Sans
passion il n'y a pas d'art
SENECIO

A cura di Emilio Piccolo
con la collaborazione di Gianni Caccia, Maria Grazia Caenaro
Claudio Cazzola, Lorenzo Fort e Letizia Lanza
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Un
dipinto: quello riprodotto, sotto il titolo della sezione. Di Klee. Una
sfera, approssimativa, molto, ma molto simile a un volto. E due occhi,
ad altezze diverse. Con prospettive diverse. Attratti forse da mondi
diversi.
O dal mondo, che è sempre lo stesso, ed è sempre diverso.
Come voleva una strana teoria detta l'eterno ritorno. Manca lo sguardo.
Che è latitante. Contumace. Come L'Occhio. Di Dio, del vicino di
casa, o del filologo di turno. O anche dello storicista. Ci sono due
occhi,
che potrebbero essere anche dieci, o cento, o tanti quanti i nomi di
Dio.
Come gli sguardi che producono. E non è detto che l'entomologo
abbia
più ragioni (o sensi) di chi si occupa di sensibilità
(estetica, ad usum delphini). E poi il titolo.
Senecio
Afranio, com. 276. Il vocabolario recita: vecchietto.
E aggiunge: senecione,
un'erba, Plinio,
nat. 25, 167. Erba che ha proprietà antinfiammatorie, e va
impiegata
soltanto per uso esterno (cataplasmi) e di cui si dice anche che
è
velenosa. Come il passato, quando pesa come un incubo sulla pelle dei
vivi.
Ma che racchiude anche la promessa di una felicità (o di una
saggezza)
che, però, ora non c'è. E poi il ricordo di
quando avevamo sedici anni e qualcuno ci diceva (ce lo dicono anche
ora)
che la memoria storica è necessaria. A cosa. Perché. Ma
che
ci importa del vaso di Soissons e se Edipo vuol dire piede gonfio
(viene
da chiedersi, mentre pranziamo alle 15 e c'è un figlio, o una
figlia,
che guarda in TV Maria de Filippi). Eppure ci importa. Non ostante
tutto.
Non foss'altro perché ancora tu ne quaesieris,
scire nefas... Senecio,
appunto.
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