La Biblioteca
di Monsieur Teste
Edizione
cartacea del mese di febbraio 1998,
in mille
esemplati
Edizioni
Dedalus- Napoli
a Emilio Villa
O tu che
leggi
mia ipocrita
sorella che a me somigli
io di qui
null’altro tengo o tutto tengo
per dentro
o per mattìa che sale a guaio senza sospetto
qui nel
pastragno io solo un po’ alla larga
mi scapola
la voce
e dietro
ai passi sparla
la notte
che fui di sopra e ci ebbi notte
tra supplici
ingrati e le zitelle
tra becchi
porri e le giulive usanze
e muto
sì muto
che il
sole non mi impiastri e bruchi il cul
ma tu non
fare
che ancora
sgraffia il cielo e sbatte a mollo
e grama
nell’aria l’aria al saggio
che trova
gioia e a chi la perde
con che
frugagne o ingonìe ritorte mi morderò la coda
o mangerò
come si canta
se privo
di idiozia e senza pinze
si spappola
il nuovo e anche l’antico dietro all’antico
che l’antico
tolse
e mise
su un gran baldàno per domineddio
che ancora
ardisce gridare al tosco
fuggi fuggi
mentre fugge
ma io son
della tua terra io son campano
e non spero
di tornare perché non torno
dove la
notte si avvita e si contorce
e son carezze
e colpi d’anca e odor di sperma
ma tu lascia
qui mutande gregne e sbreffi
riposa
adagio nel tuo sonno e poi confessa
che vuoi
la luna a piene mani e vuoi un messàle
tu vuoi
una pamela di carta e di cobastro
tutto tu
vuoi purché sia tutto e già nel mezzo
e io condoni
di non aver né qui né là
di non
averci più stupidità
ora che
pari e patta per ogni dove
sul dritto
e sul rovescio io vengo al dunque
e senza
credere e anche credendo
che tu
credi che credo anch’io
vengo come
la pioggia con misura e con sgugni
quando
sgreta dalle nubi e dalle gronde
e mi tocca
versarla sul tuo volto e battezzarti
col nome
di un uccello o di un giullare
e potrei
per strigna con trepida dolcezza
convincere
anche te a vivere sputando contro vento
perché
io non spero dl tornare e già non torno
dove fui
più volte e furono molte le cose
che io
vidi e non comprendo
ma tutto
comprendere non si può
non è
giusto non si deve e non convéne
da chi
le sue idee le ha scialacquate tutte
divorandole
a colazione a pranzo e a cena
quasi uova
sbattute a nolo
o anche
idee
e così
pare che pare a me e a chi so io
che a distanza
in loco o per difetto
s’aggromma
su se stesso e fa suggello
senza fiatar
perché a fiatar la voce manca
i coglionati
della malsana scorticata istoria
che mite
et losca et imparziale
or dazza
e or impéglia quasi a dispetto
come già
mi urlò senza più amore
una che
d’amore amai e fui disdetto
o nini
o che tu fai o non t’avvedi
che la
Cina l’è una gran cosa ma pe’ Cinesi
e poi continuando
di fuori al foro
i libri
li hai letti tutti or qui sei triste
e quindi
vengo al quindi
mentre
tambura il cuore e il cuore della sera
si rampica
sul convento della Lobra e tra i miei denti
ed è
la sera che dolcissima ridonda
nelle curve
del bargetto e della tronna
e a manca
e a retro e già s’aggrugna e tinta
e salta
fuori e ancora lippa
e là
per dove
e là
per qui che brividi più non abbiamo
se non
a computo
null’altro
abbiamo o altrove l’abbiamo
noi che
dal nudo asilo siam nati ieri
ma siam
già fatti vecchi
ma cosa
siamo appena uno se la goda o spera
nulla sappiam
che siamo
o che ci
ho la gola secca che ci ha
chi ce
l’ha che non beve
o troppo
beve e come la gola
che come
la pietra che sono le mani tue e potrei dirti
se amico
mi fosse chi ti è amico
o anche
questo
è l’autunno
ma ora
basta
sfava la
rava e tira a coppa
di ramaglie
combricche e lustri a fondo
e su e
giù
in fuga
in largo e in tondo
finché
ti viene gusto
e carezzi
piano sì ma piano
per dopo
che dopo che dolci gli occhi e le parole
e i pomodori
rossissimi dell’agro
sì
ma piano
che sfrange
il vento e non ritiene
e il lungo
e il largo c’è da capire o altro c’è
che ancora
scampa e che sospetto d’altro
che altro
è dall’altro che è l’altro
che ancora
sfalla
e qui m’appunta
alla question mia prima
e anche
alla nona
ma tutto
tu hai
una casa
tu hai
padre marito
figlio e odor di buono
che come
il pane è buono che vien dal forno
e oro e
zacchi e ciuffi e treppe e glisse
sul divano
e dentro il letto
mentre
noi solo tarocchi deteniamo
e libri
di rarissima stupidità
per l’ora
che verrà che chi ce l’ha ce l’ha
che tracchi
il giusto il mite e chi pensa troppo
tracchi
la pulzella l’orefice e chi fa di sé guadagno
perché
la mano sfaglia e prende rocca
e musica
che mozzica è sovvenirsi
che assai
amammo e senza averne onde
noi che
ci condanammo tutto fuorché il patire
amore mio
dolcissimo
mia bubà
mea Betsy mea non credibile come-ti-chiami
che in
memoriam o in presenza pur mo’ svaneggi
ma che
diamine fai che ci dovevam lasciare
ma non
fare
ma no
ma fa tutto
o niente
che chi
ci ha empietà ci ha onore e urbanità
e sbregna
la gerla a quei che non abbocca
sbregna
la cosa e il fondo della cosa
la foglia
la diossina e la lumaca
perché
a rispondere la materia è sorda
e sordo
io che nato uomo uomo già fui e ancor lo sono
ancorché
non veda a che mi serva e come
piova o
faccia azzurro ogni mattino
e scroscia
la sgargìa sui nostri sensi
come la
trina il giorno sacro accolta
che sposa
fosti e or sei fatta matta
tra santi
berberi e gente un po’ cojona
che d’ogni
risma d’ogni cupa chiocca
danno a
sé rende il bene e il male altrui
e lustra
e svanvera e non sa darti sì o darti no
e così
sembra che così sia così
e d’ogni
finezza noi d’ogni malizia ci facciamo carico
o troppo
tardi perché rapini la vita all’ultima fermata
o dentro
la corteccia che c’è la polpa
che c’è
la substantia
che c’è
l’animula tremula et vulgivaga che c’è
la notte
che io trasumanai perché a doler ne avessi
con cose
da fare
e cose
che ad
ogni cosa si resta soli
a smoccolar
su santi e fanti
mentre
tu saluti come quei che ha fretta
per ingenita
premura
di recuperare
ciò che perde
e già
si pente che tarda e ancora più ritarda
tanto il
tardare piace
ed il pentérsi
d’essere così come si è
dove si
è perché si è che si è alla fine
o proprio
qui inizia
un altro
esperimento un’altra invenzione un altro mutamento
si è
nel pieno del nostro cammino
nel pieno
della guerra e della pietà
ed è
già gran tempo che sveggiamo
senza conoscere
che c’è
di là
dal qui e di la dal là e per di dove per di là
del garbuglio
del furore e dei presagi
che presaghi
siamo solo di ciò che non accade
e se accade
sì
ma lentamente
sì
ma a caso
ci strulla
e ci sondaglia così che è così
o è
solo la quotidiana sbugiardata voglia di un affetto
a farci
sventolare nel nostro cranio
nel cranio
della notte
che senza
quiete or mareggia e or s’impunta
l’alta
nobilissima metafisica notte
che scende
sui nostri corpi ignudi
scende
sulle poiane le cimase
e i preservativi
dell’epoca
la materia
lo spirito l’unità e la differenza
sugli sproloqui
belli che ieri ci illusero
e ancora
sproloquiamo e più non ci illudiamo
sulla bola
e sulla folla
che pulla
e ripulla per tutto e per nulla
la notte
di poeti santi e maghi
che di
sandracca e biocca si fa corvina e senza luna
e fa le
vacche nere e le fa magre
fa baldracca
e fa pantano
fa mattanza
e fa canappa
senza trampolini
ionosfera né puntelli
ma io puntello
sì
che sul più bello
o sul men
bello o sul bello che è sempre il bello
muoia Aldo
perché
ha profetato
e due donne
da far femmine sono affar serio
muoia del
suo serio e del cinismo
che ci
vuole a essere cinici e seri
muoia perché
è giusto che così muoia
chi d’ogni
batticuore nascostamente accaffa
chi se
la sbatte e dice sempre
tu vai
per le tangenti e già trascuri
il solido
spessore delle cose
che dà
bando alle tue ciance
e muoia
Maria
perché
lei mette becco
e due maschi
da far uomini non fanno colpa e conto
muoia del
suo bisogno e della morte
che ci
vuole per chi ne ha bisogno
muoia perché
è giusto che così muoia
chi si
liscia le gambe e ha il cuore in bocca
chi impara
maestà e la fa da parte
chi troppo
sa che nulla sa ma dice sempre
siamo tutti
uguali anche i diversi
muoiano
Carmen Elvira Raffaele Rosa Gennaro e il cane
chi è
maestro di fanfare e rappresaglie
chi ha
la gnucca calva e chi coi peli
chi l’io
ce l’ha intatto e chi diviso
chi fa
vero e chi fa falso
chi la
dà che le piace che piaccia a Dio
chi la
dà che le piace che piaccio io
chi di
morir ha voglia e chi non vòle
chi è
veneto di Florenzia o è campano
e anche
di Lecce
chi vien
d’Apulia di Soria o dalla luna
chi vien
di Marte di Venere e chi è di parte
chi fa
sì e chi fa no e chi non fa
chi è
chionzo e chi è paffuto
chi è
mencio e chi è sparuto
chi s’illude
per poesia per dogma o per donna
muoiano
tutti
perché
in molti e in tutti è bello morire
e anche
sbagliare
ora che
a sbarellare di già son pronto
e più
non spero di tornar perché non spero
e a nostro
danno penso e discerno che tu sii saggia
ma garba
ad un tempo e gaia
e qui mi
insegni
con quali
azioni invece di canzoni andremo a zizzole
se ognuno
si lissa come se stesso con se stesso
e tutti
lissiamo nel mondo come tutti
perché
insegnare tu mi devi
come sa
di sale l’amore altrui
o come
con che sale si ripaghi
se dentro
e con quanto zelo lavora il verme il mollo
né
ha discordia che ci ha la musica
che ci
ha la vita che la rovina
la scossa
e la pispiglia
senza gusto
e viene
giù un rutto
e tanto
per cambiare la tiritera che
è
chiaro che è inutile che è chiaro che aver sbagliato
non torna
a capo al punto o al tutto che è proprio tutto
e già
a buon punto e
a capo
e allora
andiamo
che la
via lunga è sempre la più lunga
se ad ogni
passo fermi il passo
e pensi
che altre vie ci sono
che sì
smarriti ora che l’età nostra è quasi piena
vie non
abbiamo se non questa d’andare
come quei
che va e ritien di stare
ora che
tocca l’ora della sera
e volge
il disio a chi ne è volto
e incrudelisce
il core che manco è d’ardore
e di prudenza
perché
a nulla resta o forse a tutto
o forse
tutto è nulla
e pari
quel che vendi e che tu acquisti
pari se
tu spacci e se commetti
e pari
noi che di troppo sentire siamo già sazi
anche chi
mai sentì né volle
che dalla
vita non ci ha il talento
non ci
ha il gusto e la perdenza
che ci
ha chi vuole e sente
e ci ha
se non talento almeno il gusto
che poi
lo perde
e perde
a soprassello anche l’olfatto e il tatto
che son
dei nostri sensi quelli più propri
e quelli
più
che più
non se ne può d’udire
e di vedere
e mai toccare
mai aver
né rancio o lezzo se non del nostro
che nostro
è dubbio se lo sia di iure oppur di fatto
o se non
sia di contro tutto un ghezzo
e nostro
è solo il nostro
ovvero
un flatus vocis ovver di ventre
o vero
è che è vero solo il vero e vero è
che arròsi
siamo e con paffuta solennità
a interrogarci
in do’
lo folle tempo sgugna e in do’ finisce
che ragione
comincia
o se comincia
che ci
comincia la follìa d’averci senno
e il senno
che ci ha la casalinga
che pesa
sale e pesa pasta e poi si sbizza
per noia
terrestre e intelligenza
che lievita
al fondo del secolo o dentro l’utero
da cui
tutti fummo gittati al tutto
uno per
uno
a far la
guerra
che si
fa chi s’ama
per morte
gaudio o carestia comune
ora che
a morte io t’amo
ed è
stagion de doler tanto
a ciascun
omo che di doler talenta
e per chi
no non c’è diverso
accidente
non c’è che per goder lo può mostrare
che torcia
il quotidiano e già soggòla
per strada
il dì di festa e dentro al cesso
noi che
tristi siamo nell’aria dolce
che da
noi s’attosca
e più
non abbiam cognitio o recusatio
ma il male
sì
quello
che è bell’e pronto né costa arra
quello
che non fa rischio e fa l’uomo dabbene
quello
che è male sì ma di necessitate viene che viene
quando
la vita inzolfa e mo’ grilletta
che poi
si grippa e annarca e fa la grisa
come ora
che per un po’ di fumo
e un po’
più di solo
s’è
matto il cervello e dà di baggio
il baggio
della quinta e della nona
il baggio
di chi si smangia il vivo e spella addosso
sì
che giunto all’osso
hoc est
al fondo
ma al fondo
fondissimo e fonduto
al fondo
di tutte cose di tutte umane cose
che movono
a tornar in do’ son rose
bene non
c’è né gioia
che c’è
il willie o più semplicemente il macht
che ad
uso mio e non di dio traduco verbo
e faccio
chiosa
che appena
ieri c’era ma or dov’è che più non c’è
e s’è
fatto accidente il mondo
e accidenti
tu che io chiamo amore
ma amor
non hai
che ti
falla col verbo anche il valore
e non ci
hai vertute e canoscenza che son le qualità
che fanno
d’ogni animal
uno che
viene sempre tardi
a quel
che altrui ha già dismesso
ma per
risarcimento ci tiene l’io che tiene
chi senza
risicar si pappa il tutto
né
ci ha chi risica del proprio e il proprio rosica
che proprio
e proprio poco senso non da né salute
se non
quel che occorra
ancora
a risicar senza merzede
che poi
prende grande smarrimento
e io dico
io come se poi lo fossi
e non ambissi
a conti fatti anch’io a un non-io
come fan
tutti che per cortesia sociale
se lo fanno
e danno
senza temere
il danno che temo io che a dir chi sono
son reso
muto né mudo penne
che di
mudar non ci ho piacere
se per
piacer ci sono stretto
a domineddio
agli òmini e all’amor mio
che se
poi mudo o crepo
non cangia
stile il mondo né tanto men si fende
che dio
l’è sempre dio e omo l’omo
e l’amore
mio rimane amore
ossìa
un palpito del core e della mente
che mi
trema dentro il tutto e si spaura
se sol
mi guarda e mostra che non si scorda
che poi
si scorda né muta usanza
se a saper
che sapor ci abbia che non ci ho
l’altrui
e il suo
mi succio
il sangue mio che è del polso o d’altra parte
io che
tutte le ho conosciute le notti
che ti
mozzichi i denti per il dì che tarda
e poi che
ce l’hai davanti tutto davanti proprio davanti
è
un bell’affaire o è solo un à faire e basta
che è
molto già se lo si fa
molto che
lo si fa
e lo si
fa che non si sa né c’è altrimenti
poi che
tutte le ho conosciute le strade
che toggiano
in do’ si parte
che si
va si torna e non si trova
fuor che
la morte nulla se non la morte
che dentro
e fuori c’è morte sorella morte
morte e
ancora morte e sempre morte
che vita
abbandona e non condona
noi che
frusti siamo né fatti domi
a chiedere
ragione al tempo del suo tempo
e a dio
d’essere dio e all’omo omo
mentre
l’amore mio rimane amore
ossìa
e chi lo sa perché ti amo
e chiamo
amore te che non ci hai core
ma l’ardore
quello sì e al calor rosso
che dai
sensi viene che viene
oh sì
tu vieni
oh sì
sì sììì
e vengo
anch’io
in fondo
e dentro all’utero o alla tua gola
sversando
con lo sperma ogni ragione
ma il talento
quello no che resta intatto
e io sol
uno
ancor m’appresto
a sostener
la guerra che sempre tocca
quei che
smessa la pietà per sé e per gli altri
nel mezzo
del cammin della sua vita
che è
solo sua e non è certo nostra
si trova
solo e uno dentro il letto
e sol e
uno lo è anche per strada
la sera
del dì di festa e del feriale
se piove
mangia caga o se s’ammatta
se fuma
fotte parla o se sta zitto
che morte
lui ci ha dentro che lo respira
e morte
anch’io ci ho dentro e insieme amore
ma tu amore
mio
amore bianco
e vermiglio
amore senza
simiglio
amore e
a cui m’apiglio?
amore bianco
e immondo
amore volto
giocondo
amore dolc’e
placente
amore di
me dolente
amore mio
amor tu mi dai morte
spisciolandomi
sul core e sulle idee
così
che giunto al fondo dove or mi tengo
or vedo
e qui m’infollo
e qui m’incaglio
che quanto
piace al mondo non son le fòle
con cui
da solo si lede chi quello fere
ma balocchi
profumi e quanto è bono
a chi del
suo letame a sé fa strame
come strame
fai tu amore del mio amore
or che
dipana l’anno e io maledico
il mese
il giorno e l’ora che fosti amore
ossìa
un palpito del core e della mente
che or
sì strutti
salute
più non tengo o canoscenza
né
ci ho vertute o altro
o altro
vuoi
ma che
altro vuoi da me che non sia sempre lo stesso
e dolci
baci e languide carezze e viole
e cattleyes
al tuo adulterio
che a mescolar
la scena e un po’ di vero finisce
che si
prende poi sul serio
il serio
della scena e non del vero
che a dirlo
e farlo nessuno mette becco
ma becco
è quel biondin ch’è tuo marito
e becco
anch’io che chi lo sa chi sono
e qui a
frusto a dindi eppure a pappa
non ci
ho nella beltà ristoro al male
ma il male
sì
sottile
in cui
m’arrocco
del secolo
dell’omo o solo mio
da quando
iddìo segnòr del tempo e d’ogni eterno
sé
disse dio dell’omo e dell’omìno
che sapiens
o insipiens non sciacca lucco
pretende
ancor per sé il cul dell’ens
e però
sciamanni chi lo vòle il suo di giorno
lo faccia
pur di notte a canca e batta
foresto
urbano esperto o imperito
che tutto
scorre come fu già detto
e poi gli
fu obiettato che invece è fisso
per cui
mi doccio
e sento
gran doglianza di dubitare
e aver
motivi al dubbio
se corre
cola scola
oppur sta
saldo
che mo’
mi par d’un modo e mo’ d’un altro
sì
che mi sfolce il senno
e mi rimane
quel tanto
che mi
dolga ancora d’averne
e dunque
non c’è dunque su cui puntelli
e a te
sì a te amor che indugi e strappi
da entro
al petto mio ogni dolzore
a te sì
a te amor che ad amor mi movi
io grido
che non ci ho rimedio al male
ma ci ho
il furor ch’è mio e sempre allide
chi dell’urlo
suo di sè fa eco e loppia
sì
che giunto dove son giunto
ovvero
al punto
che fu
già detto Tiche
che mater
est puttanissima
mater dell’omo
e dell’omìno
mi vien
la voglia che ci ha chi ha in uso citare
come esempio
i casi suoi
e giudicando
che non
al postero pertiene la sentenza
s’arroga
di diritto di fatto o di suo arbitrio
di far
con la quistion il punto e la vendetta
per cui
ad un villan che stupido s’inurba
hoc est
a tuo marito e a te medesma
qui dedico
a mo’ di omaggio
quanto
già appresi tra le cosce tue
sebben
da te io sappia e dal tuo biondino
che son
parole solo né ci hanno senso
come il
mio amore e tutto ciò che è mio
ma tutto
insegnarmi tu non puoi o l’unica qui è di fare
alla fine
un po’ alla volta
o di non
fare
per dopo
che dopo è foglia passa che è una vita
che non
abbiam ragione o torto o legge o fede
e siamo
senza ordine e senza rivoluzione
a spisciolar
e a lustrar sul dosso
poi che
fimbria l’intelletto nella schiena
e fimbria
negli ideologici stupori
e adagio
nelle notti che pontano
berciando
senza dolore
e negli
angoli quegli angoli là dove
il dove
è dove
ma dove
siamo
che nell’immemore
equilibrio immemore
che ci
ha il domani
non c’è
domani non c’è sfizio né virtù né argomento
neanche
un lecca lecca o una lattìmma
c’è
che non sia già qui
et nostalgia
di pietra et arcata sopraciliare
et panico
et straforo et testicolo et lume
et rameggio
et christ che dir si voglia
et l’assolo
et l’uccel
di dio
et propizievole
molto la figa
et il gotto
col suo stampino et il coro
et il cataclisma
et la dolce ferita d’amore
et la mutanda
che non viene giù
et il poietico
et la téta
et Liliana
& Marco et nessuno et molti
et il neuma
et crac et sì et cetera
et erà
et rà et à ohi rombolà per cui si sa che
ci ha messo
che
ci ha messo
l’alto e il non potere dell’occidente
che tutto
può ma non posso io
ci ha messo
l’unghia e il pelo d’aria
di lampegno
di febbrile e di fatica con gran fatica
un quarto
di manzo e di fuso orario
e lente
sferze e dura biocca alla rigogna
che non
si vede un mesone che è un mesone
ma già
è la notte sui tuoi dolci seni
sul culo
del bue e della vacca
che malinconica
che rude
che rotta
che dirotta
per dove dirompe
che io
passai con tanta piéta la notte che fui
per far
di me gibetto
e dentro
e lungo e al largo e su nella palanca
in cui
si scarica lo spirito lemonato della vita
tra alunni
gesuiti e ciance allegre
o tra llà
llà in corso Italia e a via Manzoni
a cor di
gridi lagni e dolci lai
ma tu chiedilo
a Maria se tuo marito può e sa
e non sa
che tu sì
sì
ma raramente
sì
e se ti vien la voglia che viene
a chi da
solo se la toglie
perché
a soffrire e anche a godere
da soli
si è sempre soli
si è
che si perde pietà e civil rispetto
e tu fai
finta d’averci un incubo
che un
po’ per suo piacere ma più per il tuo
indugia
a dartelo perché tu ne abbia smania
e di più
ne abbia
e l’abbia
come quella l’ha che l’hai veduta in TV
che ci
avevi la notte da passare
che ci
ha chi a Monza l’ha
o come
me l’ha
che ci
ho il frutto il seme e l’ago
che ci
hanno chi si fa per troppo o poco o che sciutto
come il
morto del vivo dell’astratto e del geometrico
distinguere
non seppi
se tenero
mi davi oppur foppìgno
che greve
è come castagne
l’autunno
che perdi capelli foglie e voglie
e per una
pillola del giorno dopo
per una
pillola di estrogeni sintetici e progesterone
per una
pillola una piccola pillola
è
fatto selvaggio il cuore
o è
un’anomalìa
o è
che altro è che qui
neanche
un lecca lecca o una lattìmma
c’è
che non sia già qui
che è
qui che tu già vieni
certo veniamo
vengo vengo
subito e vengo anch’io
senza un
movimento apparente e senza ragione
a scongiurare
la notte dolce e un po’ baldracca
di indugiare
per un
pompin per un pompin d’amore
sulla favola
bella sull’orto e Le Sieur de Machy
ora che
io t’ho insegnato tutto
anche come
si gode a goder d’orgasmo
e lo spirito
dell’epoca lo esige e tuo figlio anche
che si
commòve a spenger la torta
mentre
Aldo clic con la Canon ferma l’istante
per Maria
concepita per far peccati e farli fare
Maria la
dolce la pigra la piena di grazia
tra donne
senza grazia
e ciò
sia detto bene
e bene
anche il frutto del seme loro
che sì
si perda ma adesso ma subito
che vorrei
che il mondo per scissione nucleare saltasse
a tempo
a prestissimo e con dolcezza
ma adesso
ma subito
che non
c’è più orina nello scroto
c’è
invece che ti guardo morderti il labbro
tra Regate
Fieste e Liliane ciarline
d’ogni
formato e poppa
con reggiseno
calze e slip trapunti a telle a fili e a punti
c’è
che dove sperpero là raccolgo
e là
e qui e dove il domani che io non potrò
dopo una
lezione un caffé o uno svuotino
baciarti
polpastrelli e ciglia
e quella
zona sensibile del collo
così
sensibile
dietro
l’orecchio
e poi vivere
di che bisogna vivere
oltreché
pensare poi che non apprendemmo bene
a pensare
a credere e manco a vivere
noi che
della carica animale facemmo maschera
e perché
no? arte sottile
noi gli
iperenziali gli aujourd’hui dell’immaginazione
i patematici
che d’ogni violenza d’ogni motivazione
con colla
fumetti e traumi tecnologici
auscultammo
al tatto le Variazioni di Webern
e la favola
bella che ieri ci illuse
ed è
sempre più bella ma sempre men ci illude
noi sapienti
e troppo
per distinguere
i priapismi dell’intelletto
da quelli
del buon senso
e io fra
tanti cui il lavoro-vita ora incalza
che incalza
te che amo e son scalzato
per un
buco nero del cuore
in cui
dopo ponderata riflessione ora ci imbuzzo:
clinica
aeritalia servi di cristo e di berlicche
Poesie
a Tiù che non traduco più
aiax scopa
vileda
l’intellettuale
che fa da sé solo per tre e son sempre tre
chi non
lo è che fa per tre che fa per sé e son più di tre
4 aborti
una figlia un divorzio
istorie
tante tutte con sante
11 anni
di lavoro
3 corsi
di lingue in cassette con relative dispense
Perhaps
Love di Domingo tuo regalo di Natale
1/2 bastoncino
Findus ancora surgelato e un pollo Arena
40 compresse
di Mogadon per quando l’insonnia è tanta
39 compresse
di Mogadon per quando la vita è poca
7.5 grammi
di pakistano
un canto
di Pound un canterò un canterai
la maritata
che tra le maritali cosce arremba
eppur si
sghemba
la vergine
che più non lo è se non per te
chi di
potta s’astiene
che ci
ha la bocca che non ci ha chi pura l’ha
che fa
di Q o fa di D o fa dada ma sempre fa
come fai
tu e non godi più
se non
con me e non sai perché
3 Marlboro
1 ciondolo a forma d’uccello 3/4 di idee
2/4 d’ora
1 ventilatore 1 IUD 3 spezzaunghie
3 R3 che
usai con te
2 R2 a
prevenir la lue
6 R6 che
usai con lei
Panorami
Espressi Confidenze che più non se ne può
foto di
El con capezzolo+ombelico+pelo
un po’
del tuo e un po’ del suo
e anche
del mio e di chi so io
i favolosi
anni sessanta
un figlio
di Maria
un così
sia e un sia diverso
un sia
uguale e un sia e basta
un malnato
un malmenato un malvivo e un mar morto
e poi perché
sia pieno il conto e io sia imparziale
c’imbuzzo
anche tuo padre
ma con
rispetto ma con permette? e guanti gialli
che sempre
tuo padre è
l’umile
et paziente et onnivoro pater
che pater
et pater familias oh pater
di che
tu labi
sì
tu proprio tu mio dolce amore
propriamente
tu mea Betsy
mea non
dicibile che pur sei detta
che amante
che amica
che sì
che no che sì e no e altre ni
e ora sì
e ora no
e trac
di nuovo
a capo
a marcire
nel weel-end
come in
una cattedrale che riapre
per il
millennio e solo per chi crede
o altrove
e in funzione di sedia
o presso
francesca mia figlia
che è
di già anni sette nata d’ottobre
e che allo
stato dei fatti e della materia
è
un nuovo corso della storia che è poi l’antico
che ci
ha il sonno che ci ho io
che non
l’ho mai vista dormire
per cui
non spero di tornare finché non torno e spero
che a chi
rimane torni a fare la circense animula
e la mentula
e una rinnovata sapienza ermetica
che inaridita
distrutta infinita impropria
carezza
alla superficie dell’involucro
con necessaria
e banale angoscia
per tutto
ciò che si è inteso per leben e glosse varie
mentre
El ancora tambura tra le ciglia
il pomeriggio
che con tanto amore
amore deglutì
e sperma e birra
sì
che fu incinta
per cui
nutrite schiere di talpe
innumerevoli
e indefesse
scavarono
cunicoli molti dritti e curvi
privi di
sbocco ai margini della memoria
e vissi
fumando erba
le altre
vite che vissi e furono eguali
il movimento
romantico della materia
la nascita
di mia madre
la gabbietta
di Ezra e l’estate pisana
senza più
spirito sociale e nobile humanitas
e convinzione
che la logica sembra essere fatta
per smentirsi
e smentire
che soli siamo come un libertino senza slip
dove c’è
la confusione che c’è dove
c’è
il supermarket e la sublimità e l’altezza
che ci
ha il lucido diamante della ragione inflessibile
che ci
hanno la tesi sadica di uomo subpremo
e i capricci
del ventre e dei condotti spermantici
e dove
sotto il velo del profondo mistero
dell’inerzia
e dei particolari il particolare c’è
che siamo
che stranieri
siamo alla nostra estraneità
e al domillennio
che ne sfrasca
e sfrasca
il comunista il cattolico
e chi non
lo è che cazzo è
la trippa
d’oro il profano e il deretano
monsù
che sai tu e so pur’io
sfrasca
la poiesi il malgioglio e il maltolto
e sfraschi
anche tu amore mio
che amore
mio sei mio come amore e come mio
e non hai
né qui né là non hai nemmeno stupidità
ma abbastanza
cinica
per non
militare nell’acido
o più
semplicemente nella poesia
che sono
principio e fine d’ogni principio e fine
per cui
mi dico ora e sempre
in articulo
vitae et mortis et cojonis
che son
minore e non ho gusto
non ho
fatti non ho idee
non ho
decenza o libertà
non ho
malizia né bontà
e ascolto
ascolto
che si fa sera
che è
un bel pezzo cho ascolto e si fa sera
da che
invasi campo e mestiere e donne ai vivi
perché
istrione io sono e anche ovvio
e già
mi scapola la voce che dietro ai passi sparla
che ancora
son di sopra tra lazzi sorbi
e guerra
d’ogni guerra che sono guerra
ed è
sempre la guerra
e dunque
ardisco lanciarti un’ipotesi
un ultimatum
un testamento
è
bello ciò che ami, il resto è solfa
ciò
che ami rimane qui con te, è il tuo domani
il mondo
non appartiene a nessuno, solo al tuo amore
il centauro
è una formica nel suo mondo di draghi
strappa
da te la paura
non fu
dio o tuo padre a creare
l’ordine
la rivoluzione e l’inerzia
strappa
da te la paura, fa’ presto, strappala
impara
dal soffrire quale sia il tuo luogo
nella vanità
della vanità o nel coraggio del coraggio
sei una
donna bastonata sotto la legge
un’aguglia
gravigrada senza più becco
metà
tutto metà niente
né
distingui un dado da una sua faccia
come è
meschina la tua paura nutrita di passione
avida di
distruggermi, avara d’amore
strappa
da te la paura, fa’ presto, strappala
ma aver
avuto paura in luogo di non averne avuta
aver con
dubbio fatto perché ancora ci fosse a fare
questo
non è errore
qui l’errore
è in ciò che non si farà
nella paura
che non farà fare