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Vico
Acitillo 124
Poetry Wave Inchiesta sulla poesia |
1- Temo che
le mie risposte sembreranno, e forse lo sono, chiuse alla speranza che
la poesia possa vere qualsiasi tipo di incidenza sulla vita, che scorre
al di fuori della poesia ignorandola sempre più anche nella sua
unica “finalità” (ma mi contraddico: perché sua sola finalità
è la poesia stessa) che dovrebbe essere dualità, e leggere
il mondo e in definitiva la vita. Ma mi sembra una dorata utopia, Credo,
e la realtà me ne ha dato purtroppo conferma, che neppure la politica
e la diplomazia che ne esprime le migliori intenzioni sia in grado di placare
la bestia che è nell’uomo e che fa scoppiare delle guerre così
sanguinose e stupide che hanno la sola spiegazione degli egoismi più
feroci, delle ambizioni di potere che schiacciano ogni barlume di umanità.
2- Sono certamente
due “gruppi” (come li definisce la domanda) che incidono entrambi sulla
cultura, ma il primo appartiene al mondo elitario (sempre più elitario)
della poesia, il secondo invece ha operato modificazioni profonde
sulla vita di tutti, anche se la maggior parte degli uomini forse ne ignora
persino i nomi.
3- Accostarsi
al “male di vivere” è un dato costante della poesia e la sua testimonianza
ha, o dovrebbe avere, un alto valore etico grazie al quale qualche volta
può entrare in sintonia con un lettore. Questa misteriosa sintonia
(sopra tutto quando a veicolarla sono i valori estetici del testo) è
il solo vero premio per il lavoro snervante e inesauribile di rincorrere
una forma che appare agli occhi del poeta come un irraggiungibile orizzonte.
4- Perché
un “mio” volume? Il problema è quello di inserirvi comunque la poesia,
e sarà sempre più difficile.
5- Il “grosso
pubblico” ahimè, si.
6- Nessuno.
Ma altissimo per chi sa ascoltarla . Ricordo che durante la cerimonia di
un premio Alfonso Gatto, con la sua voce tonante gridò: “La
poesia è supremamente inutile!” – Ne aveva affermato così
la sua insostituibile utilità.
7- Non è
lecito. Ma perché i poeti sono disposti a pagare?
8- Non credo
dipenda solo dal divario Nord – Sud : questo, se mai, riguarda la possibilità
di accedere a certi editori. La distribuzione è sempre carente perché
le tirature pur sempre limitate ne impediscono una capillare. Si aggiunga
a questo che i librai che ricevono libri di poesia raramente concedono
spazi sui banconi. Per quanto riguarda la seconda parte della domanda dirò
che sin dalla prima mia raccolta (Racconto e altri versi- Guanda 1949)
non ho avuto difficoltà perché ho sempre trovato porte, anche
blasonate, che mi si aprivano: non ho invece mai bussato a
portoni che probabilmente, e anche per motivi che conosciamo, sarebbero
rimasti chiusi.
9- Mi è
capitato, ma molto raramente e forse perché può essere giusto
il giudizio che Marabini dette, a nome della giuria del premio Pandolfo,
e cioè che la “mia è una voce tra le più limpide della
nostra poesia”. Ma quando qualcuno non capisce (e forse ha ragione
perché la poesia è comunque sempre oscura) gli rileggo i
versi cercando di far sentire sopra tutto la musica, che è ciò
che più mi interessa, e ho sempre potuto constatare che per quella
via si può giungere alla pienezza del godimento del testo.
1- Il segno
della poesia non può intervenire contro l’incapacità di ascoltare.
E’una risposta della sensibilità offesa, che può o meno trovare
echi e consonanze negli altri.
2-
E’ ovvio che si tratta del secondo gruppo.
3-
Cantandola, rendendola esemplare e assumendo il dolore che c’è.
Ma a che serve?
4-
Io ho praticato solo realtà marginali e trasversali, così
non capisco il quesito. Se poi i nuovi strumenti richiedono nuove risposte,
anche tecniche, si starà a vedere.
5-
Il grosso pubblico, non so, se ascolta solo Baudo. Quello che è
certo è che non ha mai ascoltato Montale, Ungaretti, e Quasimodo
o Eliot o Omero o chi altri si vuole insieme nell’elenco.
6-
Lo stesso valore che aveva prima, il che vuol dire molto poco, pressoché
nullo.
7-
Si tratta di un non-problema, o almeno formulato in questi termini. Pubblicarsi
un libro di poesia a proprie spese ha un valore narcisistico o voluttuario.
Potremmo, allo stesso titolo, dedicare ai non abbienti le somme che si
spendono per il sarto o l’auto nuova.
8-
Avendo praticato solo circuiti marginali e minimi non ho mai incontrato
difficoltà per i miei “volumi”. E in ogni caso la distribuzione
dei volumi di poesia non esiste né al Nord né al Sud. Semplicemente
non c’è mercato né curiosità al di fuori del ristretto
cerchio degli addetti ai lavori, che si raggiungono solo con gli “omaggi”.
9-
No. Non assecondo mai le richieste di interpretazione. Non per stupido
orgoglio intellettuale, ma perché sono convinto che, una volta pubblicata,
una poesia ammette varie interpretazioni e la mia vale quella degli altri.
Firenze, 04-03-1996
Carissimo Antonio
Spagnuolo apprezzo vivamente la tua iniziativa, che mi sembra lodevole
e da seguire nel tempo. Io resto sempre sconcertato di fronte ai questionari,
ma questa volta avrei risposto, ma purtroppo non mi sento di partecipare
per la gravosa età e le insidie della salute che mi costringono
a limitare i miei impegni di scrittura al minimo indispensabile.
Un abbraccio
e mille sinceri auguri
1- Possiamo
intervenire clonando l’esperienza nostra del sentire, che privilegia l’ascolto
delle voci di coloro che voce non hanno, delle melodie del silenzio, dei
suoni di un mondo che va scomparendo.
2- Da bambino,
interessato al moto universale e alle particelle atomiche, avrei voluto
studiare per diventare fisico nucleare. Ora, da adulto, quando mi soffermo
davanti a una siepe mi sovviene l’infinito, non mi piace più riflettere
sulle leggi e sui congegni del creato, ma solo profondamente inspirare.
3- E’ sempre
più distratto il nostro mondo, che dimentica le pinze nelle pance
dei pazienti, ed oblia albe e tramonti nei versi dei poeti e, alla fine,
tutto e tutti dimentica ( è questa la tragedia arpia, l’onta personale:la
morte, avvenga come avvenga).
4- L’accademico,
il metropolitano underground, il cibernetico virtuale appartengono a quei
tipi di uomo che non vogliono ammettere la sottigliezza dello iato che
separa la propria famiglia da quella delle scimmie. Riuscire a inserire
tra questi anelli che non tengono un volume di poesia è fin troppo
facile, e inutile, astuto e sventato: un atto di coraggio di cui nessuno
si accorge.
5/6-
Come è possibile intervenire con la poesia sulla cancrena sociale?
Ce lo dicano (in televisione, magari, bandendo ogni pudore) Quasimodo,
Montale, Baudo e Zichichi. Ci ammonisca Scalfaro, e ci perdoni il Papa
per la cancrena, per il sociale e anche per quel che diciamo.
7- Gli editori
non sono ricchi, ma ambirebbero ai capitali, perciò chiedono, in
armonia col sistema oggi vigente in Italia, trenta denari tangenti in cambio
d’una suppost(um)a fama editoriale. Allora, perché non versare quelle
monete ai poveri, obbligandoli, in cambio, a leggere le nostre opere inedite?
8- Non trovo
difficoltà, perché non mi frega niente pubblicare. Preferisco
i miei tiretti alle edizioni Mondadori.
9- Se si tratta
della passante boudelariana…se è carina, la invito a casa mia, per
una spiegazione Inoltre ho una bella collezione di farfalle.
aprile
1996
1- Negli ultimi
quaranta anni abbiamo vissuto, storicamente, in una situazione planetaria
con conflittualità periferica diffusa di due blocchi di potere “malati”
di mundialismo. Ora, il mundialismo del potere è esattamente l’opposto
della universalità del linguaggio poetico e del suo messaggio intrinsecamente
liberatorio. L’incapacità di ascoltare è perciò
derivata da questa contrapposizione surrettizia fra poesia e società.
Dal Politecnico alle neoavanguardie per giungere agli anni 70, ovvero al
Pubblico della poesia, ance in Italia abbiamo assistito al conflitto fra
cultura del potere ed il potere sempre rimosso delle scritture creative.
Il segno poetico spesso ha solo agito, talvolta ha anche reagito, pur rimanendo
underground. Ed oggi la questione si fa ancora più acuta, dal momento
che il potere economico politico “fa orecchie da mercante”. Comunque, continuando
ad “ascoltarci” aumenteremo le generali capacità di ascolto, nonostante
tutto.
2- Poesia
e scienza rappresentano, a mio avviso, un binomio inscindibile. Dubbio
e ragione stanno alla base di una ricerca alla fine comune. E’ molto
difficile distinguere fra “l’atomo opaco del male” di Pascoli ed il senso
del mistero di Einstein, se non per l’implicazione etica del primo e l’oggettività
linguistica del secondo, che pure lascia spazio alla poesia. Infine i segni
dell’uomo sono indelebilmente precari…
3- La poesia
è sempre tragica, sino al momento in cui Marsia subì “il
divieto della Dea”, e dunque nasce per contrasto; ma lo è doppiamente
nello stato di emarginazione di cui si è scritto sopra. E
tutto ciò, l’atteggiamento “impoetico” di chi gestisce ogni forma
di potere, primo fra tutti chi può decidere della vita degli altri,
è “avvisato”, senza appello, dal suo stesso atto, per il suo stesso
atto, oltre ogni civile (o incivile) “garanzia”. Ancora una volta “l’incapacità
di ascoltare”, che in fase prelinguistica è in tutti un’opinione,
non può non essere assolta per insufficienza di prove: è
la più atroce e la più tragica. Le scritture creative
non emergono dalla trattazione di temi ma dal trovarsi in re, nei problemi
4- I libri
di poesia sono letti da pochi e scritti da molti: l’underground ne pullula,
la cultura accademica non “li vede”, internet ne accentua la separatezza.
Negli anni 70 si era tentata la diffusione orale, dei recitals…che fare?
(Non è una citazione). Il Giusti scrisse : “il fare un libro
è meno che niente,/ se il libro fatto non rifà la gente”.
Il fare dunque? Il poièin? E la gente? Ma non è più
quel tempo, siamo Giusti. Anzi, non lo siamo. Potremmo provare ad “inserire”
il libro sul comodino fra il montaliano “cane di legno” e la confezione
del Tavor. Chi sa che non funzioni…rimane oscuro il rapporto fra il libro
(nostro) ed il comodino (di chi?).
5- Procediamo
per stilemi cari al “grosso pubblico”: Quasimodo: “Alle fronde dei salici”,
Ungaretti: “M’illumino d’immenso”, Montale: “Meriggiare pallido e assorto”.
Sono versi memorabili di cui, talvolta, si appropria anche la pubblicità:
“M’illumino di Vienna”, per fare una citazione. Una volta spesso si viaggiava
a piedi e si scandivano, così, “i piedi” dei versi. Da Nietsche
a Sbarbaro, da Papini a Campana, da Rebora a…, il pensiero poetante rappresentava
una forma di/del movimento. A livello popolare il “poeta” era il cantastorie
che andava da un posto a l’altro, senza una meta fissa. Poi, il “grosso
pubblico”, alla fine degli anni 50, ha perso l’uso dei piedi, ha preso
ad andare in B/audo. Prima in B/audo minuscole. Ricordiamo la carica delle
500. al mare, ai monti. Dannunziani apprendisti stregoni andavano al mare,
edonisticamente, a “cavallo”. E poi B/audo anche Zizhichi (chi?), Scalfaro
(un faro!). E gli addetti ai lavori?
6- Il valore
della poesia sta nel segno, il valore del segno sta nella poesia, il segno
è un valore poetico che in un clima confuso di “creatività
diffusa” è più necessario, perché non solo estetico,
come sono invece le “labbra al silicone”. La questione sta a monte. Che
dire della crisi di identità, una sorta di “Alzheimer” da virus
berlusconiano. Anagramma: Silvio Berlusconi = il viso in burlesco. Ma è
anch’essa, involontariamente, una maschera tragica, una malattia precoce
o senile. Il segno è tutto. Di- segni, di – sogni. Ricominciamo
dai “graffami”. Siamo creativi.
7- Ritorna
l’idea del libro, di librificazione, di oggetto edito da stampatori
privi di status editoriale, di editori che aprono anche collane a “scopo
di lucro”. La questione fu affrontata anche dal SNS e dalla SIAE ed in
effetti va considerata in modo oggettivo. Per la stragrande maggioranza
dei casi la soluzione di devolvere i contributi economici in beneficenza
non sarebbe sbagliata. Soccorre ancora il Giusti: “Un tal Neri ha stampati/
i suoi Pensier staccati:/ consiglierei piuttosto il signor Neri/
a volersi staccar da’ i suoi pensieri”. Ma nessuno garantisce che il denaro
risparmiato da tale investimento poetico non finisca poi per mettere benzina
nel motore di B/audo o anche peggio (meglio un poeta mancato che un… B/audista
della macchina berlusconiana. Gli estremi si toccano). Per altri pochi
può essere un primo passo verso la poesia. Va infine detto che “i
gruppi sociali meno abbienti” hanno fame di tutto, non ultimo di poesia.
Può essere che ci si debba ritrovare tutti insieme, con uso di parola,
in una pacifica “veglia d’armi”.
8- Certamente
un piccolo editore del nord, per la sua stessa collocazione, ha qualche
possibilità in più nella distribuzione di un libro. La situazione
non cambia molto, ma nei limiti delle basse tirature che solitamente si
effettuano, ciò può risultare sostanziale.
9- Tengo da
oltre quindici anni corsi di scrittura creativa per l’Università
del tempo libero anche a “uomini della strada” che non comprendono l’intero
assetto di un testo poetico. Abbiamo in comune, io e loro, il desiderio
incluso nell’anagramma “apro la –parola”. Ci accomuna, inoltre,la necessità
di vivere nella polis senza essere sbranati dalla sfinge, di sciogliere
gli enigmi che sono dentro l’uomo, contro l’uomo. La poesia non è
un codice socialmente vincente, eppure…
(aprile 1996)
1- Le possibilità
di intervento della poesia sul reale sono sempre state scarse, mentre l’incapacità
di ascoltare rimane ancora tanta: alla fine alla poesia non resta che piangere
sulla propria impotenza. La poesia – l’arte in generale – non evita le
guerre (non solo non ha evitato la seconda guerra mondiale e quella della
Bosnia, ma non ha evitato neppure quella di Troia). Il segno della poesia
può al massimo, “rappresentare”, è il suo compito quasi
naturale- il dolore o la morte, la sofferenza o il sopruso, la violenza
nei confronti dei più deboli e la miseria degli oppressi- , o antivedere.
Il segno della poesia è circolare: ritorna sempre su se stesso,
come su loro stesse ritornano sempre la vita e la storia, anche quando
vi sono cambiamenti epocali in atto. Conferire alla poesia un potere che
non ha mai avuto e che non potrà mai avere è il modo peggiore
di servire la poesia: non solo, ma è anche il modo peggiore di rapportarsi
alla tragedia, o alle varie tragedie, che sconvolgono il mondo.
2-
I “segni indelebili” li lasciano soltanto i grandi spiriti: artisti o scienziati,
non fa alcuna differenza . e anche in questo caso le loro opere sono segnate
dal tempo storico, e quindi anch’esse sono destinate a subire l’usura delle
stagioni. Dopo Pascoli viene Montale, dopo Einstein…
3- esiste
un solo modo di accostarsi alla tragedia: rappresentandola, se se ne è
capaci (c’è chi sostiene che la tragedia è nata e morta nell’età
classica, e che l’uomo attuale non sappia più rappresentarla). La
pietà o la solidarietà sono sentimenti encomiabili, ma da
soli non producono poesia.
4- Neanche
a parlarne. Ci ho provato più volte (ci ho provato più volte?),
ma è stato sempre un fisco.
5- Mi sembra
che la domanda contenga già in se la risposta. Finché la
situazione rimarrà quella attuale, il rapporto tra Ungaretti
e Baudo (per Scalfaro va già un po’ meglio: le sue lunghissime sciarpe
compaiono piuttosto di frequente in televisione; anche per Zichichi non
va male, visto che, nonostante l’avviso di garanzia, continua a tenere
rubriche di divulgazione scientifica, sempre in televisione…) rimarrà
da dieci a dieci milioni.
6- Lo stesso
valore che hanno il circo equestre o il tiro con l’arco. Ma grazie a Dio,
ci sono ancora (forse ci saranno sempre) persone che seguono quel tipo
di spettacolo o che non sono appassionate a quel particolare sport. Tutto
sta a trovare uno sponsor che li aiuti a diventare più popolari.
7- Non so
se sia lecito chiedere a un poeta somme enormi per pubblicare i suoi versi.
Forse lo è, dal momento che vi sono poeti disposti a sborsarle.
L’importante , in questo caso, e che vengano assolti tutti gli obblighi
fiscali (con il fisco, oggi, non si scherza!).
8- Che esiste
un divario tra Nord e Sud anche nell’ambito editoriale ( e non soltanto
in quello) per quanto riguarda la diffusione della poesia, è un
fatto ineluttabile. Ma si tratta, in ogni caso, di un fenomeno irrilevante,
dal momento che anche i poeti più fortunati che pubblicano i loro
libri con i cosiddetti grandi editori, nella società attuale son
poco più che i fantasmi. C’è chi riesce a fare il fantasma
gratuitamente e chi, invece, è costretto a finanziarsi da solo questo
hobby. Quanto alle “difficoltà personali”, le ho risolte pubblicando,
quando posso, i libri a mie spese (a essere un fantasma in proprio, cioè).
Quando nel 1969Guanda inaugurò con il mio “Fétiche” la “piccola
Fenice degli italiani”, ricevetti un anticipo di centomila lire. Erano
altri tempi. Oggi i miei libri di poesia non hanno quasi mai un prezzo
sulla quarta di copertina.
9- Non mi
risulta che “un uomo della strada” (magari!) abbia mai letto un mio verso
o che abbia dimostrato il benché minimo interesse per una mia poesia
(penso che la stessa cosa potrebbero dire tutti i poeti interpellati: il
distacco tra poesia e lettore si va facendo sempre più incolmabile).
Se un giorno ciò dovesse avvenire (ma ritengo l’evento poco probabile),
cercherei di essere molto paziente e gentile con lui. Nessun atteggiamento
“en artiste” , ci mancherebbe altro. In fin dei conti, nessuno lo obbligherebbe
a starmi a sentire.
(maggio 1996)
1- Credo con
maggiore appello all’interiorità: quelle “parole del silenzio”,
nelle quali è il segreto di ogni vera poesia. Le parole di Manzoni,
verso la fine della sua vita, a Rosmini : “Tacere, adorare, godere”. Troppa
confusione, oggi, nei linguaggi, con il rischio dello svuotamento della
parola. Perché la Parola non riesce più- tranne rari casi:
penso a Mario Luzi e Luigi Cantucci – ad esprimere l’interiore delle cose.
Parola, come umanazione del Verbo. Che richiede capacità di ascolto
ossia silenzio interiore, nell’infinito abuso delle parole o dei mezzi
di comunicazione oggi. Spesso senza anima, senza pensiero. A volte anche
all’interno della parola religiosa. Forse la Chiesa stessa, la Poesia,
l’umanità è chiamata, oggi, al manzoniano “silenzio amico”.
Credo che su questa strada la Poesia possa ritrovare il senso di una nuova
“comunione” e, quindi, di ascolto: non solo nel terrore della violenza
a tutti i livelli, ma nei rapporti del quotidiano.
2- Credo che
entrambi le dimensioni, quella della poesia e quella della scienza, abbiano
lasciato un solco indelebile nelle coscienze: penso alla poesia di Pascoli,
o alle scoperte di Einstein, o alla scienza dell’inconscio di Freud. La
poesia può trovare nelle nuove forme del linguaggio scientifico
nuova espressione: la sua “durata” – il segno “indelebile” – dipende dalla
sua autenticità. Le rivoluzioni scientifiche – comprese quelle dell’inconscio
– possono essere una risposta a quelle nuove forme della poesia, che si
ritrovano, appunto, in poeti come D’Annunzio o Montale (quest’ultimo, nel
centenario della nascita: 1896-1996). Nella scoperta di un nuovo modo di
far poesia.
3- Poesia
e tragedia, spesso vanno insieme: poesia non è astrazione o disincanto,
ma partecipazione al dolore dell’essere: penso a Leopardi, a Borges.
4- Da giovane
ho scritto, in segreto, delle poesie: ormai perdute. Ora non è più
tempo. Non so scrivere in poesia.
5- Può
darsi: e tuttavia – proprio incidendo con le manzoniane “parole del silenzio”,
quelle vere, riflesso delle parole interiori, ossia della Parola- si può
incidere anche sul cosiddette “grosso pubblico”. Che poi non è così
“grossolano” come si pensa. Non è questione di “audience” o “share”:
ma di autenticità. La parola, quando è autentica, quando
è vera poesia, incide. Si diffonde anche nella solitudine o nella
infinita confusione dei linguaggi, oggi: visivi e non.
6- Ha valore,
se è poesia vera: sempre, anche- o forse soprattutto- nel male e
nel dolore dell’individuo e della storia. Compresa quella delle manipolazioni
della scienza contemporanea, a volte contro l’uomo.
7- Credo che
la poesia debba continuare per la sua strada: un cammino solitario ma che
ha una sua meta e funzione nel sociale. E può giovare all’umanità
8- Mi interesso
di saggistica e critica letteraria: i miei primi volumi li ho stampati
tutti a mie spese: ora tra adozioni e recensioni, in qualche modo ce la
faccio. In seguito vedrò.
9- Non sono
poeta: comunque se un uomo della strada mi chiedesse spiegazioni sul mio
lavoro letterario, cercherei di darle, assecondando la richiesta. Ma interrogandomi:
il segreto di uno scritto- poetico e non- per me è nella chiarezza
e semplicità, che richiede profondità (Deus simplex). E’
la mia aspirazione di sempre.
(maggio 1996)
La poesia non
si domanda, malvolentieri si interroga, preferisce piuttosto svolgersi,
dipanarsi nel cielo delle illuminazioni e delle riflessioni.
L’istanza
si appanna nel fiato del quotidiano, per cui l’insistenza con la quale
ci si trova nella querelle finisce per appiattire la lungimiranza, l’estasi
del dire e del fare poiesis.
C’è
una incapacità recondita e significante che balza netta delle caverne
dell’intuizione, dalla terra arata della creatività, con dislivelli
che si distendono come fianchi di femmine.
La ricerca
è intasata dalla pressione, dall’urgenza di manifestare ad ogni
modo, anche quando non risarebbe motivo alcuno per farlo, anzi occorrerebbe
esattamente il contrario.
Il silenzio.
C’è
sempre chi si attarda dietro la siepe del tempo e scarica la sua mitragliatrice
di idee, di pensieri, di emozioni, di sensazioni, ignorando aprioristicamente
il fervore situato nelle pieghe del vento.
Forse.
Una tantum
necessita lasciarsi andare, far vibrare le corde, non appisolarsi ai rami
dei cedri, aspettando che la salsedine del solleone roda i tarli della
memoria e gli aquiloni del futuro.
Forse.
Al di la e
al di sopra di tutto, degli spazi siderali, delle voluttà inconsce
che si annidano all’interno di ognuno, resiste la smania di lucidare a
nuovo i tappeti dell’esistenza, da offrirsi nudi al palpito della intelligenza.
E così
l’ormai dimenticato “matto del paese” si trascina nelle interrogazioni,
spesso infruibili e prive di uno sbocco verso gli oceani della vita.
E nasce il
trivio fra cultura accademica, underground e internet: la pagina non sa
dove collocarsi, perché e come. La virulenza delle immagini non
si pone ultimatum, tutt’altro; i mass media sfornano a getto continuo,
assillante, proposte (in)decenti, dove i vip fanno a gara per non riconoscersi,
per oltraggiare le proprie coscienze.
Cosa può
poiesis in un mondo che si “altera” che si “gonfia” e si “sgonfia”, che
si “compiace di manipolazioni”, insomma è proprio necessario che
questa creatura si misuri lungo le altezze di superbe cime?
Gli abissi
allora si spalancano a dismisura, e la piccola pianticella rammemora la
brina del mattino, la luce ferita del sole di mezzogiorno, la assopita
carezza di uno spicchio di luna che alimenta dietro i vetri i sogni secolari.
E’ questo
il suo “valore”, oppure l’altro, quello di aprire le porte alle “funzioni”,
alle “casseforti” della Storia, ai “contesti” in cui si è mossa,
prima, ora, e come si muoverà domani.
La pazienza
diviene sempre meno attenta, e allora c’è il rischio – non improbabile
e neppure immotivato – che divenga (in)pazienza.
Davanti, sempre,
quell’ “in”.
Insomma “luogo
dell’essere”, “buco della ragione”, e così a snocciolare le definizioni,
le interpretazioni, assiomi, dogmi.
Nessuno se
la sente di definire, di concludere il “patto di sangue”, ognuno preferisce
e opta per l’ “assenza”, quindi una IN-presenza, sofferta e coltivata nei
reticoli del tempo e della società.
Una società
che si dice civile, che ignora però il traffico clandestino degli
affamati che non possono mangiare, eppure lo desiderano, lo reclamano a
viva voce. Così la parola passa inessenziale, presenza non gradita
nelle albe dei giorni, imperscrutabile e perciò stesso più
vivibile del momento che ci troviamo di fronte a qualcosa di sconosciuto.
La sua stessa
(in)coscienza è la strada migliore per capire, per afferrare a tutto
tondo il fiato lungo che si snoda sui prati dell’esistenza. E l’inatteso
si somma, si moltiplica e “distribuisce” la sua ricchezza ovunque.
Il territorio
è Altrove. I “passi perduti” si riconciliano. Non importa se a muoversi
è il professore o il contadino, la media borghesia, la verità
è dentro la ragione di quell’Altrove.
La recita
si sviluppa dentro e oltre, ma è proprio allora che Narciso
spezza la sua immagine nelle acque melmose, frantumandola, tentando di
specchiarsi Altrove. Il bisogno lo spinge a rifiutarsi, ad annullare la
timbratura dei secoli, passando dall’Ufficio dell’inutile a quello dell’Essere,
un calco a ceralacca dove il sigillo è la parola frenetica, lo stormire
dei pensieri nell’improbabilità del Giorno.
Concludiamo?
No, neppure per niente. E “buon sia” per i posteri.
Taranto 17
marzo 1996.
1- Se non ricordo
male, in uno dei suoi libri memorabili, Elias Canetti scrisse che se la
poesia servisse a qualcosa dovrebbe essere in grado di fermare la guerra.
Eravamo in prossimità del secondo conflitto mondiale. Ho pensato
molto e spesso alla frase di Canetti e mi sono alla fine convinto che il
senso della poesia è proprio quello di non farsi ascoltare. Non
c’è perciò da intervenire in alcun modo, non sono gli altri
incapaci di farsi ascoltare ma è la natura della poesia che è
contro qualsiasi forma di comunicazione, tout court. E poi la poesia si
fa, non si legge!
2- La poesia
a fronte della scienza. È un antico ritornello irrisolvibile. Certo,
quando si parla di chi ha fatto grande un paese si citano Goethe, Shakespeare,
Dante e quasi mai gli scienziati; questo accade perché Keplero,
Newton, Marconi, Freud e Einstein sono appena un anello della infinita
catena dell’evolversi della materia, seppure attraverso l’intelletto e
lo spirito, e invece gli artisti sono un sospiro (della materia e dell’antimateria)
senza tempo e senza spazio. Naturalmente si può dire ciò
e il contrario di ciò o cose simili. Forse il segno indelebile non
lo lascia nessuno: “a pensar come tutto al mondo passa/ e quasi orma non
lascia”.
3- La poesia
può accostarsi a una tragedia, quale che sia, riuscendo a cogliere
nella tragedia quel che v’è di perenne nell’errore, nella malvagità
e nel dolore e a renderlo motivo di canto. Ma poi chi usufruirà
di questo canto, di questo avviso? Nessuno, come ho detto nella prima risposta.
4- Un volume
di poesie può inserirsi ovunque e bisogna fare l’inserimento ogni
volta che capita l’occasione. Può darsi che un ingranaggio impazzisca…io
credo molto nell’errore, nella causalità.
5- Perché
un poeta dovrebbe porsi domande simili? Fra qualche tempo nessuno saprà
più distinguere tra un cantante e un calciatore, tra un poeta e
un presentatore televisivo. Lo dico senza tristezza, ne prendo atto. Del
resto mai nessuno ha saputo, anche nei tempi passati, perché bisognava
leggere un poeta. Non è cambiato nulla, l’uomo è ancora,
aveva ragione Quasimodo, quello della fionda e della pietra.
6- Forse un
valore consolatorio. È evidente che mi riferisco a chi scrive poesie
e non a chi le legge. E poi, c’è veramente qualcuno che le legge?
I filologi, ma quelli sono mendicanti di accenti, di fonemi, di apostrofi.
7- È
un rapporto talmente privato quello delle case editrici che chiedono somme
di denaro agli autori che parlarne significherebbe emettere un giudizio
morale laddove interviene soltanto e semplicemente la libertà individuale.
Personalmente, lo sanno tutti, io penso che ognuno si gestisce come più
gli aggrada, a patto poi di non pretendere, come un mio amico analfabeta,
di essere insignito del Nobel.
8- I più
caustici epigrammisti del nostro secolo hanno sempre affermato che non
v’è opera più inedita del libro di poesie edito. Tuttavia
io non ho mai incontrato difficoltà per i miei volumi; so però
d’essere stato fortunato.
9- Se un uomo
della strada legge una mia poesia e poi mi domanda una spiegazione qualsiasi
io gli rispondo che sta perdendo il suo tempo e gli consiglio di pensare
ad altro: la poesia, se qualche volta si rivolge a qualcuno lo fa verso
le anime che non pretendono e non hanno bisogno di spiegazioni. E poi,
perché un uomo della strada dovrebbe leggere una poesia, mia o di
altri? Per ordine del medico curante?
aprile
1996
È provocatorio
il tono generale di queste tue domande (?): bisogna dunque rispondere in
modo altrettanto provocatorio, anche perché non si riduca questa
tua lodevole inchiesta al solito scambio di bolle pontificali da "poeti
laureati"…
Pontificano
sull'inesistente i poeti laureati.
Risponderanno
davvero tutti gli invitati a questa indagine? e leggeranno poi le risposte
degli altri? io sì - per correttezza e curiosità - ma ho
paura che Qualcuno (la maiuscola se la mette da solo) non si degni di conoscere
il parere dei minus habentes. Se quindi plaudo all'iniziativa, ho pure
la sensazione che pochi applaudiranno me - né avranno a dolersene.
Che senso
ha chiedersi (ancora, o proprio ora) chi provochi maggior risonanza fra
Carducci e Marconi? Quale sia il ruolo della poesia, della parola, nell'epoca
dell'immagine; quale potere abbia la carta stampata a pagamento contro
coloro che sono pagati per convincerci a non leggere (tanto bastano loro,
con le loro telefandonie, per mandarci a dormire più rilassati)?
D'altronde, non volendo scomodare le più trite riflessioni sulla
missione dell'artista, sull'esigenza interiore di comunicare comunque,
di darsi per amore del prossimo anche al prossimo che non comprende, in
attesa di una conversione di massa che non ci sarà... proviamo in
qualche maniera a dire (non soltanto a dirci!) parole che sappiano di parola,
che siano lievito, che facciano crescere.
1 - Carducci,
Pascoli, d'Annunzio / Freud, Marconi, Einstein: in questi due gruppi sembra
si possano scorgere due maniere di incidere nella cultura, ma chi lascia
un segno indelebile?
Se c'è
una sola Cultura, tutti lasciano il proprio segno, tutti quelli che lavorano
per la Cultura. Se le culture sono diverse (ma almeno contribuiscono in
vario modo a costituire la Cultura) il discorso rimane ancora valido. Se
infine la cultura è il bene privato che il singolo custodisce e
coltiva, allora forse - ma forse è un po' di parte - la poesia lascia
un segno dentro che non alterano o cancellano le scoperte scientifiche.
È più immediato comprendere il bene fatto da Marconi all'umanità
con le sue scoperte, ma è più umano scoprire l'intimità
che ci accomuna alla sofferta denuncia del male trasmessa dal fanciullino
pascoliano. La relatività di Einstein mi fa capire che il tempo
non passa, ma è d'Annunzio a farmi uscire - virtualmente, si direbbe
oggi - dal tempo, con la sua "favola bella"... e lo preferisco (ma era
una risposta così personale che volevi?).
2 - Tra la
cultura accademica e la cultura underground ed internet: riusciresti ad
inserire un tuo volume di poesie?
Aspettarsi
l'interessamento della cultura accademica per un autore eclettico e periferico
qual io sono (e ostinato a rimanerlo proprio per non essere etichettato
come accademico), è per lo meno futile. So di stimati critici che
hanno i miei lavori sui loro scaffali - e sanno di averli - ma non trovano
il tempo di leggerli (salvo lodevoli eccezioni). Probabilmente l'informatica
è il nuovo underground: fuori dalle cantine della pseudo avanguardia,
che ha finito per lamentarsi con se stessa, si può entrare in ogni
casa, si possono creare circuiti privati di comunicazione e farsi conoscere,
per di più in tempo reale e senza intermediari, da un potenziale
'grosso pubblico'. E' da pensarci davvero!
3 - Dalla seconda
guerra mondiale alla Bosnia e Cecenia: come potremmo interferire con il
segno della poesia contro l'incapacità di ascoltare?
Non è
tempo di lamentazioni, ma è sicuro che tocchi sempre all'arte sollevare
il velo, scrostare il muro dell'indifferenza? Ascolta chi ha orecchie per
intendere, e intendere non può chi non prova... Educare, piuttosto,
bisogna, fin da piccoli, alla parola (a leggerla e ad ascoltarla), in famiglia,
a scuola: questo sarebbe un rimetodo, anche per rompere il perfido dominio
dell'industria massmediatica alla quale importa vendere prodotti scadenti
purché, appunto, di massa. Bisogna insistere. Se riusciremo a convincere
i piccoli lettori che si cresce in autonomia solo leggendo e rendendosi
conto dei mille modi in cui è stata detta e ancora si può
dire l'espressione più comune: ti voglio bene! Non sarà facile
invece convincere a leggere poesia gli integralisti o i kamikaze islamici,
né i venditori di armi che vivono della morte procurata: è
del poeta però ancora il compito di testimoniare - improduttivo
forse nel breve tempo, ma certamente (com'e sempre stato) portatore di
luce futura - qualcuno, un giorno, leggerà, saprà, capirà.
Sempre meno, ma è ancora possibile.
4 - "Diciotto
anni: muore di parto - avviso al ginecologo": come può accostarsi
la poesia ad una tragedia?
Nella poesia
del nostro mondo è già la tragedia del quotidiano assistere
senza poter intervenire. Che altro, se non, come appena detto nella risposta
precedente, testimoniare una presenza che sia frutto da cogliere per coloro
che verranno? Inutile pertanto chiedersi come intervenire nei drammi comuni:
a chi interessa leggere di un dramma non suo? il poeta è nei drammi
di tutti, anche se detto così può sembrare una boutade o
una scappatoia - ma una parola espressa vale solo in quanto lo è,
o ha bisogno di essere letta, capita, metabolizzata...
Povere le
parole del poeta, se non leggono cuori:
io credo nella
parola quando è lievito.
Voce d'uomo
per l'uomo, ma forse di uomini ce ne sono sempre meno e sempre meno disposti
ad ascoltare voci d'uomo.
5 - 1950/2000.
Quasimodo, Ungaretti, Montale / Baudo, Zichichi, Scalfaro; ancora un confronto
che non tocca gli addetti ai lavori; ma il grosso pubblico dà ascolto
soltanto a Baudo?
Sembra pure
banale, ma il problema è come raggiungerlo il cosiddetto grosso
pubblico. Forse il grosso pubblico leggeva l'odi et amo e il carpe diem?
eppure nei millenni avvenire quella poesia ha avuto il grosso del pubblico.
Forse fra cento anni pochi ricorderanno Baudo e lo stesso Scalfaro, chissà,
Zichichi… Inutile credere e predicare che ci sia una richiesta di poesia,
se non ci inventiamo la poesia multimediale, se chi crede di scriverla
non comincia anche a leggerla, se non offriamo agli studenti un'immagine
meno convenzionale del poeta, dai classici ai nostri contemporanei... La
parola del poeta non ha comunque bisogno del grosso pubblico, ma si contenta
di esistere e rimanere - è una battuta, ma bisogna piuttosto che
sia grossa la poesia: il pubblico, quello vero, modesto ma che dura, verrà.
6 - Quale valore
può avere la poesia in un contesto sociale che è protagonista
di "labbra e seni al silicone", di "uteri in affitto", di "manipolazioni
genetiche", di "Alzheimer sempre più diffuso"?
Non ci casco
anche se so che la risposta giusta è… la poesia dovrebbe recuperare
i valori di genuina umanità e il poeta non dovrebbe sporcarsi le
mani e nemmeno la bocca partecipando al bla bla di moda (neppure se lo
chiama Costanzo in tv). Ma... Certo le tette siliconate delle nostre maggiorate
fasulle non saranno degne di bagnarsi nelle "chiare fresche e dolci acque"
nelle quali "l'angelico seno" di Laura ispirava ben altri sentimenti che
le sconce voglie nascenti da certe giacche aperte a mostrare preziosa lingérie...
Non ho mai scritto una poesia per la Parietti o la Dellera... ma non ho
paura delle manipolazioni genetiche: sono tutte (anche la Parietti e la
Dellera, in certa 'misura') frutto della scienza, e la scienza è
progresso, è l'uomo che cresce. La poesia pure, anzi, ha cominciato
ad essere manipolata già da un bel po', e gonfiata e affittata (e
per la mia vecchia idea che la poesia è 'maschia', in quanto seme
che feconda, sono proprio convinto che il suo 'utero in affitto' sia la
mente del lettore). Tutta la retorica, comunque, è chirurgia della
parola - e solo per non fare pubblicità probabilmente nemmeno desiderata
conviene tacere dei tanti che nel tessuto linguistico operano da tempo
e con successo col bisturi del proprio codice espressivo.
7 - Nel divario
di potere editoriale Nord-Sud cade anche la distribuzione del volume pubblicato.
Hai trovato qualche difficoltà nel passato ed ancor oggi per i tuoi
volumi?
Non credo
in ogni caso che si tratti solo di potere editoriale, anche se mi dispiace
ammetterlo, come sudista orgoglioso figlio della Magna Grecia: al Nord
si legge e si compra di più. Io, sarà che sono sfortunato,
ho pubblicato al Nord e al Sud, con piccole/medie case editrici che non
mi hanno assistito molto. Di qua e di là dall'Oceano, diceva il
buon Orazio, i librai si arricchiscono se fiutano l'affare editoriale:
un libro si distribuisce se si vende. Quanto vende (e rende) un volume
di versi? Reggerà anche la scommessa mondadoriana dei Miti, se invece
di Ungaretti e Dickinson proporranno Accrocca e Rosselli? Un noto editore
del Sud, rifiutandomi gentilmente la pubblicazione in una collana scolastica
delle mie traduzioni dai lirici greci, osservava: "professo', ma gli alunni
vostri se lo comprerebbero il vostro libro?" (dovetti rispondergli: no).
8 - Moltissime
case editrici chiedono al poeta enormi somme per la pubblicazione di un
volume E' lecito? Se versassimo tali somme a gruppi sociali meno abbienti?
Alcuni di essi sono lontani un miglio dagli interessi poetici perché
afflitti dalla fame, ma nascondono anche dei valori e dei sentimenti inattesi.
Ogni sfizio
ha il suo prezzo: chi se lo vuole togliere, sa che deve pagare. Sarebbe
più interessante, ma sarebbe un altro discorso, quello della promozione
dei meritevoli, scelti poi da chi e pubblicati da quale coraggioso editore?
Ogni tanto mi chiedo - ripensando a quel noto critico che mi invitava a
lavorare in eremitaggio - quale sia la funzione del critico, se non quella
di scoprire, e proporre alle case editrici, gli autori da pubblicare, da
leggere (invece di continuare a reclamizzare quelli già letti, che
comunque si leggono e vendono... ah, già, vendono, quindi convengono,
eccetera). Il problema degli affamati che non hanno interessi poetici è
alquanto ambiguo - o mal posto in questo caso: non è che il poeta
possa materialmente avere il compito di sfamare i poveracci (pur essendo
io convinto dei loro sentimenti rispettabilissimi)... Riuscisse almeno
a soddisfare gli appetiti intellettuali e i bisogni spirituali di chi gli
è più vicino. Sarò ancora un po' elitario, ma non
credo che, devolvendo ai poveri le decine di milioni spese in un quarto
di secolo per pubblicare i miei libri e per leggere quelli degli altri,
avrei risolto realmente qualche problema sociale in più. Mi basta
- se ce l'ho fatta - aver sollevato ogni tanto qualcuno dalle sue pene
esistenziali.
9 - Un uomo
della strada che ha letto una tua poesia te ne chiede una semplice spiegazione:
come reagisci?
E' l'ovvia
appendice della risposta alla domanda precedente. Magari fosse davvero
l'uomo della strada a chiedermi seriamente spiegazioni di una mia cosa!
Significherebbe che l'uomo della strada legge poesia; legge la mia poesia...
Non importa comunque molto chi e perché mi legga: scrivo, continuo
a scrivere perché sono convinto che la mia esperienza esistenziale
e il modo in cui ne parlo possano rivelarsi altrui. Scrivo con la presunzione
di essere utile, a chiunque abbia voglia e coraggio di misurarsi con se
stesso, con la sua voce: in me, nel mio vivere, nel mio dirglielo, deve
trovarsi, riconoscersi - se è di strada o di salotto, è pressoché
indifferente, per quanto, considerato il mio modo di scrivere, è
più probabile che mi comprenda uno che abbia già letto altre
cose.
In conclusione,
con un pizzico di polemica ironia: interroghiamoci pure tutti insieme e
facciamoci portavoce presso il pubblico delle lettere di queste nostre
risposte, utili segnaposto per capire chi siamo, ma non facciamoci spaventare
da uno specchio che va diventando altro da quello che vorremmo: noi saremo
comunque il saltimbanco dell'animaccia loro (che lo vogliano o no).
Gaeta, 19
marzo 1996 ("malinconie di sangiuseppe")
1- Salvo rarissime
fortunate eccezioni storicamente individuabili (esempio classico: Majakovskij
e la rivoluzione russa), la poesia – essenzialmente prodotto “inutile”
dell’intelligenza – non può avere alcuna influenza “diretta” sulle
vicende collettive e politiche, per le quali van meglio ovviamente la pubblicistica
politica, l’azione concreta eversiva, di resistenza o umanitaria. Grande
invece può essere la presenza “indiretta” della poesia sulle vicende
del mondo. La poesia rivoluziona i linguaggi manieristici e oppressivi,
e un popolo (ma, oggi, dov’è?) che partecipasse a una tradizione
di “grande poesia” (e, nel complesso, di grande cultura) sarebbe un popolo
“moralmente forte”. Ma anche in questo caso non mancano le eccezioni e
le strumentalizzazioni: si pensi a Wagner e all’uso che ne fece il nazismo.
Conclusione: lasciamo che la poesia “pensi a se stessa” e i pochi uomini
che la leggeranno “saranno sicuramente diversi”.
2- Poeti,
filosofi e scienziati lasciano tutti segni indelebili. I poeti e i filosofi
li lasciano silenziosamente e sotterraneamente, e la loro “parola” non
muore mai. Gli scienziati li lasciano immediatamente, o quasi, esaurendo
nelle tecnologie prammatiche la carica eversiva delle loro idee e delle
loro scoperte (sempre parziali e temporanee).
3- La poesia
si accosta alla tragedia come “crisi”, proponendosi “totalmente” nella
sua specificità di “perpetua parola di crisi”. Il fatto scatenante
varrà solo come “pre-testo”.
4- Accademia,
underground e internet, e quant’altro, forniscono solo mezzi diversi di
comunicazione. Un mio libro di poesie, a seconda delle circostanze, potrebbe
servirsi di qualunque di questi mezzi per risolvere la sua naturale esigenza
d’essere conosciuto.
5- Il problema
è sollevato dall’uso scorretto (ma volgarmente utilitaristico) dei
mezzi di comunicazione di massa. Per ora il Grande Fratello ha vinto. E
popoli (o masse, o grosso pubblico), irretiti dalla volgarità organizzata
ed economicamente proficua, hanno perso la loro capacità creativa
autonoma, un tempo ispirata dalla … e ispiratrice della …grande poesia.
6- La poesia
“è l’estrema sintesi della parola e del suo discorso”. Il suo valore
(assoluto e totalizzante) può essere contingentemente offuscato
da certi “processi culturali” deviati e devianti. Tuttavia, anche nella
clandestinità il suo valore rimane inalienabile, perché è
il nocciolo duro della mente, cioè della fisiologia e della biologia
dell’uomo nella complessa e complessiva e misteriosa vicenda cosmologica.
I “fatterelli” quotidiani e gli eventi storici, buoni o cattivi che siano,
passano: il “segno sintetico e materico e sensitivo (poesia) della presenza
dell’uomo nell’universo, resta”.
7- La poesia
ha sempre vissuto di mecenatismo e autogestione. Non è mai stata
mercificabile, ed è bene che sia così. Le speculazioni dei
falsi editori, soprattutto sugli esordienti, sono ovviamente condannabili.
Ma il costo del mecenatismo sincero e appassionato e dell’autogestione
non può essere trasferito sui costi dell’assistenza e della solidarietà:
la cultura e il pane hanno lo stesso peso nella esistenza dell’uomo. Non
ci può essere l’una senza l’altro, e viceversa. Il problema della
miseria materiale non è di pertinenza della “caritatevole buona
volontà” (concetto farisaico-cattolico-demagogico), bensì
di una radicale rivoluzione nella gestione dei beni della terra. In quanto
ai popoli afflitti dalla fame posseggono sempre una loro radicale cultura
poetica di grande valore (che purtroppo, paradossalmente, arrischiano di
perdere proprio con quella colonizzazione occidentale che dà loro
l’illusione di un modo meno tragico di vita).
8- La distribuzione
editoriale della poesia è “ovunque” un problema irrisolto e comunque
legato alla stessa natura non utilitaristica della vera poesia. Alcune
motivazioni di questa situazione si trovano nella risposta alla domanda
numero 5.
9- Nell’attuale
situazione è difficile che un uomo della strada (colpevole in primo
luogo la scuola) legga anche accidentalmente una poesia mia, o di Zanzotto,
o di Sanguineti, o di altri. Non conosce me, né Sanguineti, né
Zanzotto, né Spagnuolo, né altri… della stessa “razza” (al
di là dei singoli intrinseci valori). Mi capita di cercare in varie
occasioni ( in incontri programmati o sui luoghi del lavoro o del tempo
libero) di discorrere di poesia con “l’uomo della strada” e allora più
che fornirgli la mia interpretazione di una poesia, cerco di approfondire
con lui le specificità della poesia, e l’approccio alla sua valenza
“fisiologica” e insostituibile.
- Caro Antonio
Spagnuolo sino a qui le mie nove risposte al tuo questionario, ma io ne
aggiungo altre tre (domande/risposte) … che mi faccio per conto mio.
10- “Che fare
per intervenire positivamente su questa disastrosa (ma non
nuova!) situazione?” – Scrivere in silenzio e lavorare cocciutamente (accantonando
ogni perplessità) sulla parola, a livello creativo e critico. Non
perdere occasione per rendere pubblico (in particolare nella scuola e nell’università)
il problema della poesia e il valore della sua naturale essenzialità.
Ogni uomo ha tanta poesia in se (nel suo flusso sanguigno e metabolico)
di quanto non creda o sappia. Ogni uomo, in estrema sintesi, è poesia.
11- “Questa
battaglia non è impari e illusoria di fronte alla devastante forza
dei mezzi di comunicazione di massa”? – E’ impari. Ma va comunque combattuta.
E non bisogna perdere occasione astutamente dei mezzi di massa. Ora per
esempio, l’inserimento in internet, là dove sia possibile, della
poesia e delle sue problematiche non va assolutamente trascurato.
12- “Questi
problemi riguardano solo la poesia di parola?” – No. Riguardano ogni genere
creativo. Cioè riguardano la qualità di ogni genere, fino
alla pubblicità, alla moda, e al rock.
(marzo 1996)
1) Ah, la poesia... Se potesse "Intervenire contro la incapacità di ascoltare"! Ma forse già lo può, già "interviene'' presso chi è già capace di ascoltare (mi dico). Questo è già il "miracolo" il suo enorme potere: di ricordare , di rammentare (Tutto, Molto, Qualcosa) in chi è capace di ascolto. E gli altri? E chi non è capace? Vi hanno tentato religioni, filosofie, ideologie, ideali, pensatori, santi, profeti, eppure... Può (davvero) la poesia compiere anche questo miracolo ? Non so (o - peggio - non credo), Perché non bisogna credere, non bisogna mai credere che la poesia sia fatta (sia portatrice) di buoni sentimenti, né di buoni pensieri. La poesia è fatta di poesia: ed è già tutto. Però, però, se si cominciasse dai bambini, se si cominciasse da bambini a sentire, a pensare di più, e meglio e in proprio, e meno egocentristicamente... Ma non parliamo (ohibò) di scuole di poesia: scuole, spesso, di vanità e dì buone intenzioni. E basta. Rifondare, "riformare" la (singola) coscienza, le (comunitarie) coscienze è opera lunghissima, complessissima, globale. Dunque, forse, cautamente, anche traverso la poesia. Ma non facciamone la panacea di tutti i mali. Non santifichiamola (per carità), per renderla più inaccessibile e - dì fatto - solo innocua: solo perniciosa vacuità.
2) Chi lascia "un segno indelebile"? Apparentemente di più la seconda triade, quella per così dire - scientifica di contro a quella "umanistico-letteraria". Ma poi, riflettendo meglio, direi di no ad una tale contrapposizione (semmai, farei altre triadi: che so? Leopardi/Dickinson/Lee Masters o Kafka/Beckett/Gadda o Caproni/Rosselli/Landolfì o Zanzotto/Moore - Marianne,' ga va sans dire/Celan, o... o... Tutto, tutti lascia/lasciano un "segno indelebile": bisogna vedere come, a che livello, in chi. Soprattutto la cultura (umanistica o scientifica: no: umanistica e scientifica) prevede una delicatissima e insieme amplissima indagine sulla quale riflettere a fondo, anzitutto per capire che cosa s'intende per "cultura". Dobbiamo metterci d'accordo su questo.
3) La poesia può (anzi direi "deve") "accostarsi ad una tragedia" non tanto perché essa stessa è (spesso) frutto di una (personale) minima o massima tragedia (questo devierebbe tragicamente li discorso: e allora la poesia satirica? la poesia giocosa? la sperimentazione ludica? il surrealismo? ecc. ecc.) quanto perché niente di ciò che è umano dovrebbe esserle estraneo: dunque anche una tragedia (personale o collettiva), ma non in senso prioritario o privilegiato. E mai in senso sacrale, sublimato, bensì molto concretamente, molto prosaicamente, prosasticamente. E' arrivata l'ora di farla finita con la poesia superiore (o comunque distinta) dalla prosa, con la tragedia superiore (o distinta) dalla commedia, dalla satira, e così via. Credo sia proprio arrivata l'ora della fine degli steccati: anche in letteratura.
4) "Inserire"
dove, please? In una delle tre culture ipotizzate ("accademica": per "pochi
eletti": eletti da chi?. "Underground": esiste ancora? Non credo: non,
almeno, come ,.alternativa" a qualcos'altro, ma come la cultura che non
ha accesso ai successo, o ai mass media o... la cultura letteraria, la
letteratura o è "di qualità" o non è, senza più
aggettivi. internet? Una cultura forse davvero "globale", ma Internet non
è solo un mezzo? 0 dev'essere considerato soprattutto un "fine".?
A questa seconda ipotesi io, francamente, non riesco ancora a credere).
"Inserire"
un mio volume di versi in una delle tre culture? La domanda - a mio avviso
- non è molto chiara. Un libro di poesia, se di poesia (e non d'altro)
si tratta, dovrebbe (almeno teoricamente) non "inserirsi" quanto "farsi
ascoltare" (vedi domanda n. 1). Se non vi riesce, è proprio inutile
che voglia o possa "inserirsi".
5) Sì, ancora due triadi (tra le moltissime possibili). Ma (mi sono sempre chiesta) chi è il "grosso pubblico"? La cosiddetta "massa" (quella di cui si dice quando si parla di "cultura di massa")? Quella di Massa e potere ? Quella degli stadi? Quella che fa "opinione di massa"? 0 quale altra? Ma anche gli "addetti ai lavori" non danno (ad esempio) ascolto a Quasimodo come a Montale? A Ungaretti come a Scalfaro? 0 vogliamo dimenticarci le cosiddette (e sacrosante) "parti sociali" le "classi" (magari di idee), le "parti politiche" e così via? Dunque, può magari avvenire che qualcuno preferisca dare ascolto a Ungaretti e a Zichichi, e un altro (che so) a Quasimodo e a Scalfaro. 0 (perché no?) anche a Baudo (fenomeno televisivo quant'altri mai: dovremmo chiedere ai grande Enrico Ghezzi). E magari avvenire che altri giurino sull'accoppiata Montale/Scalfaro, ecc. ecc. Quale e quanta casistica si dà solo fra due paia di triadi. Davvero le vie dei gusto (e della coscienza e della sensibilità ecc. ecc.) sono infinite...
6) Non contrapporrei affatto uteri a poesia, seni ai silicone a poesia, morbo di Alzheimer a poesia. insomma, non contrapporrei mai e poi mai niente di niente alla poesia. Non ci potrebbe, ad esempio, esserci poesia sul morbo di Alzheimer? 0 poesia dedicata ai problema delle manipolazioni genetiche? 0 poesia dedicata a chissà quant'altro? Sarebbe assai grave, sarebbe tragico se la poesia non riuscisse a "stare al passo coi tempi", come si dice. E nel nostro tempo le cose summenzionate sono parte integrante della realtà. 0 la poesia è anche realtà, o non è. (Certo, una realtà totalmente intrisa, mescolata, coniugata con la più totale e libera e sfrenata e "virtuale" delle fantasie e delle realtà).
7) Credo proprio non sia lecito che molte case editrici ("anche di etichetta") chiedano somme enormi a chi vuole pubblicare i propri libri di poesia. Credo ci siano troppi che magari cercano di arricchirsi con il lecito (questo sì) bisogno dì "farsi ascoltare" da parte di autori che, oggi, in Italia, non trovano assolutamente editori, se non a pagamento (ancor peggio dei denaro, ci sono altre forme di compra-vendita: personale, politica, accademica, di sudditanza di svariati tipi). Ma la poesia come si fa a venderla? Bisognava proprio aspettare i mitici "Miti" di Mondadori per accorgersi dei boom della poesia? E' un cane che si morde la coda. Si vuole che la poesia "entri" profondamente in un tessuto sociale, in una società, e poi non si sa che fare, come fare? Andrebbero davvero ricostruiti tutti i nessi letteratura-società, poeti-pubblico, autori-editori, cultura-produzione, ecc.
Quanto poi a versare le somme che un autore il più delle volte spende per autopubblicarsi, beh, questo è tutto un altro discorso. Avremmo, allora, "Poeti nazionali" (e magari internazionali) belli e benedetti, pubblicati e pubblicizzati gratuitamente magari dallo Stato (o da chi per lui) e tutti gli altri cosiddetti poeti assurti a santità di meravigliose (e augurabili) opere di giustizia, veri e propri Robin Hood della situazione. (Ma allora, mi chiedo, gli altri, i Veri Poeti, i Poeti con la P maiuscola, sarebbero dei volgari menefreghisti, o darebbero ugualmente il proprio contributo sociale, tanto più arricchiti dalla strabocchevole vendita delle loro opere da parte dei Veri Editori?). Come si nota, è un caos notevole. 0, meglio, un notevole casino. Una casistica tutta da verificare. Soprattutto, davvero "virtuale" e fantascientifica. Ma, certo, sul fatto che molti/editori di poesia siano dei profittatori e dei ladri proprio non ci piove.
8) Ah, quello
della distribuzione (ai nord quanto ai sud, se si tratta di piccoli o piccolissimi
editori) è il problema principe dell'intera questione editoriale
che concerne la poesia. Credo che - legato alla distribuzione - ci sia
ancor prima il problema dei far conoscere il libro, ossia la pubblicità,
le schede informative e critiche anche sui quotidiani di grande tiratura
(quanti degli infiniti libri di poesia che escono annualmente in Italia
"passano", ad esempio, sulle pagine di "Tuttolibri", tanto per non citare
che uno dei canali letterari informativi senz'altro di molto vasta diffusione?
Contare per credere).
Se ho trovato
difficoltà per i miei volumi? Non solo ho trovato difficoltà
nella distribuzione, ma ho trovato e trovo tutt'oggi (dopo 35 anni di scrittura,
e circa venti libri di poesia pubblicati e auto-pubblicati) difficoltà
nel trovare un editore che non chieda a me (e a chissà quanti altri)
di sborsare molti soldi per un libro che poi non sì vede da
nessuna parte:
non solo in libreria, ma neanche da parte degli "addetti ai lavori". Che
mi/ci chieda soldi per un libro, di fatto, nato e morto. Noi (Gabrielia
Maleti ed io di Gazebo) abbiamo tentato di risolvere l'annosa questione
non promettendo nulla di falso ai nostri autori: la distribuzione in libreria
non avviene (sarebbero "promesse da marinaio") ma forniamo l'intera
tiratura dei libro all'autore, assieme ad un ricco indirizzario di critici
e riviste, per un invio "personalizzato" e di solito molto fecondo, se
il libro ha un valore letterario almeno discreto (al di sotto di questo
livello noi diciamo dei grandi e assoluti "no"). Così non vendiamo
illusioni e, soprattutto, ci permettiamo il lusso (un diritto/dovere) di
essere fortemente selettive nel pubblicare, proprio perché l'autore
. si paga le spese di stampa. Ma che almeno sappia di uscire in una Collana
che crediamo seria perché qualitativamente molto severa.
9) Lo assecondo
tentando di spiegare lo spiegabile; soprattutto tentando di spiegare (con
la maggiore modestia e semplicità possibili) che talora la poesia
proprio non si può spiegare. Raccontandogli che persino il suo autore
talora non sa che cosa ha scritto. Dichiarandogli, insomma, la mia quasi
assoluta ignoranza sulla poesia. Soprattutto, cercherei di assecondarlo
parlandogli "da uomo a uomo" (nei mio caso, "da donna a uomo"): con il
massimo dì emozione, ma anche con il massimo di non-enfatizzazione.
Per consentire, appunto, quel "tentativo di ascolto" che la poesia postula
(e anzi pretende). Gli direi, infine, che sono completamente solidale con
la sua (eventuale) ignoranza: con la scuola, la società, i mass
media che ci ritroviamo!
Marzo 1996
1- Bosnia e
Cecenia, cioè la storia, cadono come nomi nel discorso della poesia.
La poesia, che è ascolto dell’umano e del suo darsi in parola, che
è far nome diverso della cosa, assume tutto il dolore e la pienezza
di una situazione per figurarli nella propria forma. Se il lettore
è “ipocrita” è perché la poesia lo sorprende, lo abita,
e, nonostante la sua cultura, pone in lui i semi di un nuovo sapere. Che
è, anche, nuovamente ascoltare.
2- La scienza?
Il linguaggio scientifico pronuncia l’affermazione, la sua semantica è
denotativa, l’unità e irrecensibile. La poesia? Fa si che un segreto,
la parola, passi nelle parole. Così porta una voce misteriosa, si
fa portavoce non dei significati ma del senso. Qui l’enunciazione è
annunciazione e l’enunciato è annuncio. Un segno imprendibile, che
produce, anima, trasforma, non si può cancellare.
3- Dopo i
campi di concentramento e la bomba atomica sembrava assurdo dire, fare,
baciare la poesia. Non si ha realtà nel poetico, piuttosto reale
e immaginario. Una tragedia o ferita originaria lo inaugura. Non si accosta
all’errore ma lo incorpora. Questo farsi errore, errare del poetico, non
evita l’opacità del mondo, né la giudica. Conosce e sa: legge
la sua legge in un canto che di per se è salvezza.
4- La tripartizione
del modello è solo apparentemente discratica. Penso ad esempio ad
un mio piccolo testo, “piccoli dei”, pubblicato da una piccola editrice,
trasmesso e approvato dall’accademia culturale e ora sulla via della telematizzazione.
Non c’è un dove può camminare la poesia. Un come, si.
5- Il confine
dei media traccia una linea divisoria nel tempo della cultura perché
impositivo di nuove attese. Crea atteggiamenti, scene, folclori, contagi.
Baudo è oggetto d’ascolto e di consumi perché kit &
kat fantasmatico che ingrassa il pubblico. Perché tanto il pubblico
è “grosso”. Senza cannibalismi d’immagine la poesia parla in silenzio.
Parla il silenzio.
6- Il valore
della poesia è improprio. Non sta né nel protagonismo né
nel deuteragonismo. La sua strada non è di parte, semmai è
a parte. Non è a misura né del sesso né della
patologia. Incommensurabile, non fa merce né mercimonio.
7- Il gesto
della poesia è estetico. Il gesto della poesia è etico. La
parola dice e da. L’autore…?
8- I volumi
che portano il mio nome poi l’abbandonano. La loro parola comunica con
altre parole, parole di altri, in altre territorialità. Non fanno
mercato. Visitano gli amici e con loro si intrattengono. Infine si consumano
restituendosi al silenzio.
9- Davvero
ho trovato lettori sulla strada della poesia. Davvero abbiamo spezzato,
in umiltà, assieme, il pane del verso.
Aprile 1996