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Poetry Wave

Recensioni e note critiche
 

Antonella Anedda, Il catalogo della gioia
di Fiorenza Mormile

Antonella Anedda, Il catalogo della gioia
Donzelli Poesia, Roma, Febbraio 2003
 

Catalogo di gioie, catalogo di nomi, parole-pietre ordinate a formare un muro difensivo, un nuraghe possente a difesa dal dolore, dall’abbandono, dalla violenza esterna (i disastri naturali, la guerra) e da quella interna, non meno insidiosa: le tentazioni del cupio dissolvi.

Si respira una sapienza antica (ebraica e greca) nell’ultimo libro dell’Anedda, ma insieme una vitalità nuova, una maggiore attenzione alla terra animata . Animali e corpi l’attraversano con la registrazione delle loro esigenze naturali, l’alternarsi eterno di nascita e morte, nutrimento, svuotamento, accoppiamento. Uccelli, rettili, insetti, asini, conigli, pipistrelli, cani popolano l’avvicendarsi di scenari urbani e isolani, e perfino le amate coste dell’arcipelago maddalenino adombrano sagome animali, protendendo il muso addormentato nella foschia del mattino. 

In questo libro vario e vitale le parole sollecitano un continuum di impressioni sensoriali (visive, uditive, tattili), la natura si dispiega anche nella sua forma vegetale : le gemme di marzo sui rami, i frutti rossi del pruno sfracellati sul marciapiedi di casa, gli insospettati orti metropolitani splendenti di rape e cavolfiori contrapposti ai ginepri e ai gigli selvaggi di Caprera, agli sterpi arsi e tuttavia vivi.

Il contrasto tra incolto e coltivato è forse il nucleo germinativo della poesia dell’ Anedda, altalenante tra le figure emblematiche della steppa e dell’orto. Nella prima, riarsa e strutturalmente nomade, si stratificano Sardon, popoli del mare, fenici, greci e lo stesso Ebreo errante; la seconda rimanda invece alla stanzialità (come le viti e gli agrumi piantati dal nonno) necessaria a far crescere i frutti. 

Se la prima è sotto il dominio del vento, la seconda è sotto quello dell’acqua, che ritorna frequentemente nei testi, approfondendo ad un ulteriore livello l’opposizione indicata, anche tra acqua marina, veicolo di trasferimenti, salina e sterile, ed acqua dolce, legata al nutrimento della terra perché dia frutto. 

Anche il legno, come l’acqua spesso presente nel libro, partecipa di questa ambivalenza: c’è un legno che rimanda alle barche, e dunque ancora all’errare, e un legno che rimanda alla solidità dei rapporti familiari, alla struttura portante delle case. E a ben vedere acqua e legno portano comunque alla madre di tutte le parole, la terra, vista nel suo significato ancestrale di Grande Madre.

Molti aspetti rimandano infatti ad un femminile profondo e materno: il latte del guarire, la Madonna di Piero della Francesca, la citazione esplicita del parto e dell’utero quanto l’alludervi attraverso le innumerevoli cavità che costellano il libro. La Demetra incollerita di Residenze invernali può dunque continuare a proiettare le sue due facce sui paesaggi di questi testi, sapendo però di non dover più lottare per il ritorno di Persefone, perché questa ha interiorizzato la legge materna, deponendo a sua volta il suo splendido uovo. 

Ma si realizza qui anche un diverso tipo di fecondità, il tratto distintivo più felice del libro, che libera la scrittura facendo germinare le parole dalle lettere, utilizzando le associazioni di idee e di senso cui rimandano: il catalogo, appunto, delle gioie, fonte esso stesso di gioia nel librarsi della lingua, nel furore visionario esplosivo e allitterante che contraddistingue questa sezione. Nell’esergo c’è ad un tempo la spiegazione del senso e del valore della gioia, ( che a differenza della tristezza può annidarsi anche in un cuore spezzato) e quella del catalogo, nel tributo a Giacoma Limentani che col suo insegnamento è stata per l’Anedda la porta, (delet, in ebraico), la D di accesso, l’iniziazione ‘matrilineare’ alla cultura del Midrash.1 In questa sapienza antica l’Anedda ha trovato una ricomposizione armoniosa tra incolto e coltivato, tra la propria natura ‘selvaggia’ e l’ inesausto bisogno di cultura, tra istinto e ragionamento. Le parole-pietre, fatte per durare, costruiscono allora il baluardo difensivo che nella separazione definisce prima di tutto l’altro da sé , costruendo la propria identità separata, (vedi l’acrostico di isola, principio ordinatore della parte iniziale del libro). Ma se l’isola dai bordi molati dal vento può mettere a fuoco solo nella distanza il suo sguardo sulle cose sa anche accogliere, preservare lo straniero che le si rivolge. Perché, come dice Limentani nel romanzo Dentro la D, “nessuna bambina sia mai separata dalla madre e gettata in un luogo oscuro”.

 

Futuro

Mia madre partorì a dicembre. La neve cadeva nel fiume.

Alla fine del mese l’acqua gelò sui pesci. Mi mostrarono a tutti
perché non ero morta: “…la toglieremo a pezzi, un braccio e 
una gamba incastrati, forse incompiuti”.

Di quel tempo resta solo un richiamo come un sibilo interno:

tornare in quel ventre con mia figlia, testa in giù, corpo
informe, due cordoni di carne intorno al collo.
Via da Dicembre, dal fiume trasparente
indietro e indietro verso l’inconcepito
l’inizio aprile del nulla.

 

1 Ricorro per spiegarlo alle parole della stessa Anedda in una recensione sulla Limentani : -:"Frutto peculiarissimo" della tradizione ebraica infatti il Midrash è innanzi tutto una infinita, generosa, disposizione a capire, l'esigenza di guardare al passato per decifrare il presente in funzione del futuro, la volontà di rendere attuali emozioni disperse lungo una costellazione di secoli. – E ancora: - “Nel romanzo intitolato Dentro la D, GiacomaLimentani vedeva in questa lettera la possibilità data alla scrittura di farsi tramite fra realtà e memoria, fra dettaglio del ricordo e universo della storia. All'interno di quella lettera, sviscerando le infinite diversità di quella lettera, il gesto di scrivere coincideva con la libertà di chiedere e spiegare, di conoscere e decifrare.”. Ecco allora trasparire il senso profondo di Futuro e del suo parto ‘à rebours’.


10 maggio 2003

Indice generale
Immagine:
Antonio Belém, Phorbéa, Napoli 1997


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