non riesce a proporre come novità che la doppia sciocchezza dell'esplorazione dell'abbaino. Avessero almeno pensato a utilizzare l'energia psichica dei milioni di individui giacenti sui marciapiedi e i cigli stradali del mondo. Ma la rozzezza verso la quale respinge l'abitudine all'oggetto?proprietà non lascia vedere problemi diversi da quelli del carburante, del mezzo meccanico o della legge della caduta dei gravi. Ci vuole altro. Eppure, le cose più vere ci sono. Lasciamo pure andare l'energia psichica, ma quei milioni di corpi, non nacquero forse per godere? Qualcuno di quelli che possono, ha mai pensato a questo? Certamente no, e tuttavia è un pezzo che si ammette che l'essere è la persona. Il discorso si fa per quelli che più degli altri risultano di ciò consapevoli e va condotto sull'enorme responsabilità che essi si assumono nel momento stesso in cui operano come se e basta. A volte si è a ciò indotti perché si pone, fondata, l'esigenza, della propaganda, ma è innegabile come, parallelamente alla riproduzione in copie di un oggetto, quella medesima abitudine all'oggetto?proprietà dà origine sia al feticismo tipico dell'animale estetico (per cui egli volentieri ripone la copia in archivio) sia ad una serie di interventi « critici », o discorsi su, in barba all'elementare evidenza che già l'oggetto estetico è un discorso su, è il come se (e sarebbe sufficiente da solo, in tutti i casi, a promuovere la nascita di nuovi altri oggetti: utilità dello scambio dei prodotti). Ora è chiaro che su codesti oggetti sono innumerevoli le cose da poter dire, ma quello che più curiosamente colpisce è che buona parte di essi, per il solo fatto che circola su canali privati di distribuzione, è stata prodotta dall'autore sotto l'illusione di essersi sottratto al condizionamento dell'industria culturale. Ma, allora, la riproduzione in copie? La piccola società estetica entro la quale sono effettuati questi scambi, conta, per la propria espansione, sui medesimi princìpi (foss'anche solo quello riproduttivo) della grande società industriale e finisce con il dimenticare che la sua stessa ragion d'essere è proprio il rifiuto della seconda e dei mezzi che le son propri.
Non sembri
strano se si afferma che tutto ciò avviene perché la piccola
società in molti casi (nella maggior parte) si illude di aver trovato
il nuovo linguaggio, il quale invece resta quello riproducibile in copie.
In realtà il nuovo linguaggio consiste nel gesto mentale, al quale
per natura mal si adatta il discorso critico, o al più questo potrà
offrirgli il momento propagandistico. Ecco allora spiegato perché
null'altro resta se non ironizzare in termini di luoghi comuni di fronte
alla confezione del prodotto che ti arriva per posta con l'aria del manoscritto
nella bottiglia. D'altronde si sa che difficilmente il gesto mentale sopporta
la trascrizione e quando questa è data, il foglio che la reca è
solo il rimando ad una situazione che, per questo, sarà tutta da
costruire. A riprova di come si abbia sempre maggior consapevolezza di
ciò, addurremo due esempi: un primo, che è la constatazione
della parte sempre più importante che l'erotismo (e i fenomeni ad
esso riportabili) gioca nella pratica delle avanguardie artistiche e culturali;
ed un secondo, il cui unico caso di cui siamo a conoscenza è un
recente aricolo di Robert Estivals publicato su Communications e tradotto
anche in Italia.
In esso,
ad opera di Estivals, per la prima volta si riconoscono nelle vicende dell'avanguardia
culurale, a partire dal dopoguera, le ragioni reali e dirette, e tuttavia
sotterranee ed ignorate dalla cosiddetta pubblica opinione (ed a quanto
pare, on solo da questa) di un evento storico come il maggio '68 in Francia.
Circa la prima constatazione, va subito rilevato ome essa implichi immediatanente
il riconoscimento che la poesia non è che una funzione del sesso
e, come questo, « s'incenta tutti i giorni » (Diacono).; e
entrambe codeste attività si formano e crescono profonamente compenetrate
nella medesima sfera (origine nella vita psichica dell'individuo; sviluppo
nella sfera estetica, cioè sociale, che è l'emanazioe della
vita psichica) sarà dunque il caso di cominciare pensare al come
se in maniera del tutto funzionale rispetto alla realtà della vita
psichica. Ecco allora alla meglio formulata la portata ipercomunicativa
e transmentale cui tende il come se, ed ecco ancora spiegate le difficoltà
di trascrizione (riduzione all'oggetto) che il gesto mentale presenta,
evidentemente abbisognando di ben altro spazio, non metafisico, ma assai
diverso da quello richiesto dai veicoli finora usati dalla comunicazione
estetica. E, poiché le difficoltà ed i limiti cui si accennava
non sono diversi dalle pastoie che la necessità è venuta
imponendo e che l'uomo avverte sempre più chiaramente come oppressione,
occorrerà ancora una volta ricordare che « depuis le temps
que les hommes meurent, il serait assez logique que l'on se pose la question
de savoir ? après avoir, sans changements appréciables, acceptée
la réponse des dieux, de la nature et des lois biologiques ? si
cela ne tient pas à ce qu'une grand part de mort entre, pour des
raisons très précises, dans chaque instant de notre vie »
(Internationale Situationniste, no 7), come spesso mostra di aver fin troppo
capito chi decide di sottrarsi definitivamente all'oppressione. E siamo
con questo al secondo esempio citato, nel quale, come dicevamo, s'è
visto che per la prima volta qualcuno ha curato di individuare le spinte
che hanno portato ad un evento storico, in fatti che trovano riscontro
nella storia personale di molti di noi. Non vorremmo aggiungee banalità
alle moltissime che pure si son dette al riguardo, ma sarà curioso
chiedersi almeno perché, proprio nell'occasione di una rivolta di
piazsa, sia stato lanciato l'appello alla liberazione dell'espressine.
Di cos'altro poteva trattarsi, inoltre, se non d'una esplicita richiesta
di superare lo stadio del come se? E ciò, naturalmente, nello stesso
momento in cui risulta chiarissima e pertinente la richiesta che al potere
vada l'immaginazíone (abolizione totale del come se; il mondo organizzato
per lo sviluppo della vita psichica delle persone). Sta di fatto però
che si vive ancora come se. Poniamo, come se qualcosa fosse atteso dappertutto
e proveniente da tutte le parti, tale che cambi in un punto solo e dal
nero al bianco tutte le cose. Di fronte alla distribuzione e circolazione
dei prodotti estetici attraverso canali ormai soltanto personali, volendo
discuterne, non disponiamo che dei luoghi conuni che l'ironia piccolo?borghese
ci suggerisce. Ciò è perché viviamo ancora soltanto
come se qualcosa di formidabile stia per realizzarsi e allora siamo indotti
ad indignarci per la pochezza di ciò che ce ne perviene tra le mani.
Ovviamente,
non c'è problema di quantità: emerge chiaro, invece, quell'altro
problema, per il quale si tratta semplicemente di entrare nel gioco, anche
sapendo di dover girare a vuoto. Per questo, al presente, alcuni di noi
vivono come se qualcosa di formidabile stia finalmente per entrare nella
realtà: qualcosa che potrebbe addirittura scacciarne la morte.