Vico Acitillo 124 - Poetry Wave
Electronic Center of Arts diretto da Emilio Piccolo e Antonio Spagnuolo

La poesia del mese

Emilio Villa
Pezzo 1943: comizio



Ma sarebbe faccia tosta, un gran bel becco, o stolte
beghe per mettere zizzania sulla terra dove cresce
soltanto il riso e il vento, o smoderare

e fare rutti a bruciapelo o folte cose
liberamente in centro alle navate che balugina e che stride
di fuori il tram sulle rotaie...

Ma non fa niente, ma non fa, ma gerbidi,
ma gerbidi e straniti, noi, se e quando gracchia
a mezz'aria la trombetta che ci chiama,

noi con l'orecchia tesa a foglia, con il rozzo
pube (quella poca pacchia, quella poca
fesa comprata a buon mercato, ove prurisna-

no una semenza taciturna, la gran nube,
e selvatiche stragrandi meraviglie
d'ogni risma, d'ogni calibro, d'ogni cupo

estro) ma gerbidi e straniti andiamo
allora di invenzione in invenzione verso
un non pensato mutamento; con l'orecchia tesa,

vigili sotto la trama dei dazi e degli abusi o sul dirupo
della febbre che non piglia e non si spenge,
dei mandorli squisiti, dei fiumi fatti d'acqua, dei respiri,

una stagione sempre un po' più in là,

e il bersò folto in piena massima che sgargia
sugli spalti a trine dei verecondi laghi, sulle absidi
in vigilia sensitiva: noi andiamo.

Lascia giù i santi, le maestà: lascia lì gli orinali
in fondo al naviglio, tremolanti, o nella gola
della pattumiera che non vanno giù, non sono aghi, è tolla
a smalto.

Con il turibolo della tarda primavera che gli scrosci
d'acqua evapora a fiore di maiolica nelle latrine
a pagamento, ove lì in giro in tribolo

girano le anime perdute, e i fessi
e mosci e tulipani in pista, il proprio turno ansiosamente
aspettando per fare le cose che si cela

ai podestà alle figlie di famiglia e di Maria,

tenendo duro sulla nostra via, noi si scivo-
la all'ingiù, verso la lista che è un distante,
che è un pericolo, verso i dissonanti lidi...

E c'è il corpo cresciuto lombardo e sderenato,
quel tal che va alla svelta, e saggio è nella morra
come il porcello nella palta, nel puzzo del conciato, che
che dissipati i grani e i foschi maneggii
dei retrobottega e delle banche strette
di manica, disperse le canicole

di cenere, le risse
sessuali delle bestie lungo i calcestri,
sconfitta la camorra e scancellati sui cantoni

e neologismi e targhe, senza risentimenti, e il novero
a veleggio degli illustri in sovrappiù,

solleverà il suo bavero scoltando l'aria tersa
quando traversa, come biscia lustra
che sguiscia se ci tiri a manolibera una pietra,

liscia l'aria nella patta unta, un gelido
prurito in cima a là, la cima in giù piegata
a mo' di salice piangente in riva dei palustri.

Chissà se ci daranno un paltò nuovo, su misura, d'aria
pura, per la nuova taglia, per i ranghi nuovi,
e un mazzolino che spunta di viole, all'asola, e uovi

ovali, e un sano frumentone sopra il cribbio

che non spande, un peso che non tema il frusto
e le intemperie, se ci daranno, e che non faccia ruggine;
e se semineranno, esempi solitari,

a paragone e gran soccorso, e a civil gusto,

oltre i strilli del nibbio tempestino, stanze
da star dritte perfino nel lavacro
brusco di nebbia scrollata giù ai geli,

ai fanghi, al salso, al tosco fuggi fuggi, al sacro
morso d'oblio, agli atti, al sangue, ed al silenzio
dove gode il bruco e la càmola lavora!!

Se ci daranno. Però

Nella corusca spola delle ri di rico
delle ricorrenze, dico, dei desiderata, degli affitti,
al di là udiremo con gli occhi della vergine natura

al di là d'usci e portici coi bruchi
in alto tribolare ancora adesso
che c'è fronda nelle scelte e negli incroci

e che siamo restati senza ordine e senza rivoluzione,
magnanimi e caduchi, e sembra bello
aver sbagliato in molti, in tutti;

in alto sopra, o a pie' dei letti lucidi
o sotto cupe spighe, oggi tribolare

una manciata di semenze tali e quali,
la verzura che riga nottetempo il gorgonzola,
e in alto i scenari di cemento armato;

cento dighe,
allegri poggi,
festevoli facciate,

o varie cose in senso nostalgico, canzoni
fiatate senza remissione, parole clamorose, colpe,

e orme, e tracce, e carregge e pedane a perdivista dileguanti,
e le chiome dei faggi nei cofani scarlatti delle corriere.

E filtra nel filone della schiena, e filtra nella costa
soda dei selleri giganti adagio, e adagio nei carciofi
e in altre sfere, e nei quarzi che aguzzano la vista alle censure,

ora al passaggio del marrosso nelle polpe
delle indugianti schiere, delle donne incinte,
che vergini tuttora paiono o maritate o nonne,

fiere come la moda vuole e fecer le nature,
filtra la cruda sedizione, quel retaggio d'inferno
traveduto in fantasmi di libidine inconsumata,

mappamondi festevoli e stridenti tomo un pemo...

Ogni nazione erano fronde screpolate dal gran secco,
o poco più: era una lisca del carpione sottaceto,
senza la carne tiepida e unita...

ora al passaggio del marrosso sui vagoni

della posta che vogan le tempeste calde falciando
e le stazioni transitando a branchi a branchi,
con siepi e fiori e nuvole di stinta carnagione:

così certa caligine sospiri
di madreperla alla bell'aria, parsa
quasi ardito zelo, per puntiglio, e in attimo di fuga

perenne si tramuti, ora che sosta là il marrosso
tra chiappette colore d'albicocca, e sempre in giro
sottoveste alle baggiane a tredicianni,

e dentro le lentigg-
ini: che frusciano se fossero cicale sulla luna
arsa in ama ai blandi pomeriggi: alle baggiane

già di pelo esuberante, o a maritate
per forza o per amor.

A noi sarà Siviglia, Maiorca, il Labrador
in fondo alla bottiglia dell'acqua minerale vera fonte,
che increspa, in terza classe, e si travasa, a ferragosto?

e il sole sarà come un gallinaccio, sarà come,
che scende giù a taboga e gira e gira, e tac
l'ha lì nel becco... ma è un cranio di mulo,

o un seme di linosa...

Ci porteremo via la nostra ratamaglia,
le lune dei posteggi, i campanelli con le resistenze
dagli stipiti in cancrena, la maglia feriale

e quanta masserizia più venale, e il rame, e i litri
con la tacca, e il bollo come un sole
di giustizia e libertà: muta

ormai la Singer:
le amene piantagioni dove a minger
rivavano le cagne, i cani-lusso: gli spadoni belli

e i mobili frasconi della tempr
a dei prati dopopranzo con in giro esanofele, e la botani-
ca rionale dentro ceste marce, a chili e chili:

a musica odorata in fantasia degli jukulele,
tutto portiamo via, o sparpagliamo ai vani
zefiri che fan vele e imbuti e spire a nidi

forse:

tenendo duro sulla nostra dritta, viene che
si scivola all'ingiù, verso una lista scura,
agli aguzzi lidi, in bili-

co, ma prima ci fa spendere l'anima di dio nei garofa-
nini di Ventimiglia nei chioschi di stazione,
venduti tra gli spruzzi, svenimenti e gridi

e battimani, già passi, già sgualciti, un diecimila
circa, poi ripartire verso una certa quale
qualunque parte d'universo:

in mani la cambiale, e una candela per vedere
i sassi, e mista a larga confusione qualche strofa.

Quel tanghero lunatico, già pesto, ha una gran voglia
di buttar sangue e soldi e gran madonne
fuor d'ogni grazia o uso nelle altrui botteghe,

ha forza di cambiare posto, a tutt'andare;
ha sacramenti rotti che conosce lì per lì, ma non conosce
quanto costa lui e quanto quel ricordo che non spiega

nemmeno a se in persona, alla sua spoglia,
(se gli dura il fiato che gli sbanfa, e l'asma!)
e che se guardi bene bene rema

oltre il bordo discosto delle cosce
m dove i piro-piri bui e i piovanelli
   e in dove il tordo

tramontano concitati per tema del grosso nubifragio,
fuori dai gangheri anche loro, ed il peso, sordo ma sordo,
scema di una foglia curva ad ala,

luna appartata, sventilata, e che patema
è sceso! è tardi: buonasera,

e buonavita! Forse sarebbe meglio
forse sarebbe una fregatura, un'altra data, una piaga
per noialtri noi che, stando alle cronache civili

sfumate sui giornali, sui camion, nei registri
di carta, si paga

quel po' di calce, e quel celeste
che schivo fa la guardia sopra gli embri-
ci, quel po' di magra boria per un aci-

no convulso di baldoria nella capa allegra,
di scatti mortali e batticuori, e I baci
che rimembri sinistri rimirando

il bel coppino delle monache sottili
all'ombra delle grate, o quello delle sguange
nell'ultimo loggione; prego, e argentovivo

nelle costole alle bambine
vedove dal tempo della prima comunione in poi,
gli oswego, e sangue di galline, e un bel corredo

a posto, con le frange, coi bomboni.

E basta. Adesso guardateci la mano com'è in alto;
esautorata; cinque si pittura con l'ombria; pari e patta;
per ogni dove; sul dritto della mura; fin che il sole

mulina; ma datemi ascolto; oppure fate
finta; datemi l'ultimatum; cinque s'allunga;
e già venite, certo veniamo, vengo subito: le vedo-

ve, i gasisti, le scalmanate; i tristi
suonatori d'orchestra e tramvieri con le occhiaie
scombinate a furia di mangiar rotaie e latta,

i ciclisti serrando con affanno la moltiplica,

affittacamere, mezzani di stallatico sugli argini,
teppisti e manigoldi e ruffiani pentiti d'avere sesso e età,
astuti fabbricatori di coramini da mettere in testa alle stecche da
       [biliardo,

e chi ha nutrito di spezie e coloniali e cucarache
e di ogni canzonetta americana il lardo della pàpera
spedita a nuova Troia sopra il Po; e chi le cedo-

le moltiplica e i tagliandi per il riso cereale
nei specchi signorili o nella gualma non salubre,
e poi scappa come biscia se ci tiri un sasso;

e chi aveva nascosto il morto sotto il crine, un palpirolo,
si presentino tutti verso sera: (fallo per amor mio!
non arrossire, non impallidire, deh, licenziati! e fiuto
fine ci vuole, e troverai la calma nuotare nelle vene,)

si presentino verso sera molto in prescia, a volo,
i vari ceti, duro tenendo sulla propria dritta
e nessun cruccio per la sassaiola o l'ironia:

la mano dritta, a calli e spessa, e passaporto
alto nel palmo della mano torto a buccia,
e la fama europea sull'unghie delle dita viola;

avanti, con la grama confidenza, e il pomo sano, per corrobo-
rare e teste di rapa e nati d'adulterio e sanguisughe
del globo nostrano: rifiuteremo la natura

e ogni disgrazia che ci càpiti, e i diritti
presi sul serio, il torto di tra rughe e rughe, il putiferio
in coda alla gran lite della vita;

e spediremo alla fin fine un lauto vaglia
dall'al di là del margine, a chi per avventura
resta solo a stormire come un flauto nella vita

economica del paese, o se la squaglia per suo conto
a far l'assalto all'ultima gerla, o séguita
a fare festa e la scalmana: un vaglia

con scritto sulla cedola: "O gran balordo che tu sei,
o tu non senti che la Patria è morta,
già, e non condona?"

Certo veniamo, a ghirigoro
per ruscelli e marciapiedi,
il fianco quasi che trasuda, e duro il fianco

tenendo sulla nostra dritta, e canzonando:
"Ohè Americ' america mmerica
ma che cos'è questa Merica?"

Che non torca la gola, che non torca, che non giri
indietro la ciera, il tacco con la suola; è troppa
cosa vedere di persona, e fatto grave; gli alloggi, la dimo-

ra!, la filitura d'aria che rifischia dall'usciolo un po'
soavemente semiaperto, la chiave nella toppa
che trapela un chiarino: e ti commuova il fatto, l'avventura;

a sorte chi ritorna a spegnere la lampadina,
la luce che si spreca o intorbidisce in nostra assenza!
o forse i santi d'altri tempi con la calamita, in silenzio...

a sorte chi
tomi a piantare nell'asfalto, nel granito, nell'argilla
e pomice e nel legno la sirena d'allarme come un seme.

E eleggendo nell'ambiguo
molo degli agrimensori, o i già citati uccelli, o bisce,
o liberi piccioni e selvaggina, fuori dai gangheri anche loro;

o il frutto solo
che ciondola bruciando della Philips che è rimasta a lungo
accesa per un puro sbaglio nei locali, o per scommessa,

e pare un suono illuminato, obliato, tanto offeso... e che patema
la sirena che esita faville e non fa urlo, il rutto
caglio di volgo già italiano, se scampana

come odora d'aglio! e allora:
pomice e saliva su e giù per l'etra italico.

da Ormai


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