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Vico
Acitillo 124
Poetry Wave Almanacco della poesia: I testi Silvio Izzolino
Schioppa
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Per cortesia, io vi imploro,
non chiamatemi figlio,
non parlate di specchi
o di fratelli emigrati.
Per stare tra voi
devo morire ogni giorno,
perdere sangue, risorgere,
sciogliere nodi tenaci,
riordinare gli intrecci.
Per cortesia, io vi imploro,
non abbracciatemi troppo,
la mia fragilità impallidisce
a tutte le strette.
Sono acqua, distillato di stelle,
mercurio mancato.
Temo le buche, i fossati,
i vostri piani inclinati,
le anfore, i becchi, le forme.
Sono un totem, un idolo, un Dio,
l'effigie dipinta del cielo,
un colosso di cartavelina.
Per questo non cercatemi il centro
o l'ingresso o l'uscita o la
crepa,
il dettaglio, il disegno, l'impianto.
Sono l'attesa paziente seduta
sulla vostra pietra angolare.
Sono
La mia polarità isolata
viaggia su treni vuoti,
s'illumina d'intuizioni
che alimentano il disordine.
E' lei che rassomiglia a un amore
o io che rassomiglio a un uomo?
Siamo onde brevi
con differenti fasi isteriche,
siamo fiumi piccoli
in greti troppo ampi.
il giorno che è in penombra
o io non vedo bene?
Pure, questa casa a stento ha
un tetto,
non ha mura, né porte,
né finestre.
Siamo rimasti in pochi,
abbiamo mani fragili
come quelle delle donne
che scrivono poesie;
loro hanno occhi neri
e parlano
untuosi e rozzi;
come l'alito dei preti
odorano di fiori mai fioriti.
La mia gente muore sotto i portici
delle bancarelle dei libri a
metà prezzo
dove chi cammina a piedi
sente ancora odori
di urina antica.
La città non ti vede ragazzo,
orridente figura incerta
sulla staticità del cemento.
Parigi accoglie il saltimbanco,
l'acrobata, l'artista da strada.
Tutto contiene
mentre tutto riflette
e assorbe il movimento.
I bambini proseguono,
dietro i santi,
sotto le statue,
ugli antichi acciottolati,
estranei alla decadenza.
Ti amo
femmina donna,
carne terrena,
respiro d'aria ed occhi cosmici,
le galassie sono nel tuo ventre,
se là, dove la pietra
è più dura,
hai costruito la strada dell'uomo.
La città non ti vede vecchio,
la tua precarietà infastidisce,
ha fretta di piantare croci
esteticamente geometriche.
Giocano i bambini tra le tombe
e sorridono
e proseguono
per nuove moltitudini,
per aristocratiche solitudini
e disperazioni senza meta.
Sono tutte isole
come la tua storia,
occhio che vola,
corpo seduto
tra alte mura
di pietra viva.
Verde dovizia di germogli,
insane fantasie di tinte,
convolvoli aggrovigliati
e gelsomini e salvie,
uomini all'aria, al sole,
ad asciugare gli occhi
e donne sempre giovani
per una nuova danza
sul dolce filo delle ore.
La rosa impazzita in giardino
lo sento mi vuole spiegare
che non ha tradito promesse,
non è mai arrivata in
ritardo,
che il suo tempo è il
colore
e il colore è il suo tempo.
Ma a me è rimasto un balcone
e non c'è tempo o stagione
o colore
per chi non attende.
Vienimi a trovare questa notte,
potremo sederci intorno al fuoco,
ridere d'un girotondo di folletti
rossopallidi,
che hanno dimenticato o mai saputo
il loro nome.
Vienimi a trovare questa notte,
parleremo degli amici da grandi
magazzini,
mani sulle spalle e sorrisi legati
ad un filo
per riprenderli in fretta e all'occorrenza.
Vienimi a trovare questa notte,
potremo parlare delle belle donne,
con occhi di vetro e guance improbabili,
vestite con gusci di lumaca
e con spessi occhiali cerchiati
sul cuore.
Vienimi a trovare questa notte,
potresti disegnarmi nell'aria
i tuoi nuovi orizzonti,
fermare le tue mani sui miei
occhi
e ridarmi ancora la vita.
Vienimi a trovare questa notte.
Perché deformi il viso?
per mostrarmi a pieno
l'ingiuria della morte?
L'inutilità del ricordo?
Per scompormi la memoria?
Per darmi il senso terreno
della concretezza dell'assenza?
della necessità della
resurrezione?
Lenta scivola l'immagine,
l'oblio ne confonde i tratti,
ne sedimenta le energie.
Il corpo è già
disfatto,
ma le idee, come i pensieri,
hanno ali di pipistrello,
vorticosamente turbinano
nei vuoti del cervello.
Ali uncinate e nere
artigliano i volti nuovi,
spuriano il presente.
... e mi ripeto voglio vivere
solo per destinazione,
traccio strade incerte
per incerti passi,
disegno motivi fragili
per fragili necessità,
innalzo bandiere rosse
per guerre inesistenti,
accendo fuochi freddi
d'intelligenze artificiali
senza peso e profondità.
Rantola il desiderio,
la mia carne animale
pulsa per conservazione,
si spegne per denutrizione
la mia volontà anoressica.
Sento il tempo andare
Stancamente mi domando
per il solo compimento,
della follia qua] è il confine,
si confondono le luci
e se potrei distendere la mente
tra ombre ed altre luci,
tra le sue braccia informi.
tra soli e lune uguali.
Finire finalmente.
... ma c'è il rumore del mio cuore...
Chi raccoglierà i miei
pensieri sgualciti,
le mie idee in disordine
come i miei documenti?
Rideranno di quest'amore ridicolo,
perla in una vita d'aceto?
S'intenerirà mai qualcuno
per la solitudine del mio letto?
o per le immagini di me
negli specchi della mia casa?
Con che occhi guarderanno i miei
cassetti?
Forse dimenticheranno in fretta
l'eredità dei miei fallimenti,
forse sarò solo un pessimo
esempio
perché mia figlia non
si senta orfana.
Siamo gli estremi vicini
di un cerchio non chiuso,
ci vediamo ci sfioriamo
e un'intera curva ci distanzia.
Ma non staccare la mano,
non spegnermi i tuoi occhi,
ormai non hai bisogno di parole
per raccogliere la mia lucida
follia
e setacciarvi una pagliuzza d'oro.
Portala al polso, piccolo monile,
per impreziosire una serata asfittica.
Partori due versi e un libro scritto
male
e un pomeriggio prese la morte
sotto braccio.
Il filosofo in mutande canticchiava
piano
mentre pensava in rosso il suo
epitaffio.
"Pervincere ci vogliono occhi
neri"
gli urlò l'amante unta
di sudore
raggomitolata intorno al suo
sedere.
"Ma c'è sempre un altro
che perde al posto mio"
rispose chiudendo l'alba fuori
la finestra.
Il filosofo in mutande canticchiava
piano
mentre scriveva in nero il suo
epitaffio.
L'amante si rivestì piano,
piano se ne andò,
mise al collo un cartello scritto
in rosso
"Sivendono due cosce e poche
idee".
E c'è stasera qualcuno
che si domanda
con quale luna gli toccherà
morire
e osserva preoccupato la marea.
A che serve piangere o pregare,
c'è un Dio anche dall'altra
parte.
Sono cresciuto con le lampadine
al neon,
in una storia figlia di tante
storie,
con la sicurezza presuntuosa
d'un dio greco,
spargendo sale, verità
e comportamenti.
Ah quant'è poca la pochezza
dell'ingegnere,
si riscatti misurando un volo
di rondini,
il peso d'un sogno il rumore
della fantasia.
E c'è stasera qualcuno
che si domanda
con quale luna gli toccherà
morire.
Restituitegli vi prego l'odore
delle scuderie,
il colore sacro d'un filo d'erba,
il sapore caldo delle ginestre
al sole.
Non voglio che questa notte muoia
con la luna nuova.
Ah quant'è poca la pochezza
dei generali,
quanto quella dei preti e degli
americani,
che contano i giorni come grani
d'un rosario,
perché la vita è
un intervallo tra la culla e la bara.
Restituitemi vi prego la speranza
delle mie utopie;
stasera canterò con il
popolo iracheno
e con chi dall'altraparte si
domanda
con quale luna stanotte gli toccherà
morire
e osserva preoccupato la marea.
Non senza dolore decisi di partire,
non senza entusiasmo e curiosità.
Fremente mi sono preparato al
viaggio
sempre meglio di come ho viaggiato;
ho lasciato i sogni nella vecchia
casa
per liberare il cuore ed accoglierne
di nuovi.
Ma i treni sono più belli
alla stazione,
il loro elettrico ronzio è
un canto di sirene
e forse si dovrebbe avere cera
per le orecchie,
legarsi saldamente all’albero
maestro.
Sono un clandestino.
Il senso di colpa non basta a
pagare il biglietto
e prima o poi qualcuno me lo
domanderà.
Il treno ha percorso migliaia
di miglia,
soltanto per ritornare, soltanto
per ritornare.
Ah fossi nato controllore o conducente
di treni,
ah fossi nato ferroviere!
Questo buffo destino mi ha fatto
viaggiatore,
e per di più viaggiatore
clandestino.
Il corpo scontato irrinunciabile
carne
La perfezione del sangue nella
goccia rotonda
E l’anima mai leggera appena
s’affaccia
All’orlo degli occhi di matita
orientale
E il fastidio dei suoni, dei
suoni, dei suoni
La parola detta ti unge le labbra
e costringe il sorriso tra parentesi
strette
ci sarà pure un coltello,
una lama, una tomba
per ricordarti, stringerti in
un palmo di cuore
magnolia odorosa di sangue
Porto il tradimento come un cilicio
All’incrocio tra Palermo e Santa
Flavia
La memoria non ha tempo
O non è memoria
Ma un ricordo riflesso dagli
occhi
Striscia di luce pronta a morire
Non ho niente da fare
Se non fingere di stupirmi per
il prossimo lutto
Palermo mi annega per quello
che non è
Vi prego restituitela ai figli
E all’abbraccio mutilato di Francesca
Terrore di tempesta e salso vento
un’orda d’onde a trascinare scogli,
e parevano invincibili giganti
di compatto scheletro terrestre,
inamovibili.
E vorticano e rotolano come ciottoli
di spiaggia.
Uguale tempestare e insospettabile
smussa gli artigli della giovinezza
così presti a lacerare
vita,
a respirarla.
Poi il fiato si fa corto e spesso.
La notte autunnale ha un brivido
all’inizio;
spero si trovi sempre un abito
pesante
e un motivo buono per andarsene.
Prospettiva senza orizzonte
Foglie secche gemono
Rughe agli occhi, alla fronte
Lo zefiro s’è fatto vento
Il vento mi scompone
Eclissi di cuore
Di sapori di vita
I sogni non muoiono
Illanguidiscono
Di debolezza infantile
Si ammalano
Ma non muoiono ancora
Il passo stanca
Sul sentiero
Volgare
Il gesto è lento
Trascorso, accennato.
Eclissi di cuore
Di sentori d’amaro
Di frutti non colti
Lasciati marcire
E ora?
È ora!
Solinientesangue
Scavo commozioni nei rari sogni
Poi mi sfango in nausee di volti
Un bel verso! Un bel verso!
Una lacrima patetica mi scuote!!!
Ah ah!!!
Galleggio sui vostri sorrisi
Ancorati in porti sicuri
E derive derive restituisco
Plastica di catene e catene in
carbonio
Il cerchio dell’asino è
invisibile
Solo perché molto più
grande.
Un pianeta!
E giriamo
Girogirotondogirogirotondo
Giratuttoilmondo.
Ah ah
Il mio bambino mi è scappato
di mano
È corso a giocare dove
la realtà è sogno
Perché il sogno è
realtà
Sono solo
Mi sfango in nausee di volti
E galleggio sui vostri sorrisi.
Ah ah!!!
Scrivo bodoni dimensione sedici
Fabrizio se n’è andato
Non voleva salutare il millennio
Ora tutti lo amano
Sono accorsi tutti all’ultima
stazione
Si accorre sempre tutti all’ultima
stazione
È il viaggio che devi
fare da solo
Ah ah!!!
C’è un gesto meno uguale
degli altri?
Un gesto che non conosci, come
una parola nuova?
Un gesto che ti faccia dire
“domani vivrò per compierlo
e vedere cosa succede”
ma poi si dovrebbe inventare
un effetto.
Ah ah!!!
Mi piacerebbe accarezzare la vita
non sono mai stato leggero, è
vero
ma lei è mai stata sincera?
Ah ah!!
Ho perso ad uno ad uno gli anni
Per dire che ne ho avuti tanti
Per stemperare i rimproveri
Dimenticare
Gli omicidi commessi
L’ultima menzogna è una
tempesta
Di neve piccola e vento asfittico
Basta un colpo di tosse
Per impedirmi la masturbazione
E tu mi parli di veri uomini
Mentre sono così vicino
alla morte
Amore
con un coltello tra i denti
E un altro nel cuore
Amore
Amore colpito a morte
Distratto e a tradimento
Amore
Amore maleducato
Amore ammaestrato
Amore simulacro
Romanzo d’appendice
Amore occasionale
Vestito matrimoniale
Odoroso di detersivi
Di fiori secchi
Amore travestito
Amore fiore all’occhiello
Amore da presentare
Amore da accomodare
Amore da tollerare
Amore ipocrisia
Amore umiliato
Offeso, fuggito via
Amore orgoglio
Troppo distante
Teso come una sfida
Abortito e diminuito
Amore pagato a rate
E non consumato
Amore consumato
Gratis o a buon mercato
Amore offerto a poco
Nascosto dietro uno specchio
Dietro una caffettiera
Una sedia fuori posto
O un quadro appeso male
Amore soffocato
Più piccolo del dettaglio
Più piccolo dei se
Più piccolo dei ma
minimo rispetto al forse
ipotesi rispetto al poi
certezza rispetto al mai
Il fiume ristagna in anse nuove,
cerca sponde per riposare l’attesa
che l’uomo gli restituisca il
letto.
A valle clamore d’un disordine
d’acque
a monte silenzio d’acque umiliate.
Un uomo è seduto sull’argine.
Aspetta? Ricorda? Sogna? Riposa?
Lo osservo.
Svanisce in un calare di palpebre.
Riappare lacero d’anni
a restituire ad un cancro
ciò che un duce e la guerra
non avevano avuto.
E l’estate continua.
Mio padre lentamente si spegne
nella luce ferma di Agosto.
Era terra fresca
di sapore umido
e scura di fertilità
mio padre mio padre
ritornava vestito di blu
forse ho pianto
non ricordo
ruppero la cassa
usanza barbara
violenza ai timpani
e all’anima
lamenti di donne
e il mento di mia madre
un po’ tremante
poi parole
di gente appena vista
poi parole
di gente che non tace
così
mentre i morti marciscono
i vivi costruiscono altari
Perché la verità?
Quale segreto resterebbe dentro
a rodere
Erodere e sfiancare la coscienza
A far crescere il rancore per
non aver vissuto
L’ultima menzogna, la più
grande.
Quale vuoto sconosciuto resterebbe
Al posto dell’angoscia?
Non toglietemi il rogo e la sua
fiamma
Rimarrei nudo e senza palcoscenico.
Quale terrore avanzerebbe
Al posto del terrore?
Dormirei, mangerei e dormirei
Senza sognare più.
Ora
Proprio ora che conosco l’origine
Filosofia invernale e manichea
Delle virgole messe fra i pensieri
Mischio le lettere della parola
madre
Per farla diventare derma o merda.
Non m’impressiona più
il flusso d’uomini
Di donne e di bambini, che muoiano!
calpestano proprietà private!
E mi disgustano perché
mi rassomigliano.
L’orizzonte s’avvicina
Dopo di te
Tutto è raggiungibile
Possibile.
Plausibile.
Non è vuota
L’insania marcescente
Forma ameboidale
Di genialità gratuita
Ferisce
Non lenisce.
Il cuore è inutile
Ami i riflessi
I luccichii e lo specchio.
Dove nascondere
L’umido sperma
Della mia intelligenza?
Cracovia è scomparsa
Bucarest dissolve
Così Budapest e Mosca
E tace
La compagna Cassandra.
Morire insieme
Lentamente
Per poterne parlare
La grande trovata
La soluzione finale.
Ma piovono gocce di sangue
Tra i miei occhi
Ed i tuoi
Sei letteratura televisiva
Manca così poco
Ad essere niente
E tu m’insegni
La buona educazione.
23. Il pianto dei fiori recisi
Avete mai sentito il pianto dei
fiori recisi?
Rassomiglia alla solitudine delle
stelle
alle oscurità degli abissi
del mare
al folle girotondo di un pianeta.
Io ho sentito il pianto dei fiori
recisi.
“Fermati!
tu che hai l’animo fragile come
uno stelo,
fermati e portaci lontano dalle
lapidi,
non vogliamo essere i tristi
guardiani
di cupi ricordi e di svogliate
memorie”
Mi sono fermato,
“Non piangete, vi porterò
alla mia donna”
I fiori recisi hanno preso a
danzare
l’allegria di una danza odorosa,
si sono adunati nella mia mano
e ora appassiscono nella tua
casa.