VICO ACITILLO 124 - POETRY WAVE
Electronic Center of Arts

Diretto da Emilio Piccolo e Antonio Spagnuolo


Sans passion il n'y a pas d'art

Luther Blissett

 
Cuore di Cristo
Cronache da Casalpurga

Luther Blissett ci racconta le sue dis/avventure nella scuola italiana di Casalpurga all'epoca di don Fioroni.
Tra colleghi che sembrano usciti dalle pagine di Gogol e colleghe che ricordano Dulcinea del Toboso
quale era veramente, prima che Cervantes la sublimasse nella follia del Quijote,
tra docenti alla ricerca della lezione privata perduta e signore che nell'intervallo non parlano di Michelangelo, ma fanno la spesa,
Blissett percorre e ripercorre i corridoi attraverso cui i giovani di questi tempi di
(berluscon) (dalemi) (rutell) (mastell)-iano respiro

si aggirano nelle kindergarten della pubblica istruzione in attesa di entrare nel mercato.

Cristo!, che Cristo al miocardio!
di Antonino Contiliano


La perfezione la possiedono solo gli dei e gli stupidi.
Eraclito, Lettera a Fullonia, frammento 28

Si natura negat, facit indignatio versum
qualecumque potest...

...Quidquid agunt homines, votum, timor, ira, voluptas,
gaudia, discursus, nostri farrago libelli est.

Et quando uberior vitiorum copia?
Giovenale, Satira I


Auditoribus nostris non quicumque libri temere concedantur, sed ii dumtaxat, quos quisque audit in schola, vel qui exponi soleant ac possunt in sua classe. In iis etiam multitudo cavenda est, quae et opprimit ingenia et impedit ne quotidianum pensum commode reddatur. Ex recentiorum vero libris et pauci et magno cum delectu permittendi sunt. Faciendum itaque ut libri discipulis ad arbitrium magistri et praefecti studiorum concedantur.
                                                           Claudio Acquaviva

  1. Auguri di Luther ai colleghi di Casalpurga
  2. Mondialcasa
  3. El Topo
  4. Lucien de Rubempré
  5. Ritratto di Signora
  6. La bella Otero
  7. Fortunata
  8. Padre Corvino
  9. Akakij Akakievic
10. L’uomo venuto dal nord
11. Lucien de Rubempré e la cybercultura
12. Marchesa
13. Padre Vertov
14. La Signora e i suoi amici
15. La scuola cresce
16. El Topo sbarca in Sicilia
15. La scuola cresce
17. L'uomo del nord scopre la luna
18. Ficusecca
19. Mission


1. Auguri di Luther ai colleghi di Casalpurga

Comincerò con gli auguri per l’anno che viene o col chiedervi come ve la passate
ora che a Casalpurga non c'è più Luther Blissett a ricordarvi
che qual è si scrive senza apostrofo? Io sto bene, grazie,
e così spero di voi, e spero che l'anno nuovo non sia per voi
come quello del venditore degli almanacchi,
troppo ingenuo per essere sentimentale
come deve esserlo chi ha a cura il futuro della specie.
Spero anche che qualcuno di voi in questi mesi
abbia imparato che non si può essere nello stesso tempo servi di cristo e di berlicche,
e che sul pianeta c'è più intelligenza di quanta se ne possa osservare
con il telescopio di Casalpurga.
Per il resto, io, Luther Blissett, posso dire solo
che lontano da Casalpurga la terra appare un pianeta
come ce ne sono tanti, dove c'è chi viene e c'è chi va,
chi pensa che Bin Laden sia un attore di Hollywood
e chi dopo aver ricevuto l'eucarestia se ne torna al banco
con l'aria triste di chi ha intuito, senza esserne cosciente,
che il divino è troppo difficile per essere affare suo.
Del resto, troppo tardi anch'io ho capito che Casalpurga è solo una metafora
dello spirito, e che ci sono luoghi in cui una rosa è una rosa, e basta.
Ho capito che là dove ora siete il tempo ha smesso di essere l'enigma
per cui Maria fu costretta a partorire, per diventare, semplicemente,
l'indice, analogico o digitale che importa, dell'umana belluinità.

Non so se capirete ciò che dico. Un nuovo anno vi attende ,
verrà l'epifania, carnevale, un'altra primavera e un'altra estate
e un altro autunno e un altro inverno, facendovi un po' più vecchi,
ma sempre eguali, e fedeli, nell'anno, nel decennio e nel millennio,
ai ventenni che eravate. Perinde ac cadaver, si dice.
Io dico, senza pretese, che i morti hanno una dignità che i vivi non hanno,
che bisogna essere seri come può esserlo solo chi ha capito
che nel cane di Bush è racchiuso il nostro destino.

Non so se capirete ciò che dico. Così passo a farvi gli auguri:

A Mondialcasa auguro che l'anno nuovo incrementi con le sue vendite
dei prodotti per la casa la sua conoscenza di Seneca e Marguerite Yourcenaur
le auguro anche che il marito non giochi più con gli aeroplanini

A El Topo auguro di trovare un Alcibiade da amare
senza dover far finta di aver perso la testa per Frine
gli auguro anche di laurearsi finalmente alla Sorbona

A Lucien de Rubempré auguro di diventare dirigente di Casalpurga
e di non copiare più articoli da internet
gli auguro anche che la befana gli porti calzini grigioscuro e non rossi

A Fortunata auguro di imparare finalmente la lingua del sì
che è la lingua che senza nutrice dovrebbe pur parlare
le auguro anche che qualcuno le regali Silenzio di Cage

Alla Marchesa auguro di tornare dai suoi pastori d’Abruzzo
e di fare a tempo pieno la figurara che è mestiere antico quanto quello di Maddalena
le auguro anche che Fendi rinnovi finalmente il suo listino di borse

A Elsa Maxwell auguro di trovare un marito da sposare in una chiesa qualunque
e non in quella dove Giovanni incontrò Fiammetta
le auguro anche di trovarsi sempre al posto giusto nel momento giusto

Alla bella Otero auguro di riuscire a far capire a un diciottenne
che un triangolo si dice così perché ha tre angoli
le auguro anche che il suo parrucchiere ci metta più impegno la prossima volta

Ad Akaky Akakievic auguro che che le sue denunzie di reddito
siano trasparenti come lo sono i suoi verbali d'esame
gli auguro anche di non usare più lozioni per scurire baffi e capelli

A Matrioska auguro di imparare che la Sagrada Famiglia non l’ha fatta Godè
e che l'astronomia è un po' più complessa delle quattro chiacchiere da insegnare agli alunni
le auguro anche che la dietologia faccia progressi decisivi

A Gertrude ed Egidio auguro di ascoltare peppino di capri
e di dargli retta quando quello canta che scopare non è peccato
mi auguro anche che almeno una volta lo abbiano fatto 

A Lumaca auguro che il marito si converta all'ebraismo
e getti finalmente il cappello sul letto
le auguro anche di continuare a usare il giornale solo per sapere chi è morto

All'uomo venuto dal Nord auguro di comprendere
che anche il pompino è una forma d'amore
gli auguro anche che abbia il tempo per leggere il De Senectute di Bobbio

A Berruti auguro di non mettere più le mani sul culo delle tredicenni
ma di apprezzare il fascino delle ottantenni
gli auguro anche di trovarle più disponibili delle prime 

A Buzzanca auguro di non frequentare più la fiera del sesso
ma il salone del libro a Torino
gli auguro anche di capirci prima o poi qualcosa nelle riunioni che fa

A Ninetto auguro di decidere finalmente di che sesso è
e la smetta di fare l'uomo con le donne e la donna con gli uomini
gli auguro anche di incontrare un pierpaolo che lo faccia diventare ricco

A Padre Vertov auguro di intuire che Vacanze sul Nilo
non è poi un film così amaro come vuole far credere
gli auguro anche di non tenere più tra le mani le mani di chi incontra

A Felice Sciosciammocca auguro di essere meno rigido sulla schiena
perché per la mente è un po’ più difficile
gli auguro anche di prendere atto che il titolo di dottore oggi non si nega a nessuno

A Padre Corvino auguro di ricevere sulla sua linea privata
tutte le telefonate che il suo cuore desidera
gli auguro anche di trovare un condizionatore un po’ più efficiente del pinguino de longhi

Alla Signora auguro di trovare un amante più discreto di Luther Blissett
che non la costringa ad andare da padre pio a chiedere la grazia
le auguro anche che dio abbia ben altro da fare che dare ascolto a padre pio

E a me Luther Blissett auguro semplicemente
di non tornare mai più a Casalpurga

perch'i no spero di tornare perch'io no spero e mai non voglio
tornar là dove il mondo s'arravoglia e s'arrabatta
si sghemba schiterizza e schizza al fondo
ed è eccellente l'om che sè presume
d'aver le ali al volo e alla mignatta
ma matta sei tu anche  amore mio
che di fellatio ed altro che non dico
riempi le mie notti e la mia mente
che nullo altro sente e ad altro tende
al punto dove il tutto coincide
la possa la fantàsia ed anche il velle
che come sempre è question di pelle
se l'omo fa l'omino o fa l'omaccio
e poi io del resto io mi taccio
degli altri che de retro vanno avanti
che a pecora caprone o altra bestia
sè pongono al fin della ventura
che è dura mammia mia e com'è dura
la vita in questo mondo che va a fondo
e Mondialcasa urla forte dalla poppa
mettete là un bel chiodo nella toppa
e le risponde El topo assai gentile
del polpo più gustoso è assai il mitile
ribatte la Marchesa ch’è sfaticata
qualcuno mi prepari l’insalata
Lucien de Rubempré ch'è di corvetta
si guarda pensieroso la brachetta
che la Signora sbircia di soppiatto
perché si sa che è donna attenta al tatto
ma Luther mo' saluta e corre a nanna
auguri a Casalpurga e a zia Giovanna
auguri agli amici ed ai nemici
ma quando mai sarete un po’ felici?

2. Mondialcasa

Mondialcasa insegna latino e greco, ma non distingue
Tacito da Sallustio, nè sa che il lutto si addice ad Elettra.
Quanto a Medea, è inutile parlarle di Cherubini, Callas o Pasolini.
Quel poco che ne sa sono quei pochi versi che un giorno ha letti e tradotti
aiutandosi con le note per spiegarli il giorno dopo ad alunni che sarebbero senz'altro
più felici di vivere nel mondo che sarà che in quello che è stato.

Mondialcasa ha a cura la sua anima. E umiltà quanto basta
per affidarne la salvezza a un vecchio francescano
che pensa che ogni film, anche se fa ridere, è come la vita
che è triste, è triste, è triste e lo ripete
dalle sette di mattina alle undici di sera.
Del resto, quando si è innamorata di un'endocrinologo
che non si sa bene cosa facesse ad un esame di stato,
e parlava di lei alle cene con le sue amiche,
qualcuno l'ha confortata che dopo venti anni di coniugale fedeltà
poteva anche concedersi almeno la trasgressione del pensiero,
non foss'altro per il piacere di scoprire
che il pensiero esiste
e fare a meno di una morale
che nemmeno Ratzinger si sognerebbe di avallare.

Mondialcasa fa la preside. E se si arrabbia inarca le ranici
per rendere meno credibili le sue insicurezze e avere
quel po' di obbedienza che il marito quando gioca con gli aeroplanini
è restìo a concederle. Altre cose non le concede.
Anche quando non gioca con gli aeroplanini.
Perciò Mondialcasa è così triste. E il marito anche.
Tanto che quello che lei pensa sia la sua migliore amica
e che l'accompagna a casa ogni giorno
quando le lezioni sono finite
non ha trovato per suo marito e sua figlia vezzeggiativi più persuasivi
di Mortimer e Mortisia.
Ma Mondialcasa non lo sa e le vuole bene
e tre volte l'anno
ogni volta che organizza riunioni con le sue colleghe
le regala un ventilatore a pile e presine colorate per la cucina.
L'amico la ringrazia. E Mondialcasa le è grata. Ed è felice,
perchè ci vuole così poco ad essere felici
quando non hai letto nè Tacito nè Sallustio
e sei convinto che se non muovi il mondo
quello se ne sta lì tranquillo e fermo
e non rimbalza come la palla
che in un vecchio film
un vecchio dittatore con il volto di chaplin
cerca inutilmente di addomesticare.

3. El Topo

El Topo ha studiato alla Sorbona, o almeno così ha fatto credere
il giorno in cui qualcuno pensò che fosse adatto a far comprendere
ai giovani di q uest’età così particolare che i poeti latini e greci
hanno con la natura un rapporto che si sottrae al sentimentalismo
patetico che rende i nostri poeti illeggibili, e poco godibili.

El Topo veste sempre in nero, e parla con tono severo, e puntuale,
come se avesse sempre davanti un libro, di cui con precisione
e rigore ripete alla Pierre Menard versi e capoversi.
E guai se un diciottenne un po’ birichino gli ruba la battuta
o gli anticipa la pagina di dopo. Si arrabbia, riferisce tutto
a Mondialcasa invitandola a prendere provvedimenti,
non sopporta chi è innamorato dell’originalità
e non è disposto ad accettare, fosse solo perché ha diciotto anni,
che tutto è scritto, e la voce non può che limitarsi
ad una sublime ricapitolazione della verità,
come volevano nel Medioevo e oggi, più discretamente,
suggeriscono le vestali dello spirito dell’epoca.

El Topo  è un omosessuale. Lo sanno tutti. Sanno che è in grado
di apprezzare, con passione che mai non muta, la sfrontatezza
della giovanezza e la crudeltà feroce di chi ha imparato
che in amore è sempre lo stesso, anche se a farti venire
la vertigine è lo sguardo di uno che ha la barba come te.
Avesse meditato su Die Tot im Venedig avrebbe capito
che Platone amava troppo le donne e Aschenbach
mai e poi mai avrebbe sfiorato Tadzeus nemmeno con un dito.
Ma El Topo non ha letto Platone, né Mann
e ignora chi sia Erwin Rodhe. E’ omosessuale, e basta,
di quelli che fanno di tutto perché il mondo si convinca
che hanno il pallore dell’asceta, e di chi possiede
disciplina ed equilibrio.

El Topo  non ha studiato alla Sorbona, e nessuno più lo crede.
Consuma le sigarette fra le dita, come una donna, e come una donna
aspira il fumo e lo libera nell’aria. Ripete ciò che legge,
e legge ciò che ripete. E ora che è nella terra
dove è il profumo degli aranci e il principe di Salina
intuì che per non cambiare nulla tutto deve essere cambiato,
non gli resta che spiare, dalla fessura di una persiana,
un corpo nudo di maschio che come un dio
accende il suo desiderio, e gli ricorda,
senza che lui possa comprenderlo,
che ciò che è bello non può essere posseduto.

4. Lucien de Rubempré

Lucien de Rubempré vive nell’hinterland
E questo non gli sta bene, no, non gli sta proprio bene.
Lui pensa che l’aria della città rende liberi
e sarebbe contento di trovare
un’annetta meier che gli portasse in dono
un orgasmo fuori misura e l’ebrezza della trasgressione.

E si veste come gusto e cultura gli consentono,
ignorando che i calzini rossi sono amati da ruffiani
e sagrestani e che baffi e pizzetto li aveva
anche Picrochole, quello di Rabelais,
che nei fumetti degli anni cinquanta
alimentò i sogni dei bambini che nel ‘68
avrebbero sognato di cambiare il mondo
ma che cambiarono solo il loro modo di essere infelici.

Lucien de Rubempré fa parte del comitato di salute pubblica,
che si preoccupa dove lavora di vigilare
che i vizi privati non restino solo privati
ma siano pubbliche virtù e certifica che le fantasie
sessuali degli operatori culturali
siano conformi alle direttive dell’Opus Dei.
Del resto, ha poche occasioni per dimostrare
che anche lui ha letto quello che si deve leggere
e che pilucca da Aristotele come dall’uva
che non è mai matura.

Lucien de Rubempré ha un gemello. E ci vorrebbe un plutarco
che scrivesse vite parallele ad usum delphini
per spiegare a chi legge che è sempre possibile intendersi
per chi crede nelle sinergie dello spirito e della stupidità.
Anche se il dna è diverso e chi viene dai monti
ha lo sguardo acuto e diffidente che mai potrà avere
l’uomo della pianura costretto a far coincidere
l’orizzonte con il palo della luce elettrica
a dieci metri dalla sua casa.
Così accade che Lucien de Rubempré continui a sognare la torre Eiffel,
senza mai aver udito lo strazio di Carmelo Bene
che grida con verdiano entuasiasmo: A Parigi, a Parigi!,
mentre il gemello difenda da pierrot lunaire
il diritto a viversi la vita come se fosse l'incubo di un idiota.

Ma questa è la storia, e neanche Honoré avrebbe disdegnato di parlarne.
Neanche Gogol che certo di anime morte ne capiva. E Majakovskj
che fece di una pulce l’anima barocca del partito.
Ma Lucien de Rubempré conosce poco di Honoré e Nicolaj e Vladimir
e non può consolarsi con la poesia, che gli è rigorosamente estranea
come è giusto che sia per chi pilucca da Aristotele come dall’uva
che non è mai matura.
Il fatto è che vive nell’hinterland
e questo non gli sta bene, no, non gli sta proprio bene.

Per questo se ne andrà a Parigi
e ascolterà una guida turistica che come lui non sa chi è Violetta
e la Callas mentre spiega Courbet e l’origine della vita.
Guarderà stupito la cattedrale di Rouen e la Senna che scorre pigra.
Ricorderà, peû etre, Juliette Greco, Yves Montand e che in terra di Francia
è d’uopo la soupe d’onions, la côte de boeuf e un’escursione
a pigalle con la nonchalance di chi ha da tempo superato
le turbe dell’intelletto e del basso ventre.
Poi ritornerà nell’hinterland e racconterà al gemello
che a parigi sì che si respira l’aria della città che rende liberi
senza accorgersi dello sguardo acuto e diffidente
di chi sui monti ha appreso che la vita
è arte drammatica e sublime.

5.  Ritratto di Signora

La Signora ha letto Possessione di A. S. Byatt, e ne è entusiasta.
Lo consiglia a tutti: parenti, amici e colleghi e tutti credono
che Randolph Henry Ash sia esistito davvero e ne cercano le tracce
nelle librerie e su internet. Ma lei sa che non c’è differenza
tra un poeta che è esistito e un poeta che un altro poeta ha inventato.
Sa bene che in poesia, come in amore, le bugie rendono più bella,
e invidiabile, l’esistenza. E si diverte a parlare in giro
di Ash che scrisse Il giardino di Proserpina e credeva
che ai limiti del vecchio mondo se ne aprisse uno nuovo.
Passa così il tempo, che le resta, non molto,
fino al giorno in cui si ricorderà
che Ronsard era un poeta molto acuto, ed esperto del mondo.

La Signora è in menopausa. E ora che i figli le ricordano
che ha già dato quanto doveva alla specie e nulla può più dare,
perchè la natura non ha pietà per la vecchiaia, può leggere
solo libri, che le ricordano che un giorno anche lei
ha amato un poeta, e un poeta l’ha amata,
che, una sera che aveva un po’ bevuto,
immaginò che il libro che aveva scritto sul loro amore
l’avesse scritto un poeta che non era mai esistito
e fece credere al mondo che lui fosse un po’, o molto, folle
e lei la Signora una donna come ce ne sono tante,
che per sua sfortuna amò un poeta
che credeva che la letteratura fosse la vita, e viceversa.

La Signora, ogni mattina, va al bar. Ma evita accuratamente
di frequentare quello in cui potrebbe incontrare
il poeta che un giorno scrisse versi in cui il dolore
è più forte del pudore. E si porta a fianco un cagnolino,
un collega con un po’ di peli sotto il labbro inferiore,
che le dà a parlare e consente al suo sguardo
di non incrociare gli occhi di Ash,
quegli occhi in cui non può più mentire alla sua vecchiaia
nè chiedersi più chi è la più bella del reame.

Così, non le resta che leggere Possessione di A. S. Byatt,
e consigliarlo a tutti: parenti, amici e colleghi, e poi attendere a sera
che il marito ritorni a casa, dopo avere portato a spasso il cane,
e si sieda a tavola, per la cena, e parli con lei
di come è buffo questo mondo dove si pubblicano libri
dove i poeti inventano poeti che non sono mai esistiti
e trovano anche chi li legge, e li consiglia
a parenti, amici e colleghi.
 

6. La bella Otero
 

La bella Otero non è bella e di Otero non ha né gli occhi
né il corpo con cui ricordare al maschio che un giorno nella foresta
non avevamo bisogno dei preliminari che prescrivono i manuali
del moderno erotismo. Certo, lei si sforza di rendersi credibile,
racconta agli alunni le acrobazie di cui è capace anche
nell'abitacolo ristretto di un'utilitaria, i voli d'angelo di cui solo l'alcova
può testimoniare. E per provare che ogni corpo ha un'anima
a quello adeguato e di essere in grado di mettere insieme
tradizione e rinnovamento, istino e super-io, morale e trasgressione,
ovvero che vizi privati pubbliche virtù, quando parla in pubblico
ha sempre l'aria compunta di chi ricorda che il mondo soffre
ed è nostro dovere dar da bere agli affamati e rendere intelligenti gli stupidi.
Questo per lo meno si intuisce dietro le parole,
che sembrano ricordare l'autore del Tractatus quando ci ricorda
che il linguaggio è come un labirinto che vieni da una parte
e ti raccapezzi, giungi da un'altra e non ti orienti più.
Così, anche quando dice oggi piove a chi ha un minimo di cultura
viene da pensare alla logica degli stoici e chi non ce l'ha
non ci capisce nulla

La bella Otero insegna matematica, che è arte sublime e del demonio,
ma non ha mai letto ciò che ha scritto Musil sul numero immaginario
né conosce il problema geometrico delle bolle di sapone. 
Si limita a disegnare con il gesso sulla lavagna
quelle formule che il libro propone con maggiore chiarezza tipografica,
indispettendosi se il giovin signore le dimostra con il suo disinteresse
che la matematica inquina lo spirito e rende la vita noiosa.
Del resto, ha poche occasioni per dimostrare che la logica non distingue
un sesso dall'altro e che un disadorno ammanto non impedisce
alla virtù di lucere e riscaldare il core.

La bella Otero canta. Canzoni della sua terra, dove cantarono le sirene
e il poeta d'andes nascose con l'uovo il destino della città. Canzoni
che a cantarle ad un datore di lavoro che parte per altra sede
ti viene da pensare che poi hegel non aveva poi compreso molto
dei rapporti tra servo e padrone. Ma canta bene, però, 
la sua voce è melodiosa e impostata con sentimento,
c'è l'anima, il cuore e tutte quelle parti del corpo,
esofago, cistifellea e coratella che entrano in funzione
quando mangi troppo e non sei troppo lucido.
E quando è sera, quando a casa chi ti è vicino non s'accorge
che tu sei lì vicino, non le resta che cercare in una chat
quello che cercano tutti quelli che in una chat
si sforzano di dimenticare che non si sfugge a quell'io
che, come voleva l'antico poeta, nessuno di noi
può pensare di perdere per strada,
quasi fosse un ombrello che, come tutti gli ombrelli,
tocca a tutti di perdere a ripetizione e nei posti più impensati.
 

7. Fortunata
 

Fortunata ignora che di lei già parlò Petronio. Ignora anche che Binswanger
dimostrò che un linguaggio che cerca i preziosismi spesso nasconde
la trivialità. Sculetta: quando era un po' più giovane usava
calze a rete e tacchi alti quanto basta per dimenticare che siamo nani
sulle spalle dei giganti. E ora che è un po' più vecchia,
mescola il veneto col partenopeo, l'english con l'yddish, l'hystorical background
con le più avanzate tecniche dei moderni bignami.
Così che non sai mai in quale parte del mondo è nata, e non ti resta
che apprezzare le virtù muliebri che dalla ceramica alla culinaria,
dai balli latino-americani al tango che Jorge assunse a simbolo
del mondo, confermano che la donna è un mistero
che se lo conosci lo eviti. Va a teatro, dove si destreggia con disinvoltura
tra fescennine licenze plautine e le paludate magniloquenze
di William. Ma non disdegna il cinema, ama muccino e wenders,
alvaro vitali e  buster keaton: da tutti prende il meglio,
perché chi è saggio fa a meno di paraocchi e ideologie
e non sa cosa farsene del pensiero, che ti fa infelice
e meschino.

Fortunata ama viaggiare. Ha visto le bianche scogliere di Dover
e la terra dei sicomori, dove Giuda tradì con dio l'uomo
che non sarebbe mai stato. Ha visto Medjiugore, dove le statue piangono
dinanzi ad uomini che non sanno più né piangere né ridere
e hanno bisogno di miracoli per non sembrare ridicoli.
Così, ora che la primavera tarda e i mandorli sono ancora secchi,
se ne va nelle contrade avare della Catalogna, dove
tra ramblas piccole e grandi si proverà ancora una volta
a ricordare com'era quando più giovane e snella
con calze a rete e tacchi alti ignorava che i giganti
non sanno cosa farsene dei nani sulle spalle.
Vedrà il flamenco, parco Guel e la Sagrada Famiglia; mangerà il gazpacho
e la paella innaffiata con la sangrìa che rende euforici e meno acri.
Poi tornerà a casa: con un rotolo di cotone in più nella sua collezione
di donna amante di taglio e cucito, con una cartolina
dell'Avenida Generalissimo Franco e la convinzione
che la vecchiaia è solo uno stato mentale.

8. Padre Corvino

Padre Corvino è un uomo di mondo. Come Ignazio che giovane ebbe modo
di sperimentarne i piaceri e passò il resto della vita ad impedirlo agli altri.
E lui mai ha rimpianto il giorno in cui decise che essere soldato di Cristo
poteva garantirgli non solo l'aldilà che nessuno sa se ci sia davvero,
ma anche l'aldiqua che è cosa di cui nemmeno il più acuto degli scettici
può dubitare, perché tutti prima o poi soffriamo per una carie
o per la puntura di una zanzara. Del resto, lo ha anche
pubblicamente affermato: mai lo ha rimpianto, e ha additato come modello
ai giovani d'oggi così poco sensibili al sacro e alla tenerezza,
Santa Teresa del Bambin Gesù, che fu donna attenta
ai segni del suo tempo e capì, con intuito tutto femminile,
che dinanzi ad un bambino che nasce tace l'invidia del mondo
che da adulto lo manderà a morte. E non a caso, chi s'intende
del diavolo e dell'acquasanta, l'ha fatta dottore, perché pervenne alla sapienza
senza mai avere studiato. Come fanno appunto i giovani cui Padre Corvino
ricorda che la semplicità è dono impagabile, ma che è dubbio, però,
se mai, così facendo, perverranno a una sapienza che li condannerebbe
all'infelicità.

Padre Corvino è un uomo di mondo. E sa bene che non bisogna disprezzare
quanto di buono questo ci passa, perché ogni giorno ha la sua pena,
e tutto prima o poi finisce. Ha letto Sofocle e non può ignorare
che un uomo può essere felice per sessantanni e poi in due giorni
pagare gli interessi su ciò che ha goduto. Ha letto in Santa Teresa del Bambin Gesù
che questo è il cielo, questo è il mio destino e ha intuito che bisogna vivere
il proprio tempo, senza essergli ostile. Non per altri motivi, egli che è uomo di mondo,
di questo mondo, non può non assecondarne il gusto ed essere attento
ai mutamenti delle tecniche, che ci consentono di attraversare l'aldiqua senza l'ansia
di non farcela che prova chi pensa che allo spirito poco quelle si addicano. 
Così ha avuto cura di attrezzare la stanza dove dovrà addormentarsi e svegliarsi
di tutto quanto può consentirgli di non rimpiangere il giorno che decise
che per impedire agli altri di sperimentare il piacere bisogna conoscerlo.
Ha fatto fare e rifare il vano doccia, riverniciato a fuoco l'auto, comprato lampade,
e mobili di massello, e un cellulare con cui telefonare, fotografare, filmare
e navigare su internet, ha fatto allacciare una linea su fibra ottica
che bypassi il centralino per consentire al mondo di conservare
l'anonimato quando ha bisogno di lui e lui ha bisogno del mondo,
riempito i suoi cassetti di collane, bracciali e monili
che gli ricordino ogni giorno le tentazioni del Maligno,
perché un soldato, che lo voglia combattere,, deve pur sapere quali armi usa.

Padre Corvino è un uomo di mondo. Egli sa che prima o poi
dovrà abbandonare quella stanza, perché un soldato, specie se di Cristo,
è chiamato a combattere dovunque ci sia bisogno di lui.
Forse conoscerà altre terre, forse ritornerà là dove profumano gli aranci
e Archimede ebbe morte da un soldato che non lo conosceva.
Forse questa sarà l'ultima stanza da cui mai avrà guardato il mondo
da quella distanza cosmica, di cui parla Ignazio e dove più semplicemente
si addormenterà senza mai più svegliarsi
lasciando vano doccia, auto riverniciata, lampade, mobili di massello, cellulare,
fibra ottica, collane, bracciali e monili ad un altro soldato di Cristo,
che attento al gusto del suo tempo farà rifare tutto daccapo.
E il giorno dopo additerà come modello a giovani poco sensibili al sacro e alla tenerezza
Santa Teresa del Bambin Gesù, che senza rimpianti lasciò il mondo
senza mai averlo avuto.
 

9. Akakij Akakievic

Akakij Akakievic cerca casa. Come Totò. Ma questi sapeva ridere
di se stesso, e per finta o perché era vero aveva lo stile
di un principe, fosse solo della risata. Akakij Akakievic, invece,
è solo un professore di materie scientifiche che pensa
che l’universo è tutto chiuso in una calcolatrice
ed è fatto di due più due o quattro diviso due
o quattro per due. Anche quando scopa
calcola esattamente il tempo che intercorre
tra erezione ed eiaculazione,
lo divide per due, lo moltiplica per un coefficiente fisso
che solo lui conosce, e anche la moglie ignora,
e alla fine può stilare tabelle, statistiche, percentuali
che gli consentono di convincersi
che il sesso è una faccenda solo per chi si muove
obbedendo al metronomo nascosto nella materia
dell’universo e nei testicoli.

Akakij Akakievic cerca casa. Ne visita una ogni trentasei ore.
Si presenta puntuale all’appuntamento del venditore,
con in mano una bussola per stabilire in che parte
dell’appartamento sorge il sole, e in che parte
la luna ammicca inutilmente ai suoi sogni.
E non ne ha trovata una che gli vada a genio.
Questa è troppo piccola, quella è rumorosa,
quest’altra poi troppo vicino allo svincolo delle strade
che dalla città menano a quella provincia
in cui mai lui abiterebbe, perché chi è nato in città
ha una percezione dello spazio più articolata
di chi è topo in campagna e in campagna vuole morire.
Non ha mai letto Bachelard, ma è come se lo avesse fatto.
Non ha mai letto Cassirer e non gli importa se non lo ha mai fatto.
Del resto non ha mai capito perché Einstein in tutti i poster
è venduto con la lingua che fa sberleffi. Si limita a sorridere,
a pensare che una mela che cade sulla testa
quella sì è una cosa concreta,
a usare i computer per giocare a flipper
e a redigere tracce di fisica, e matematica,
su cui fare esercitare il giorno dopo chi a diciottanni
non sa cosa farsene di mele che cadono sulla testa
ma ha imparato che ad un professore di materie scientifiche
non bisogna mai disubbidire.

Akakij Akakievic cerca casa. D’inverno va in giro con il cappotto,
e con i baffi. D’estate con i baffi, e senza il cappotto.
E se qualcuno gli chiede che cosa ne pensa del mondo
lui risponde che questo è affare da filosofi,
e che un uomo, che sia per giunta anche un matematico,
ha la responsabilità morale di indicare alle nuove generazioni
come non perdersi in una vita in cui a tutti tocca prima o poi
di cercare una casa senza mai trovarla.
 

10. L’uomo venuto dal nord
 

L’uomo è venuto dal nord, dalle terre in cui Calvino
aveva le visioni di baroni rampanti e visconti dimezzati,
e Montale contemplava falchi alto levati e rivi strozzati.
Ma poi crebbe nelle nebbie di una Milano che fu tutta da bere
e apprese da Ignazio che la vita è feroce, se non la rendi
più digeribile con quelle bugie che solo le donne e i preti
ti sanno spacciare quasi fossero indulgenze per questo millennio
e quelli che verranno.
L’uomo è venuto dal nord, e ricorda allampanato com’è
un max von sidow che non ha mai conosciuto il protestantesimo
e deve accontentarsi di un mastai come tanti e di avere
come amici leghisti e gente di arcore.
L’uomo è venuto dal nord e non sa cosa vuol dire mangiare uva puttanella,
o avere a che fare con gattopardi costretti dalla provvidenza
a fare le fusa come gatti di casa un po’ melanconici.
Usa parole che il marchese Puoti non avrebbe disdegnato
e se ne frega del Devoto-Oli e dell’impertinenza
della gente del sud che usa il dialetto come se fosse una lingua
e la lingua come un idioletto cui solo Gadda saprebbe
rendere giustizia.
L’uomo è venuto dal Nord e non sa che il vento del sud
rende flasques come voleva Paracelso e predispone ai sogni
cui tutti un po’ somigliamo, specie quando smettiamo di sognare.
L’uomo venuto dal nord ha smesso di sognare.
E si entusiasma se ricorda a gente di diciottoanni
che ignazio prima di avere fede era un paggio di corte
e conobbe la violenza carnale. Intuisce che in un corpo
di donna stuprata s’annida il fascino della specie,
e del potere, che s’arrende a dio
solo per non arrendersi dinanzi agli uomini.
Ma l’uomo venuto dal nord ora è vecchio,
e non ce la fa più a ricordare ciò che non vale la pena di ricordare
e anche se questo è bene, lui non lo sa.
Così, alle otto dice a e alle otto e cinque dice b
e non sa più impedire al suo volto di dire quanto disprezza
l’una puttanella e i gattopardi, smentendo le labbra
che troppe cose hanno mandato a memoria
per poter dimenticare che nelle terre del sud
aprile è un mese crudele quanto gli altri.
L’uomo è venuto dal nord
e non capirà mai che i punti cardinali
li ha inventati dio perché gli uomini