Ma sarebbe
faccia tosta, un gran bel becco, o stolte
beghe per
mettere zizzania sulla terra dove cresce
soltanto
il riso e il vento, o smoderare
e fare rutti
a bruciapelo o folte cose
liberamente
in centro alle navate che balugina e che stride
di fuori
il tram sulle rotaie...
Ma non fa
niente, ma non fa, ma gerbidi,
ma gerbidi
e straniti, noi, se e quando gracchia
a mezz'aria
la trombetta che ci chiama,
noi con
l'orecchia tesa a foglia, con il rozzo
pube (quella
poca pacchia, quella poca
fesa comprata
a buon mercato, ove prurisna-
no una semenza
taciturna, la gran nube,
e selvatiche
stragrandi meraviglie
d'ogni
risma, d'ogni calibro, d'ogni cupo
estro) ma
gerbidi e straniti andiamo
allora
di invenzione in invenzione verso
un non
pensato mutamento; con l'orecchia tesa,
vigili sotto
la trama dei dazi e degli abusi o sul dirupo
della febbre
che non piglia e non si spenge,
dei mandorli
squisiti, dei fiumi fatti d'acqua, dei respiri,
una stagione
sempre un po' più in là,
e il bersò
folto in piena massima che sgargia
sugli spalti
a trine dei verecondi laghi, sulle absidi
in vigilia
sensitiva: noi andiamo.
Lascia giù
i santi, le maestà: lascia lì gli orinali
in fondo
al naviglio, tremolanti, o nella gola
della pattumiera
che non vanno giù, non sono aghi, è tolla
a smalto.
Con il turibolo
della tarda primavera che gli scrosci
d'acqua
evapora a fiore di maiolica nelle latrine
a pagamento,
ove lì in giro in tribolo
girano le
anime perdute, e i fessi
e mosci
e tulipani in pista, il proprio turno ansiosamente
aspettando
per fare le cose che si cela
ai podestà
alle figlie di famiglia e di Maria,
tenendo
duro sulla nostra via, noi si scivo-
la all'ingiù,
verso la lista che è un distante,
che è
un pericolo, verso i dissonanti lidi...
E c'è
il corpo cresciuto lombardo e sderenato,
quel tal
che va alla svelta, e saggio è nella morra
come il
porcello nella palta, nel puzzo del conciato, che
che dissipati
i grani e i foschi maneggii
dei retrobottega
e delle banche strette
di manica,
disperse le canicole
di cenere,
le risse
sessuali
delle bestie lungo i calcestri,
sconfitta
la camorra e scancellati sui cantoni
e neologismi
e targhe, senza risentimenti, e il novero
a veleggio
degli illustri in sovrappiù,
solleverà
il suo bavero scoltando l'aria tersa
quando
traversa, come biscia lustra
che sguiscia
se ci tiri a manolibera una pietra,
liscia l'aria
nella patta unta, un gelido
prurito
in cima a là, la cima in giù piegata
a mo' di
salice piangente in riva dei palustri.
Chissà
se ci daranno un paltò nuovo, su misura, d'aria
pura, per
la nuova taglia, per i ranghi nuovi,
e un mazzolino
che spunta di viole, all'asola, e uovi
ovali, e
un sano frumentone sopra il cribbio
che non
spande, un peso che non tema il frusto
e le intemperie,
se ci daranno, e che non faccia ruggine;
e se semineranno,
esempi solitari,
a paragone
e gran soccorso, e a civil gusto,
oltre i
strilli del nibbio tempestino, stanze
da star
dritte perfino nel lavacro
brusco
di nebbia scrollata giù ai geli,
ai fanghi,
al salso, al tosco fuggi fuggi, al sacro
morso d'oblio,
agli atti, al sangue, ed al silenzio
dove gode
il bruco e la càmola lavora!!
Se ci daranno.
Però
Nella corusca
spola delle ri di rico
delle ricorrenze,
dico, dei desiderata, degli affitti,
al di là
udiremo con gli occhi della vergine natura
al di là
d'usci e portici coi bruchi
in alto
tribolare ancora adesso
che c'è
fronda nelle scelte e negli incroci
e che siamo
restati senza ordine e senza rivoluzione,
magnanimi
e caduchi, e sembra bello
aver sbagliato
in molti, in tutti;
in alto
sopra, o a pie' dei letti lucidi
o sotto
cupe spighe, oggi tribolare
una manciata
di semenze tali e quali,
la verzura
che riga nottetempo il gorgonzola,
e in alto
i scenari di cemento armato;
cento dighe,
allegri
poggi,
festevoli
facciate,
o varie
cose in senso nostalgico, canzoni
fiatate
senza remissione, parole clamorose, colpe,
e orme,
e tracce, e carregge e pedane a perdivista dileguanti,
e le chiome
dei faggi nei cofani scarlatti delle corriere.
E filtra
nel filone della schiena, e filtra nella costa
soda dei
selleri giganti adagio, e adagio nei carciofi
e in altre
sfere, e nei quarzi che aguzzano la vista alle censure,
ora al passaggio
del marrosso nelle polpe
delle indugianti
schiere, delle donne incinte,
che vergini
tuttora paiono o maritate o nonne,
fiere come
la moda vuole e fecer le nature,
filtra
la cruda sedizione, quel retaggio d'inferno
traveduto
in fantasmi di libidine inconsumata,
mappamondi
festevoli e stridenti tomo un pemo...
Ogni nazione
erano fronde screpolate dal gran secco,
o poco
più: era una lisca del carpione sottaceto,
senza la
carne tiepida e unita...
ora al passaggio
del marrosso sui vagoni
della posta
che vogan le tempeste calde falciando
e le stazioni
transitando a branchi a branchi,
con siepi
e fiori e nuvole di stinta carnagione:
così
certa caligine sospiri
di madreperla
alla bell'aria, parsa
quasi ardito
zelo, per puntiglio, e in attimo di fuga
perenne
si tramuti, ora che sosta là il marrosso
tra chiappette
colore d'albicocca, e sempre in giro
sottoveste
alle baggiane a tredicianni,
e dentro
le lentigg-
ini: che
frusciano se fossero cicale sulla luna
arsa in
ama ai blandi pomeriggi: alle baggiane
già
di pelo esuberante, o a maritate
per forza
o per amor.
A noi sarà
Siviglia, Maiorca, il Labrador
in fondo
alla bottiglia dell'acqua minerale vera fonte,
che increspa,
in terza classe, e si travasa, a ferragosto?
e il sole
sarà come un gallinaccio, sarà come,
che scende
giù a taboga e gira e gira, e tac
l'ha lì
nel becco... ma è un cranio di mulo,
o un seme
di linosa...
Ci porteremo
via la nostra ratamaglia,
le lune
dei posteggi, i campanelli con le resistenze
dagli stipiti
in cancrena, la maglia feriale
e quanta
masserizia più venale, e il rame, e i litri
con la
tacca, e il bollo come un sole
di giustizia
e libertà: muta
ormai la
Singer:
le amene
piantagioni dove a minger
rivavano
le cagne, i cani-lusso: gli spadoni belli
e i mobili
frasconi della tempr
a dei prati
dopopranzo con in giro esanofele, e la botani-
ca rionale
dentro ceste marce, a chili e chili:
a musica
odorata in fantasia degli jukulele,
tutto portiamo
via, o sparpagliamo ai vani
zefiri
che fan vele e imbuti e spire a nidi
forse:
tenendo
duro sulla nostra dritta, viene che
si scivola
all'ingiù, verso una lista scura,
agli aguzzi
lidi, in bili-
co, ma prima
ci fa spendere l'anima di dio nei garofa-
nini di
Ventimiglia nei chioschi di stazione,
venduti
tra gli spruzzi, svenimenti e gridi
e battimani,
già passi, già sgualciti, un diecimila
circa,
poi ripartire verso una certa quale
qualunque
parte d'universo:
in mani
la cambiale, e una candela per vedere
i sassi,
e mista a larga confusione qualche strofa.
Quel tanghero
lunatico, già pesto, ha una gran voglia
di buttar
sangue e soldi e gran madonne
fuor d'ogni
grazia o uso nelle altrui botteghe,
ha forza
di cambiare posto, a tutt'andare;
ha sacramenti
rotti che conosce lì per lì, ma non conosce
quanto
costa lui e quanto quel ricordo che non spiega
nemmeno
a se in persona, alla sua spoglia,
(se gli
dura il fiato che gli sbanfa, e l'asma!)
e che se
guardi bene bene rema
oltre il
bordo discosto delle cosce
m dove
i piro-piri bui e i piovanelli
e in dove il tordo
tramontano
concitati per tema del grosso nubifragio,
fuori dai
gangheri anche loro, ed il peso, sordo ma sordo,
scema di
una foglia curva ad ala,
luna appartata,
sventilata, e che patema
è
sceso! è tardi: buonasera,
e buonavita!
Forse sarebbe meglio
forse sarebbe
una fregatura, un'altra data, una piaga
per noialtri
noi che, stando alle cronache civili
sfumate
sui giornali, sui camion, nei registri
di carta,
si paga
quel po'
di calce, e quel celeste
che schivo
fa la guardia sopra gli embri-
ci, quel
po' di magra boria per un aci-
no convulso
di baldoria nella capa allegra,
di scatti
mortali e batticuori, e I baci
che rimembri
sinistri rimirando
il bel coppino
delle monache sottili
all'ombra
delle grate, o quello delle sguange
nell'ultimo
loggione; prego, e argentovivo
nelle costole
alle bambine
vedove
dal tempo della prima comunione in poi,
gli oswego,
e sangue di galline, e un bel corredo
a posto,
con le frange, coi bomboni.
E basta.
Adesso guardateci la mano com'è in alto;
esautorata;
cinque si pittura con l'ombria; pari e patta;
per ogni
dove; sul dritto della mura; fin che il sole
mulina;
ma datemi ascolto; oppure fate
finta;
datemi l'ultimatum; cinque s'allunga;
e già
venite, certo veniamo, vengo subito: le vedo-
ve, i gasisti,
le scalmanate; i tristi
suonatori
d'orchestra e tramvieri con le occhiaie
scombinate
a furia di mangiar rotaie e latta,
i ciclisti
serrando con affanno la moltiplica,
affittacamere,
mezzani di stallatico sugli argini,
teppisti
e manigoldi e ruffiani pentiti d'avere sesso e età,
astuti
fabbricatori di coramini da mettere in testa alle stecche da
[biliardo,
e chi ha
nutrito di spezie e coloniali e cucarache
e di ogni
canzonetta americana il lardo della pàpera
spedita
a nuova Troia sopra il Po; e chi le cedo-
le moltiplica
e i tagliandi per il riso cereale
nei specchi
signorili o nella gualma non salubre,
e poi scappa
come biscia se ci tiri un sasso;
e chi aveva
nascosto il morto sotto il crine, un palpirolo,
si presentino
tutti verso sera: (fallo per amor mio!
non arrossire,
non impallidire, deh, licenziati! e fiuto
fine ci
vuole, e troverai la calma nuotare nelle vene,)
si presentino
verso sera molto in prescia, a volo,
i vari
ceti, duro tenendo sulla propria dritta
e nessun
cruccio per la sassaiola o l'ironia:
la mano
dritta, a calli e spessa, e passaporto
alto nel
palmo della mano torto a buccia,
e la fama
europea sull'unghie delle dita viola;
avanti,
con la grama confidenza, e il pomo sano, per corrobo-
rare e
teste di rapa e nati d'adulterio e sanguisughe
del globo
nostrano: rifiuteremo la natura
e ogni disgrazia
che ci càpiti, e i diritti
presi sul
serio, il torto di tra rughe e rughe, il putiferio
in coda
alla gran lite della vita;
e spediremo
alla fin fine un lauto vaglia
dall'al
di là del margine, a chi per avventura
resta solo
a stormire come un flauto nella vita
economica
del paese, o se la squaglia per suo conto
a far l'assalto
all'ultima gerla, o séguita
a fare
festa e la scalmana: un vaglia
con scritto
sulla cedola: "O gran balordo che tu sei,
o tu non
senti che la Patria è morta,
già,
e non condona?"
Certo veniamo,
a ghirigoro
per ruscelli
e marciapiedi,
il fianco
quasi che trasuda, e duro il fianco
tenendo
sulla nostra dritta, e canzonando:
"Ohè
Americ' america mmerica
ma che
cos'è questa Merica?"
Che non
torca la gola, che non torca, che non giri
indietro
la ciera, il tacco con la suola; è troppa
cosa vedere
di persona, e fatto grave; gli alloggi, la dimo-
ra!, la
filitura d'aria che rifischia dall'usciolo un po'
soavemente
semiaperto, la chiave nella toppa
che trapela
un chiarino: e ti commuova il fatto, l'avventura;
a sorte
chi ritorna a spegnere la lampadina,
la luce
che si spreca o intorbidisce in nostra assenza!
o forse
i santi d'altri tempi con la calamita, in silenzio...
a sorte
chi
tomi a
piantare nell'asfalto, nel granito, nell'argilla
e pomice
e nel legno la sirena d'allarme come un seme.
E eleggendo
nell'ambiguo
molo degli
agrimensori, o i già citati uccelli, o bisce,
o liberi
piccioni e selvaggina, fuori dai gangheri anche loro;
o il frutto
solo
che ciondola
bruciando della Philips che è rimasta a lungo
accesa
per un puro sbaglio nei locali, o per scommessa,
e pare un
suono illuminato, obliato, tanto offeso... e che patema
la sirena
che esita faville e non fa urlo, il rutto
caglio
di volgo già italiano, se scampana
come odora
d'aglio! e allora:
pomice
e saliva su e giù per l'etra italico.
da Ormai
Vico
Acitillo:
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