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Electronic Center of Arts diretto da Emilio Piccolo e Antonio Spagnuolo Xenia Per Fabio
Doplicher
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Hanno
cintato l’universo, anima mia,
Ti
sei impigliata. Ti staccherò dolcemente, senza far male,
Con
le mani di bambino, che scoprivano la propria pelle.
E
corri ancora,
Fin
che c’è vento.
FABIO DOPLICHER La notizia della morte, del tutto intempestiva, di Fabio Doplicher (11 settembre 1938 - 18 settembre 2003) mi ha getto in un cupo sconforto dal quale, anche a distanza di mesi, non riesco a distogliermi. A Fabio mi legava un’amicizia forte e costruttiva, vorrei dire un vero e proprio sodalizio poetico (per e nella poesia), da oltre venticinque anni. Come sempre succede in casi come questo, sono riandato indietro nel tempo rievocando mentalmente il nostro primissimo incontro, a Roma, nell’ormai lontana estate del 1977. Stavo preparando un corso sull’arte e la poesia contemporanea italiana che, quell’autunno, avrei tenuto presso il Barnard College della Columbia University. Abitavo a Princeton, dove ero Fulbright Fellow presso l’omonima università. Nella montagna di libri di letteratura italiana contemporanea che divorai quell’anno (leggevo onnivoramente un libro dopo l’altro, illudendomi - così facendo - di essere più vicino all’Italia di cui avevo una nostalgia stellare, libri che arrivavano - e presumo tuttora arrivino- a getto continuo, freschi di stampa o di rilegatura, alla fornitissima Firenstone Library), un giorno mi capitò fra le mani, di Doplicher, I giorni dell’esilio, una raccolta di poesie che era uscita presso Lacaita due anni prima. Di Fabio avevo letto qualche testo sparso pubblicato in riviste (in particolare, fra le altre, su “La Battana”, a quel tempo diretta da Eros Sequi e su “Carte Segrete” diretta da Domenico Javarone e Gianni Toti). Questa era la prima volta che mi trovavo di fronte a una sua opera completa. La lettura di questo libro mi fece un’impressione fortissima; forse dovrei usare il termine “folgorazione”, se non temessi di utilizzare un termine letterario ormai un po’ inflazionato. Fatto sta che, di colpo, mi si prospettava davanti agli occhi e alla mente un vero libro di poesia. Vi scoprivo una singolare sintonia letteraria, e, leggendo la nota biografica, un cammino editoriale che univa (e avrebbe unito) la mia esperienza poetica con quella di Fabio: la pubblicazione, nel 1971, di un suo libro (La stanza del ghiaccio) presso l’editore De Luca nella collana diretta da Romeo Lucchese -poeta e critico d’arte che oggi nessuno più ricorda - lo stesso editore che sarebbe stato, di lì a poco, quello del mio libro d’esordio, in quella stessa collanina in cui erano stati pubblicati poeti, ben più blasonati di noi, che ambedue amavamo, come Giorgio Caproni, Libero De Libero, ecc.); nonché la collaborazione alle stesse riviste alle quali collaboravo anch’io. Infine, nella stessa collana di poesia di Lacaita, ottimamente diretta da Leonardo Mancino, sarebbe uscito, quattro anni dopo il libro di Doplicher, la mia terza raccolta di versi (Simulazione di reato) la cui Introduzione sarebbe stata firmata proprio da Fabio. I giorni dell’esilio resta a forza il libro assiale di Doplicher, forse il suo libro più suggestivo e intenso, che, ancora a una lettura odierna, non smette di coinvolgermi e intrigarmi emotivamente e intellettualmente. Pubblicato quattro anni dopo La stanza del ghiaccio, libro linguisticamente spericolato col quale Doplicher “pagava” il suo attraversamento neoavanguardistico (Ruggero Jacobbi, al quale Doplicher fu molto affezionato, avrebbe parlato di “sperimentalismo” e “accanita ricerca metalinguistica”: rimando al suo saggio La poesia di Doplicher: diario d’un esilio, in “Uomini e Libri” , marzo 1976), I giorni dell’esilio rappresenta un primo bilancio della vita e dell’esperienza poietica di Fabio. L’ “esilio” va riferito al suo trasferimento da Trieste a Roma, avvenuto nel 1954: un’esperienza per molti versi traumatica dalla quale Fabio fu profondamente segnato. Trieste e la “triestinità”, simbolicamente e concretamente personificata dalla madre (personaggio dolcissimo e indimenticabile per entrambi i fratelli Sergio e Fabio: ricordo, fra l’altro, che quest’ultimo si rivolgeva a lei sempre in dialetto), sarebbero rimasti due punti fermi nell’animo doplicheriano, tant’è che - a distanza di vari decenni - Fabio vi sarebbe ritornato con non poche poesie dialettali scritte negli ultimi anni della sua vita. L’esilio resta uno dei temi centrali di quel libro e oggi devo ammettere che non è escluso che il potere di suggestione di questa tematica - per uno come me, a quel tempo “esiliato” a Princeton - dovesse essere sentita maggiormente, o dovesse esercitarsi, come si suol dire, direttamente sulla mia stessa pelle. L’esilio è dunque il tema centrale di questa raccolta ma esso si identifica,in un poeta come Doplicher, comunque e sempre, nel linguaggio che l’esprime.Non a caso I giorni dell’esilio si apriva con un testo-manifesto sul fare stesso della poesia (di quella poesia), dell’essere poeta, sul ruolo “marginale”del medesimo e sullo strumento di lavoro (la parola) che determina tale ruolo. Dove la sintesi dei due momenti (esistenza/linguaggio; esilio/poesia) si risolve(va), appunto, nella ricerca di una parola di necessità ri-trovata o re-inventata, o, per dirla alla Cardarelli, “pensata e ripensata con maggiore insistenza” (alludo a un capitolo di Viaggi nel tempo, intitolato proprio “La parola”, Firenze, Vallecchi, 1920, 89). Leggiamo da I giorni dell’esilio questi versi programmatici liminari. In una continua opera di ritrovamento e di invenzione la
poesia può costruire dentro di sé
un
modo di concepire l’esistenza, operando con tutti
per
cambiare tutto
e
non solo lo spicchio di universo col quale viene in contatto.
Deve
allargarsi senza perdere i propri connotati
ma
senza timidezze verso i generi, se la poesia
è
opera consapevole dentro qualunque tipo di opera.
Il fruire di questa condizione voleva e vuole dire prima di tutto responsabilità di cui “tutti vanno partecipi”, affinché il “momento di creazione” non si arresti alla sua soglia, o, ungarettianamente, muoia come l’assetato in vista del miraggio. Perché, per Doplicher, il primo pericolo era costituito, appunto, dall’usura, ovvero dalla fatale sclerosi verbale che la quotidianità con le forme espresse dai media e dalla società dello spettacolo sancisce a nostro danno. È vero: certe formule sintetiche, facili da ingoiare a memoria, apparentemente originali, sono la morte della parola, che rischia, così, avvertiva Doplicher, di “non significare più nulla”. Tuttavia, pur di fronte a questo appiattimento verbale, c’è sempre la capacità - grazie alla vera poesia - che “questa pianta del deserto” sappia ogni volta rinascere. Sarà anzi proprio essa, la parola, - ribadisce Doplicher - che “così ricreata” ci permetterà di costruire una “nuova realtà, in un momento comune di sofferenza e di speranza”. Eluardianamente, ma andando più indietro nel tempo anche leopardianamente, la poesia può riscattarsi e affermarsi partendo dalla consolazione-affermazione che essa non si pone come momento consolatorio di “guida al bello”, noioso quanto un museo, ma come estrema “necessità per un modo di esistere” (sono ancora sue parole). Doplicher, insomma, avvertiva (ci voleva avvertire) che lo stimolo (l’enérgeia) sufficiente per un simile salto la parola la troverà in sé stessa, a patto che il poeta ne sappia fare un uso appropriato, perché “le parole hanno un proprio peso”. Non a caso più tardi Fabio insisterà sul concetto di poesia come “arte del pensiero”, concetto che ricorre in molti suoi scritti teorici e creativi degli anni Ottanta. E furono, quegli anni Ottanta, senz’altro i più fecondi e laboriosi per Doplicher, impegnato su molteplici fronti (sintetizzo vertiginosamente): il lavoro estenuante che egli profuse per“Stilb”, la rivista bimestrale da lui fondata nel gennaio del 1981 alla quale collaborarono non pochi tra i migliori ingegni italiani; le relative edizioni dei Quaderni; le numerose opere teatrali - ben venticinque (!) dal 1975 al 1985 - ; le varie iniziative urbinati e fanesi con Umberto Piersanti per il Centro Internazionale “Poesia della metamorfosi”; “Il teatro dei poeti” a Roma per conto del C.T.M.; senza contare le sue numerose partecipazioni a convegni e letture; l’intenso lavoro svolto all’interno del Sindacato Nazionale Scrittori insieme con Aldo De Jaco (un altro amico che ci ha recentemente lasciato); i vari dibattiti, spesso polemici, cui partecipò in “Produzione e Cultura” (la rivista del sindacato); nonché le sue frequenti collaborazioni al quotidiano “Il Tempo” (quando a dirigere le pagine letterarie c’era il bravissimo Antonio Altomonte) e ai maggiori periodici teatrali di quegli anni (su tutti, occorre sottolineare l’intelligente lavoro svolto per sedici anni come critico teatrale della rivista Sipario). A tutto questo, mi piace aggiungere i suoi vari viaggi americani (se non vado errato tre), uno dei quali legato anche alla pubblicazione di un suo volume di poesie scelte (Selected Poems, New York: Garland, 1992), tradotte da Gaetano Jannace, con scritti critici di Pietro Frassica e Mario Mignone. In tutta questa miriade di iniziative e impegni, Fabio sapeva sempre districarsi con delicatezza e rabdomantico fiuto per il binomio qualità/originalità, ma anche, allo stesso tempo, mantenendosi fieramente indipendente da ogni consorteria o camarilla letteraria, fedele ad una sua personalissima “irresistibile vocazione poetica” (Jacobbi); una “severità mai convenzionale”, come ebbe a scrivere Dante Della Terza nella sua appassionata Introduzione a Esercizi con la mia ombra (la densa antologia complessiva che racchiude quasi trent’anni di lavoro, uscita presso Caramanica otto anni fa), “di chi non ama abbandonarsi al facile estro della parola ornata, ma vuole che la poesia raggiunta sia decorosa conquista, contro le tentazioni dell’incongruo, d’un laborioso spazio di verità”. Con Doplicher non solo scompare uno dei più intensi poeti della sua generazione ma anche un gentiluomo della poesia e della vita. LUIGI FONTANELLA Stony
Brook, New York, novembre 2003
Di Doplicher si riporta qui La voglia di cantare, uno dei poemetti più struggenti e taglienti di I giorni dell’esilio (Lacaita, 1975), poi ripreso con varianti trascurabili nel volume antologico Esercizi con la mia ombra (Caramanica, 1995). Ringrazio sentitamente Sergio Doplicher per alcune informazioni biografiche. LA VOGLIA DI CANTARE Troppopeso alzare una testa randagia. Distrutti gli scarafaggi, nelle
vecchie cantine i ladri di frumento amalgamano
il
pane. Cristallisudore, immaginazione,
graffito.
Le facce intorno digrignano, maschere del Valentino.
Evacua
una rovina dai porifumosi a la luna
in
convogli di cenere. Rimastico di gomma questa corsa,
inutile
forare la notte perché la parete si spiani. Tramonto
senza
il ranno che insegue carene scrostate dal mare: la voce,
nido-di-formiche
scava sotto gli alberi nelle aiole,
dove
corolle i grandinegozi anneriscono a sera.
Ritmo
schiumoso, le ombre le parole girano invischiate
in
un ramosecco. Lungocoltello dell’alba. Se ricerchi poesia
devi
conquistare nemici.
Capanne-frasche accumulate, nei sentieri dove s’avvita il fumo, trincea
di melma e ruggine. Aria linguastrappata questa corrente,
mura-tatuaggio
del falco che polarizza verdi cristalli. Noi non vedemmo:
in
legno artigiano curvo come a tornar virgulto, crolliamo
grondaie
disperate di nebbia, all’esterno schiumose, e vuote.
Hanno
ripetuto binari di latta i trenini giallicci al collaudo,
il
capostazione conservava piccoli denti sotto celluloide.
Avvolto
l’arcobaleno in fuoco petrolio e bianche secrezioni,
marionette
raspate dalla sofferenza, assorbiamo la vernice senza grido.
Satellite della rada, l’uomo dei moncherini ignora vele
antenne catene, guizza spallepapiro per aurore in piccole branchie
e
corrode i suoi ultimi anni. Inghiottisce parole e riprende
immemore
come da un’onda rossi filacci sopra scafi neri.
Cigliamemoria
dove ci siamo smarriti, per una scommessa
su
acque rotte in bianche caverne. Ci ritroviamo
pesciolini
ordinati in buste di plastica, ventre-pallido
senza
spazio per morire. Cacciatore di vermi, un vecchio
sogna
il suo amo, corrugando piccoli occhi.
Disperata certezza contro le cose, in ginocchio fra montiruggine di
barattoli, impasto a folle densiscarichi che muovono
indifferenti
e soffici e chiare sotto la grandine. Scienza
degli
esseri umani, feti mostruosi nel vetro abitatori modello
per
due vani con bocche di lupo. A piccole bollicine condizionati
li
guidano per caverne infette di sirene. Tu risciacqui rossemani,
tele
di foreste e di città in rivolta, e trovi il tempo
dentro
la sua scorza.
Il sole dei mattatoi ingloba vitelli ciechi rimossi a una gabbia che
tossiscono infantili al gas squamacittà e piangono di sete
prima
di morire. Pendolo e tornasole la resa, orari zampe di ragno
amalgamare
per terra, soffici tappeti, incidenti percentuali
di
fabbrica, norma putrida nelle corsìe d’ospedale. Per viadotti
scivoli
solitari a lo stagno, il mio strepito imbeve
alberi
e innamorati radi persi delle proprie dita, conficcato
sopra
larghimoli fra cataste di merci e di gente,
che
schizza catrame.
Pareti lungobuio ricongiunte, impenetrabili increspate di parole, arruffate
verità come vento dentro il cerchio dei piccioni a vite,
geometrico
penetrar dei migratori, ossa coperte sotto le conchiglie.
Lunghi
marciapiedi, strade degli astri ibernate nel catrame,
il
mio tramonto ha occhi clandestini, candeggia
i
tùmuli gonfi di marinai e saldatori squamosi.
Calamita,
masso per schizzare al cielo, in una gran catapulta
albelavoro
e bandiere ridipinte e tavoli in legno e palme logorate:
i
dolori come maglie senzafine, renapietrisco strascinati ai fiumi,
cesti
di vimini e sacchi di granturco, un dormire sottotronchi,
guance
di olio e farina amara. Come il mare assorbe le meduse
questapoesia
ricuce la sua strada per lembi di giacca e corse
sottomina
e sferze d’onda e secco di carene
e
il sospiro dei bambini morti.
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