Vico
Acitillo 124 - Poetry Wave
Electronic
Center of Arts diretto da Emilio Piccolo e Antonio Spagnuolo
Luther Blissett
Di Bebeep.
Di Lipsy. E altre storie
Di
Bebeep
1.
Suite a Ferentino
2. Bebeep, Cartesio
e la vinaccia
3.
Bebeep, Briana e l'amore
4. Bebeep ad Amsterdam
5. Je t'adore
1.
Suite a Ferentino
Bebeep non ha letto Gozzano,
e non sa chi è Totò
Merumeni.
Lui pensa che solo ai ricchi
toccano le gioie del sole,
e che è vissuto male,
colui che nascendo e morendo rimane oscuro.
Ignora anche che Ponzio Pilato
e la moglie Claudia Valeria Procula
passarono da queste parti.
Come l'imperatrice Flavia Domitilla,
Gregorio da Montelungo,
Martino Filetico e Novidio Fracco.
Bebeep ha deciso che oggi è
archeologo.
La donna che lo accompagna ne
sa meno di lui
e lui può giocarsi alla
grande quel poco di cultura
che ha appreso in una scuola
di preti dove si paga
per rimanere ignoranti.
Qui c’era il tempio di Giove,
qui si pregava Mercurio
perché tardi agitasse
il caduceo.
Più tardi andranno a colazione.
Dopo li attende una suite, all’Hotel
Moretto,
fatta apposta per chi non ha
mai letto
Gozzano né sa chi è
Totò Merumeni.
O dolci baci, o languide carezze.
O pomeriggio caro a chi ha a
noia la polvere,
lo strepito delle ruote e l’osteria.
Qui Bebeep, qui ora scopa.
Che anche ai ricchi toccano le
gioie della vita
nella suite al II piano dell’Hotel
Moretto a Ferentino.
2.
Bebeep, Cartesio e la vinaccia
Bebeep non ha letto molti libri,
due o tre
al massimo. Figuriamoci Cartesio.
Eppure sa che solo le idee chiare
e distinte
possono fornire un senso all’esistenza.
È un patito dell’evidenza
e non ha dubbi sulla natura
dei diavoletti, che per lui sono
solo
un espediente dei filosofi per
scrivere
discorsi sul metodo
e sulla vinaccia.
Per esempio, non ha dubbi su cosa
debba fare una moglie
che sia stufa di idee chiare
e distinte
e abbia voglia di vedere se il
mondo sia meno regolare
della pista da corsa su cui,
lunedì mercoledì e venerdì,
egli esercita la sua intelligenza.
E non a caso ha comprato una
casa dalla quale con le figlie
quando si sveglia potrà
vedere il mare il mare pigro dell’estate
e quello più tormentato
dell’inverno.
Tanto ci sarà sempre una
moglie, e una madre,
che ogni mattina, in un’altra
parte della città,
porterà il caffè
al padre, gli dirà buongiorno,
e gli racconterà che il
figlio
una volta la settimana chiede
di lui.
Poi lei andrà al lavoro,
e al ritorno
passerà per la casa da
dove si vede il mare
per cucinare, mettere ordine,
e sorvegliare gli studi
delle figlie che non ancora hanno
studiato Cartesio
e non è detto che quando
l’avranno fatto
saranno in grado di capire che
la morale provvisoria
è un segno dell’impotenza
dei tempi, e di ogni morale.
A sera tornerà nella casa,
in un’altra parte della città,
a consolare un vecchio che ha
perduto il figlio
senza mai averlo.
Questo pensa Bebeep, negli intervalli
degli allenamenti
e in quegli istanti in cui la
vita si stende davanti a lui
come il manuale di medicina che
non ha più segreti per lui
e dal quale ha imparato che come
i bambini hanno bisogno
delle malattie esantematiche
da cui guarire per divenire forti
e grandi così accade agli
adulti che hanno da imparare
dalle ferite dell’anima senza
piangerci su
più di quanto conviene.
Bebeep né è sicuro:
glielo ha detto la madre
fin da quando era bambino. Sei
il migliore, gli diceva.
Poi se n’è andata, scordandosi
di ricordargli che anche il rospo
è bello per la madre,
né lui mai ha letto
il poeta, che ha avuto l’ardire
di definire santi i rospi,
gli scarafaggi e gli uomini che
a quelli rassomigliano.
Se n’è andata, lasciandolo
solo in un mondo
che rende onore a santi e criminali,
poeti e podologhi,
perché nel gran bazar
del mondo c’è posto per tutti,
anche per chi non ha letto né
mai leggerà cartesio
e finge di non sapere che prima
o poi tutti finiremo
merda secca, cibo per i vermi
e per i preti.
Così Bebeep non ha altro
da fare il sabato sera
che andare a cercare, nelle cene
dove si parla di tutto
senza parlare di niente, l’avvocato
Curillo con la moglie dal collo lungo,
che gli ricordano che dio esiste,
sì per dio che esiste,
e che aveva ragione calvino a
dire che il denaro
è il segno della sua simpatia
per noi.
Anche se c’è poi una moglie
che è stufa di idee chiare e distinte
e ha voglia di vedere se è
poi vero che il diavoletto è solo
un espediente dei filosofi per
scrivere
discorsi sul metodo
e sulla vinaccia.
3.
Bebeep, Briana e l'amore
Bebeep ce l’ha fatta!
Finalmente è innamorato
cotto ma così cotto
che crede a tutto, proprio a
tutto. E’ convinto che se lei gli invia
uno dopo l’altro sms in cui scrive
ti
amo amore mio
mentre sta chiusa nel bagno dell’albergo
perché il marito che non sa non sappia
è perché le affinità
elettive vanno rispettate, e protette
dalle dicerie volgari del mondo.
E lui che non ha letto Camus
sa istintivamente che la gelosia
è un sentimento in cui
solo chi non ha nobiltà d’animo
può scambiare l’amore
per un gioco di mucose.
Così che importa se lei
scopa con il marito due secondi dopo
che gli ha scritto sul cellulare
di pensarlo con tenerezza
e che gli manca e non vede l’ora
che sia domani.
Che importa se con lui non scopa,
solo una carezza sulla nuca
ma lo sguardo languido che doveva
avere Odette quando Swann
le toccò il seno scompigliando
le cattleyes.
Così, non sa più
cosa farsene delle sue vecchie idee,
quando pensava che le donne si
dividono in donne da letto e donne da passeggio,
anche perchè con lei ancora
non va a letto e ancora non passeggia,
per mondana prudenza, per pudore,
o perché nessuno
abbia ad invidiarli, o faccia
il malocchio.
Lui così è felice!
E ha l’approvazione dell’amico
avvocato Curillo,
quello che ha la moglie dal collo
lungo, che studia come disporre i fiori nelle cene
e non si capisce perche usi i
tacchi come se fossero trampoli.
Ha l’approvazione anche della
madre dal paradiso,
che gli sorride come il giorno
in cui fece la prima comunione
o il giorno in cui ebbe otto
in greco senza capire nulla dei greci
e gli diede ventimila lire, dicendogli:
come
sei bravo, figlio mio.
Ha l’approvazione del gesuita
che anche se zoppo
gli insegnò ad andare
diritto per la sua strada
convincendolo che non è
vero che chi va con lo zoppo impara a zoppicare
e gli disse: va’, corri, e
segna nell’agenda quando tempo impieghi.
Ed è felice, perdìo
sì che è felice:
lei lo ama, gli manda sms, rifiuta
anche il cellulare che lui le ha regalato
perché in amore la tecnologia
non ha senso
e ora lui quel cellulare può
donarlo alla figlia e fare il padre tenero
senza crocifiggersi con quei
perché che fanno male all’amore
ed è bello pensarsi ogni
sera al tramontare del sole,
è bello avere una donna
che somiglia a Briana Banks
e ha un senso così alto
aristocratico della vita
da pensare che la livrea imposta
all’extracomunitario che serve a tavola
è una questione di stile,
e non di classe,
e non sgranocchia mai fuori pasto,
specie quando è sotto stress.
É bello credere che è
sufficiente una donna
per cambiare se stessi, e il
mondo.
4.
Bebeep ad Amsterdam
Bebeep non sa perché Rembrandt
è un nome che ha una certa importanza
nella storia dell'arte. E perché
preferisce volti e corpi che, certo, non rispondono
ai criteri estetici di chi ama
i volti e i corpi resi belli dalla fatica
ardua della corsa. Poco gli importa
di sapere se la luce delle sue tele
ricorda quella delle terre olandesi,
da cui un giorno partirono navi e marinai
che scoprirono che il pianeta
non lo puoi percorrere a piedi
ed ha scali e porti dove le donne
vendono sorrisi e altro
perché la fame è
un imperativo categorico cui non puoi trasgredire.
E così, ora, ad Amsterdam,
in una città che ricorda la Serenissima
solo perché ha canali
e barche che rendono umide le case
e grige le mattine, egli se ne
va
come uno cui la vita non riserva
sorprese.
Nemmeno un orecchio mozzo, destro
o sinistro che importa,
potrebbe fargli capire che a
volte la disperazione gioca brutti scherzi
e non la puoi mettere da parte
facendo jogging o fingendo
di essere artista. Vedrà
il Riik, la casa di Annie,
lascerà che la figlia
se la sbrighi da sola
in una città che non conosce,
mentre dalle 12 alle 16 attraverserà
con passo cadenzato e ritmo prestabilito
le strade che, forse, un giorno
videro Baruch meditare sull'enigma
di un mare che è sempre
lo stesso ed è sempre diverso.
Ethica more athletico demonstrata:
ed è un segno dei tempi
se gli antichi demoni che furono
un giorno tutto il nostro fare
altro abbiano ora da fare e poco
si curino di essere signori
e servi della nostra felice infelicità.
Così domani Bebeep ripartirà.
Per le terre del mediterraneo
dove gli toccò di nascere.
Con un aereo da cui, sorvolando
le Alpi, potrà guardare l'umile Italia
senza pensare che un giorno Saturno
vi fondò il regno e fu anche lui un re.
Tornerà a casa, per raccontare
agli amici
che ha impiegato 3 ore e 13 minuti
per attraversare le strade di Amsterdam,
che avrebbe potuto fare di meglio,
ma sarà per la prossima volta,
quando non ci sarà più
il volto di Briana a turbare l'accordo
tra il ritmo della mente e quello
dei suoi piedi.
5.
Je t'adore
Bebeep non ha mai assistito a
un melodramma.
Verdi, Wagner o Puccini: questo
o quello per lui pari sono.
Né tanto meno sa che Nietzsche
contrapponeva all’ascesi blasfema
del genio di Bayreuth l’energia
sacra dei pescatori di perla
o di una gitana che amava ora
questo, ora quello.
Più semplicemente, non
ha mai ascoltato le parole di don José a Carmen
nel momento dell’addio, pochi
istanti prima che il pugnale
sancisse con la morte l’eterna
vicenda dell’amore
che non si spiega e nulla spiega.
Perciò, è commovente
se, nel parlare al cellulare con Briana,
egli ritrovi parole antiche,
che richiamano il cantico dei cantici
e fanno pensare a trasalimenti
ed estasi, che poco si addicono
a chi mai si è interrogato
sul sacro, e sulla sua violenza.
Egli dice: je t’adore. Come don
José poco fuori di un’arena
dove Escamillo ignora che mentre
mata il toro un ex militare
gli porta via per sempre la donna.
Je t’adore: ripete.
Con convinzione, e dedizione:
sul balcone di una casa
da dove si può vedere
la pista dello stadio
dove nei giorni dispari, lunedì
mercoledì e venerdì,
esercita il corpo, se non l’intelligenza.
Je t’adore: ripete. E Briana
sta lì ad ascoltarlo, e s’inebria
di quell’amore che nulla chiede
e tutto dà.
Si sente importante, e donna,
e femmina
cui manca solo un attis di passaggio
per passare all’eternità.
E imbarazzata, anche, un istante dopo,
perché esseri adorati
non è affare da poco,
e viene sempre il sospetto: ma
che vuole questo da me?
Vuole che io lasci il marito?
E il figlio? Vuole
che sia pronto a fare rivoluzioni
che il nostro tempo ha dimostrato
essere cose da poeti
o da internati nel palazzo di
sant’Anna?
E così non le viene altro
da chiedere se per caso
non può procurarle quella
canzone di Simon&Garfounkel
che parla di soul e che in un
vecchio film,
degli anni in cui qualcuno era
così folle
da pensare di poter cambiare
il mondo,
accompagnava la disperazione
di un laureato
con il volto di Dustin Hoffmann,
che sbatteva
i pugni contro una vetrata per
impedire
alla donna che amava di fare
quella cosa, cioè sposarsi,
per cui, statisticamente, dopo
nove mesi,
la specie si accresce di un nuovo
esemplare.
Ma Briana è già
sposata. E ambedue hanno già dato,
e concorso all’incremento della
specie.
Ambedue sono infelici, e felici:
a modo loro,
nel modo in cui lo sono tutti
quelli che scambiano
il presente con l’eternità.
E stasera, questa sera,
che fa un caldo da morire, anche
se è appena maggio
e non ci sono né via dorate
né orti che possano placare
la sofferenza d’esistere, non
resta altro,
a bebeep e briana, che dirsi:
buona notte, amore mio, a
domani.
E
altre storie
1.
Gli atleti delle colline di Napoli
2.
La poeta
3.
L'amico artista
4.
L'amico poeta
1
. Gli atleti delle colline di Napoli
Nella Grecia
degli dei e degli eroi, Pindaro sognò
che un
atleta potesse avere una dignità cui la poesia s’inchina,
perché
nessun verso può eguagliare lo splendore
di un corpo
che s’arroga il diritto di un’eterna giovinezza
e sfida
con la vecchiaia la morte che incombe sulle cose.
Scrisse
così odi che la memoria fatica a ricordare
e l’intelligenza
incapace di comprendere classifica e recita
come sublimi.
Anche Giacomo per un vincitore
nel gioco
del pallone si provò a scrivere qualcosa
che varrebbe
la pena andarsi a rileggere,
mettendo
da parte passeri solitari e pastori erranti.
Perché
siamo ancora esseri antichi e abituati a ripetere le cose,
anche se
Filippide non ha più da annunziare alla Grecia tutta
che il
nemico fu vinto e salvo l’orto dove i bambini giocano
ignorando
che la storia è crudele e prima o poi li costringerà
a crescere,
e a soffrire. A essere loro il nemico e ad essere
sconfitti
o a vincere.
Ma oggi
Pindaro non c’è, non ci sono né dei né eroi
né
un gobbo pessimista e maligno a cantare
le illusioni
che se ne vanno come sono venute.
Così,
oggi, sull’arida schiena del formidabil monte
sterminator
Vesevo, si corre..
Per disperazione.
Perché
non c’è null’altro da fare.
Perché
la moglie ti ha tradito o la donna che ami
non si
decide a lasciare il marito che non ama e non l’ama..
Perché
la cultura esige più fatica che quaranta chilometri con il cuore
in gola.
Perché
è meglio correre che fumare, o anche pensare.
Perché
pensare, e fumare, sono attività che poco si addicono ad un corpo
sano
e la morte
è per gli inetti.
Perché
è così bello correre se il cardiofrequenzimetro ti conferma
che hai
un cuore a prova di emozioni e di erezioni.
E poco
importa se la mattina una guida turistica
ti ha fatto
vedere la lucrezia del parmigianino
e tu non
hai capito nulla di quei capelli.
Poco importa
se un’altra ti ha spiegato che Napoli
è
una città dove una faccia gialla vale una nera o una bianca
e tutte
sono la faccia di dio e del maiale.
E un’altra
ancora ti ha fatto vedere le macchine anatomiche,
il cristo
velato e ti ha parlato di raimondo di sangro
che era
troppo razionale per non accorgersi
che la
materia ha una sensibilità che lo spirito ignora..
Tanto,
domani tutti al via, e via a correre
per le
strade dove non c’è nessun Pindaro
che si
fa carico della fatica inutile d’esistere,
nè
ci sarà un’olimpiaca o una nemea
a ricordare
fra mille anni che domani fu il giorno
in cui
Filippide annunziò alla Grecia tutta
che a Maratona
c’erano stati solo vinti.
E poi morì,
di schianto, senza dire altro.
Senza sapere
che anche lui era stato vinto.
2.
La poeta
La poeta
pensa che la storia è ingiusta, e poco generosa, con le donne.
Né
mai ha avuto il dubbio che alla natura poco importa
del sesso
degli uomini e degli angeli
e dispensa
con cieca stupidità intelligenza e bellezza.
Ha letto
da qualche parte che virtù non luce in disadorno ammanto
e che sempre
caro fu alla fanciulla il predatore che le rubò con la verginità
la scusa
dell'innocenza. Ha letto la Bachmann, ha letto anche
Ildegarda
von Bingen e si è convinta che per vivere è necessario
scrivere.
Per sopravvivere alla bellezza che sfiorisce, e alla crudeltà della
natura
che ama
la giovinezza ed è indifferente alle bizze dello spirito.
La poeta
è triste. E incazzata con il mondo, e la storia,
che non
danno requie e sono ruspe devastanti. Incazzata con gli uomini
che amarono
il suo corpo e non sono disposti ad amarne lo spirito
ora che
gli occhi non sanno parlare agli occhi e le mani alle mani.
Incazzata
perché né il linguaggio né i linguisti sono disposti
ad accettare
che il poeta abbia un articolo determinativo
diverso
da quello cui anche il barbiere è abituato.
Così,
si ostina a ignorare che la natura non deficit in necessariis.
Scrive,
e per il suo martirio le sembra di ricordare che fu l'amante
di un paziente
inglese e prese il té nel deserto,
mentre
carovane di poeti da un'oasi e un'altra
raccontarono
la storia di una donna che per essere poeta
smise di
essere donna senza mai diventare poeta.
La poeta
piange. E con lei la Musa che non sa cosa farsene
di chi
piange, ed è triste, e pensa che la storia è ingiusta solo
con le donne.
E ora che
febbraio si porta via i vecchi che hanno vissuto abbastanza
e la primavera
è ancora solo un presentimento cui non corrisponde
lo stato
delle cose, non le resta che una mailing list con cui in rete
convincere
chi non ha bisogno di esserne convinto
che i poeti,
e le poete, sono saprofiti sulla pelle della specie.
3.
L'amico artista
Sono
un poco artista, ha detto l’amico. Io non ho capito subito
e, visto
che parlava di sesso, credevo che alludesse a virtù che il pudore
vuole nascoste,
anche se la creatività è cosa nobile e degna di rispetto,
anche a
letto. E ho creduto che fosse per uno di quelli eccessi di fantasia
con cui
gli artisti si rendono intolleranti al mondo
se la moglie
ha dovuto fare ricorso alla pillola del giorno dopo.
Mi chiedevo,
solo, un po’ stupito, come è possibile che uno,
dopo due
minuti che l’hai conosciuto, ti metta a parte
di vicende
che tutto sommato tocca a ciascuno di vivere
senza che
se ne debba necessariamente informare il primo che incontri.
Anche di
altro ha parlato, delle vacanze ai monti e al mare,
della madre
infartuata, del fratello un po’ bislacco che aveva smesso
di fare
il medico per vendere lo scioglipancia di Vanna Marchi.
Poi, quando
se ne è andato, la donna che era con me
e lo conosceva
bene, mi ha spiegato che l’amico
pratica
il coitus interruptus senza mai tenere conto
dell’ammonizione
biblica ad onan a non disperdere il seme
ed è
sempre pronto a vantarsi della sua abilità
a venir
fuori al momento opportuno da situazioni
in cui
la minima esitazione può determinare, in modo irreversibile,
la qualità
della tua vita e il numero degli esemplari della specie.
Io l’ho
guardato da lontano, quel suo amico. Magro,
i capelli
un po’ arruffati, con la pelle bianca
di chi
teme il sole inquinato della nostra epoca. E ho guardato
anche la
moglie con efelidi, seno piatti e i capelli rossi
che nei
films hanno di solito le donne inglesi.
E mi è
venuto di pensare all’ultimo capitolo del romanzo
di don
Alessandro e di quello che dicono le comari
di lucia.
E di immaginare quell’istante, sì, proprio quello
in cui
tutti gli uomini, anche gli artisti, sono tutti eguali.
E’ mi è
venuto da ridere, come margutte, come scarpetta e come rido io
quando
chi legge ciò che scrivo viene a dirmi
che me
lo sono inventato e non sa che anche lui corre il rischio,
prima o
poi, di entrare nei miei versi.
4.
L'amico poeta
L'amico,
che è poeta, scrive una poesia al giorno. Anche due,
se le muse
sono benevoli. Nulla da invidiare ad Ermogene, che se fosse
ancora
vivo avrebbe pane per i suoi denti. Del resto, non è il solo:
egli appartiene
ad una specie che non ha nessuna intenzione di estinguersi,
come invece
le foche e i colibrì che, considerate le condizioni del pianeta,
istintivamente
sanno che devono farsi da parte. Strane creature,
i poeti,
sempre sicuri che il mondo sia lì in attesa dei loro versi
che illuminino,
e diano senso, a un'esistenza che, altrimenti,
sarebbe
condannata a muoversi nel buio dello spirito e della materia.
L'amico,
che è poeta, scrive una poesia al giorno. Ed è delicato,
e raffinato
quanto basta per attivare sinestesie che mettano in comunicazione
l'iride
con l'alluce, e poliptoti grazie ai quali domani i giovani
potranno
convincersi che la poesia è affare da fannulloni, ed impotenti.
Egli è
convinto che le intermittenze del suo cuore coincidano
con quella
della storia e che tra le parole e le cose
ci sia
un'adequatio simile a quelle che intercorre tra dio e i suoi profeti.
Oggi, per
esempio, ha scritto versi che ricordano l'estate
e le pulsioni
che con il calore ci invitano a ricordarci
che la
specie ha bisogno di riprodursi se vuole sopravvivere.
Parla di
vestimenti leggeri, di piogge che rendono trasparenti i tessuti
e fanno
della giovanezza un'ebrezza di cui sarebbe troppo amaro
rimpiangere
un giorno di non aver goduto. Anche di altro parla,
che un
giorno, peut etre, lo renderanno degno
di un premio
nobel o di uno scanno da senatore a vita.
Più
verosimilmente, non andrà mai a Stoccolma,
nè
siederà mai in quel parlamento
dove i
poeti, appena prima di morire,
possono
finalmente capire che la poesia è affare da fannulloni, ed impotenti.
Di
Lipsy
in preparazione
Luther Blissett: Beatrice
Luther Blissett: Cuore
di Cristo
Luther Blissett: Lettera
al figlio sull'utilità della scuola
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