Cesare
Pavese, che del traduttore ha incarnato una tipologia mitica, in una
lettera
alla casa editrice Bompiani così motivava il suo rifiuto a
tradurre
un testo di Steinbeck: “Per tradurre bene bisogna innamorarsi
della materia verbale di un’opera, e sentirsela rimarcare nella propria
lingua con l’urgenza di una seconda creazione. Altrimenti è un
lavoro
meccanico, che chiunque può fare”.
È
molto vero. Solo il surplus di energie liberate dall’amore ha il potere
di imprimere al nuovo testo una dignità formale che non si
limiti a riproporne il contenuto avvilendolo allo stato di un paziente
anestesizzato, livido ed inerte, ma sappia conservarne il rosa sulle
guance,
la lucentezza dello sguardo, l’eleganza del gesto. La traduzione
è
sempre una metamorfosi, ma se Grimilde assume le sembianze della strega
è segno che qualcosa non ha funzionato. Una buona
traduzione
è ciò che nasce dall’amore di chi ha scritto l’opera e di
chi l’ha tradotta: ha il DNA di entrambi. Forse l’impasto risultante,
sempre unico e irripetibile, riprenderà di volta in volta
più
dall’uno o dall’altro genitore, ma di certo grazie a questo continuo
rinnovarsi conserverà sempre la cifra stilistica della
contemporaneità.
(Fiorenza Mormile)
Balde,
Oliver
Basinski,
Michael
Carter,
Revard
Corbière,Tristan
Duncan,
Robert
Durgin,
Patrick F.
Hartley,
Marsden
Kirchmeier,
Horst
Oppen,
George
Pagan, Roberto
Wendy
Cope