![]() |
Vico
Acitillo 124
Poetry Wave Almanacco della poesia: I testi Elvira Manfuso
|
Bistrata di nero sotto una frana
Una lampada solo che cerchi
Larve di parole a ornare
Pasta di sale per giocare, pane
L’occhio
va al pulcinella, al filo
che lega
la sua bellezza
ma sulla
faccia tonda della notte
la mezzaluna
pencolante ha steso
un lungo
strascico brulicante
di plancton
siderale, forse uno sciame
di lucciole
serrate in folle danza,
deliranti
di vita.
Mi sta di
fronte la notte,
una come
tante,
ferma e
silenziosa.
Vigila
materna
sotto il
ciglio di luna
turgida
di luce.
Il tuo volto
in me
si dilata,
concavo e vuoto
come prateria
di tenere acque
Lo porto
con me per via
quando
riprende il suo pianto
perché
il vento lo culli
il mio
dolore.
Mi portavi
al mare
in carrozzella
–raccontavi-
che avevo
due anni, io e te soli
e avevo
gridato quel giorno
di dolore
ché ti eri allontanato
di qualche
passo a riempirmi
di acqua
il secchiello:
temevo
mi avessi abbandonata.
Riprenderemo
da quell’incontro
ad andare,
quando anch’io
avrò
lasciato le cose.
Avrà
fine allora il grido
del cuore
al chiudersi di tutte
le ferite
e nelle tue mani
il Padre
avrà versato
ad una
ad una in questi
lunghi
anni di attesa
le Sue
parole di amore.
Ho spiegato
orizzonti di sole
che un
rosso vestito
di tenera
garza lasciato
a tramandare
in fondo al cassetto
memorie
di giovinezza.
Si sono
riaperte strade
di luce
strappate al mare
Palau,
Cannigio, Positano…
vive
come ciottoli
bianchi.
Mi chiedo
chi sei tu leggera
venuta
a posarti nella mia vita
come boccio
di fiore d’arancio
spiccato
dal ramo.
dolciore
d’autunno.
Non sei
l’evanescente farfalla
che sul
pulviscolo danza
in schermaglia
coi raggi del sole.
Se mai tu
occhieggi sulle rocce
come il
granchio, frutto di mare,
risuoni
come una cava conchiglia
che fiata
di bora salina.
Mi scruti
spoglia di parole,
ferma e
buia come castagna
sotto la
brace.
Sei il ceppo
dell’oggi che vive,
che i miei
occhi accarezzano,
la scorza
dolceamara del legno
che a sé
mi lega.
Se volgo
indietro lo sguardo
vedo una
culla che si dondola
vuota,
l’ hai tu relegata in soffitta,
con un
ruvido tuo cipiglio.