
di sperimentarne i
piaceri e
passò il resto della vita ad impedirlo agli altri.
E lui mai ha rimpianto il
giorno
in cui decise che essere soldato di Cristo
poteva garantirgli non
solo l'aldilà
che nessuno sa se ci sia davvero,
ma anche l'aldiqua che
è
cosa di cui nemmeno il più acuto degli scettici
può dubitare,
perché
tutti prima o poi soffriamo per una carie
o per la puntura di una
zanzara.
Del resto, lo ha anche
pubblicamente affermato:
mai
lo ha rimpianto, e ha additato come modello
ai giovani d'oggi
così
poco sensibili al sacro e alla tenerezza,
Santa Teresa del Bambin
Gesù,
che fu donna attenta
ai segni del suo tempo e
capì,
con intuito tutto femminile,
che dinanzi ad un bambino
che
nasce tace l'invidia del mondo
che da adulto lo
manderà
a morte. E non a caso, chi s'intende
del diavolo e
dell'acquasanta,
l'ha fatta dottore, perché pervenne alla sapienza
senza mai avere studiato.
Come
fanno appunto i giovani cui Padre Corvino
ricorda che la
semplicità
è dono impagabile, ma che è dubbio, però,
se mai, così
facendo,
perverranno a una sapienza che li condannerebbe
all'infelicità.
Padre Corvino è
un uomo
di mondo. E sa bene che non bisogna disprezzare
quanto di buono questo ci
passa,
perché ogni giorno ha la sua pena,
e tutto prima o poi
finisce.
Ha letto Sofocle e non può ignorare
che un uomo può
essere
felice per sessantanni e poi in due giorni
pagare gli interessi su
ciò
che ha goduto. Ha letto in Santa Teresa del Bambin Gesù
che questo è
il cielo,
questo è il mio destino e ha intuito che bisogna vivere
il proprio tempo, senza
essergli
ostile. Non per altri motivi, egli che è uomo di mondo,
di questo mondo, non
può
non assecondarne il gusto ed essere attento
ai mutamenti delle
tecniche,
che ci consentono di attraversare l'aldiqua senza l'ansia
di non farcela che prova
chi
pensa che allo spirito poco quelle si addicano.
Così ha avuto cura
di
attrezzare la stanza dove dovrà addormentarsi e svegliarsi
di tutto quanto
può consentirgli
di non rimpiangere il giorno che decise
che per impedire agli
altri di
sperimentare il piacere bisogna conoscerlo.
Ha fatto fare e rifare il
vano
doccia, riverniciato a fuoco l'auto, comprato lampade,
e mobili di massello, e
un cellulare
con cui telefonare, fotografare, filmare
e navigare su internet,
ha fatto
allacciare una linea su fibra ottica
che bypassi il centralino
per
consentire al mondo di conservare
l'anonimato quando ha
bisogno
di lui e lui ha bisogno del mondo,
riempito i suoi cassetti
di collane,
bracciali e monili
che gli ricordino ogni
giorno
le tentazioni del Maligno,
perché un soldato,
che
lo voglia combattere,, deve pur sapere quali armi usa.
Padre Corvino è
un uomo
di mondo. Egli sa che prima o poi
dovrà abbandonare
quella
stanza, perché un soldato, specie se di Cristo,
è chiamato a
combattere
dovunque ci sia bisogno di lui.
Forse conoscerà
altre
terre, forse ritornerà là dove profumano gli aranci
e Archimede ebbe morte da
un
soldato che non lo conosceva.
Forse questa sarà
l'ultima
stanza da cui mai avrà guardato il mondo
da quella distanza
cosmica, di
cui parla Ignazio e dove più semplicemente
si addormenterà
senza
mai più svegliarsi
lasciando vano doccia,
auto riverniciata,
lampade, mobili di massello, cellulare,
fibra ottica, collane,
bracciali
e monili ad un altro soldato di Cristo,
che attento al gusto del
suo
tempo farà rifare tutto daccapo.
E il giorno dopo
additerà
come modello a giovani poco sensibili al sacro e alla tenerezza
Santa Teresa del Bambin
Gesù,
che senza rimpianti lasciò il mondo
senza mai averlo avuto.
9.
Akakij Akakievic
Akakij Akakievic cerca
casa. Come
Totò. Ma questi sapeva ridere
di se stesso, e per finta
o perché
era vero aveva lo stile
di un principe, fosse
solo della
risata. Akakij Akakievic, invece,
è solo un
professore di
materie scientifiche che pensa
che l’universo è
tutto
chiuso in una calcolatrice
ed è fatto di due
più
due o quattro diviso due
o quattro per due. Anche
quando
scopa
calcola esattamente il
tempo
che intercorre
tra erezione ed
eiaculazione,
lo divide per due, lo
moltiplica
per un coefficiente fisso
che solo lui conosce, e
anche
la moglie ignora,
e alla fine può
stilare
tabelle, statistiche, percentuali
che gli consentono di
convincersi
che il sesso è una
faccenda
solo per chi si muove
obbedendo al metronomo
nascosto
nella materia
dell’universo e nei
testicoli.
Akakij Akakievic cerca
casa. Ne
visita una ogni trentasei ore.
Si presenta puntuale
all’appuntamento
del venditore,
con in mano una bussola
per stabilire
in che parte
dell’appartamento sorge
il sole,
e in che parte
la luna ammicca
inutilmente ai
suoi sogni.
E non ne ha trovata una
che gli
vada a genio.
Questa è troppo
piccola,
quella è rumorosa,
quest’altra poi troppo
vicino
allo svincolo delle strade
che dalla città
menano
a quella provincia
in cui mai lui
abiterebbe, perché
chi è nato in città
ha una percezione dello
spazio
più articolata
di chi è topo in
campagna
e in campagna vuole morire.
Non ha mai letto
Bachelard, ma
è come se lo avesse fatto.
Non ha mai letto Cassirer
e non
gli importa se non lo ha mai fatto.
Del resto non ha mai
capito perché
Einstein in tutti i poster
è venduto con la
lingua
che fa sberleffi. Si limita a sorridere,
a pensare che una mela
che cade
sulla testa
quella sì è
una
cosa concreta,
a usare i computer per
giocare
a flipper
e a redigere tracce di
fisica,
e matematica,
su cui fare esercitare il
giorno
dopo chi a diciottanni
non sa cosa farsene di
mele che
cadono sulla testa
ma ha imparato che ad un
professore
di materie scientifiche
non bisogna mai
disubbidire.
Akakij Akakievic cerca
casa. D’inverno
va in giro con il cappotto,
e con i baffi. D’estate
con i
baffi, e senza il cappotto.
E se qualcuno gli chiede
che
cosa ne pensa del mondo
lui risponde che questo
è
affare da filosofi,
e che un uomo, che sia
per giunta
anche un matematico,
ha la
responsabilità morale
di indicare alle nuove generazioni
come non perdersi in una
vita
in cui a tutti tocca prima o poi
di cercare una casa senza
mai
trovarla.
10.
L’uomo venuto dal nord
L’uomo
è
venuto dal nord, dalle terre in cui Calvino
aveva
le
visioni di baroni rampanti e visconti dimezzati,
e
Montale
contemplava falchi alto levati e rivi strozzati.
Ma
poi
crebbe nelle nebbie di una Milano che fu tutta da bere
e
apprese
da Ignazio che la vita è feroce, se non la rendi
più
digeribile con quelle bugie che solo le donne e i preti
ti
sanno
spacciare quasi fossero indulgenze per questo millennio
e
quelli
che verranno.
L’uomo
è venuto dal nord, e ricorda allampanato com’è
un
max
von sidow che non ha mai conosciuto il protestantesimo
e
deve
accontentarsi di un mastai come tanti e di avere
come
amici
leghisti e gente di arcore.
L’uomo
è venuto dal nord e non sa cosa vuol dire mangiare uva
puttanella,
o
avere
a che fare con gattopardi costretti dalla provvidenza
a
fare
le fusa come gatti di casa un po’ melanconici.
Usa
parole
che il marchese Puoti non avrebbe disdegnato
e
se ne
frega del Devoto-Oli e dell’impertinenza
della
gente
del sud che usa il dialetto come se fosse una lingua
e
la lingua
come un idioletto cui solo Gadda saprebbe
rendere
giustizia.
L’uomo
è venuto dal Nord e non sa che il vento del sud
rende flasques
come voleva Paracelso e predispone ai sogni
cui
tutti
un po’ somigliamo, specie quando smettiamo di sognare.
L’uomo
venuto dal nord ha smesso di sognare.
E
si entusiasma
se ricorda a gente di diciottoanni
che
ignazio
prima di avere fede era un paggio di corte
e
conobbe
la violenza carnale. Intuisce che in un corpo
di
donna
stuprata s’annida il fascino della specie,
e
del potere,
che s’arrende a dio
solo
per
non arrendersi dinanzi agli uomini.
Ma
l’uomo
venuto dal nord ora è vecchio,
e
non ce
la fa più a ricordare ciò che non vale la pena di
ricordare
e
anche
se questo è bene, lui non lo sa.
Così,
alle otto dice a e alle otto e cinque dice b
e
non sa
più impedire al suo volto di dire quanto disprezza
l’una
puttanella
e i gattopardi, smentendo le labbra
che
troppe
cose hanno mandato a memoria
per
poter
dimenticare che nelle terre del sud
aprile
è un mese crudele quanto gli altri.
L’uomo
è venuto dal nord
e
non capirà
mai che i punti cardinali
li
ha inventati
dio perché gli uomini