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Vico
Acitillo 124
Poetry Wave Almanacco della poesia: I testi Ermanno
Guantini
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1. Or con l’avvenuto tardo lauro
or con l’avvenuto tardo
lauro
sguaino il plico e non mi so
valvassore più di tanto.
non credo rideranno le maestrine
buone dell’inavvenuto
cambiamento, che le faccette/voto
stampigliate in compitini
lasciavano presagire. si era
prossimi geni, allora che avveniva
l’apprensivo trapasso dal bianchennero
al colore e
il sorriso coronava la coniugazione
a un futuro anteriore
piucchepperfetto. or con
l’avvenuto tardo lauro
impiastricciando il certificato
dello stato, la maestra
in carta pecora dirà
e ora chessenefa dotto’
?
su quel sofà mai visto
prima
che viveva di stoffa dura
come rigidita
da un cartone di vetro
soffiato, in quell’aria rada
da famiglia allargata
di tedio scompigliata
nell’annuale riunione condominiale
riversavo ospite
il sorriso medio da pomeriggio
e nell’attesa
dello start fendevano prove
i patròn di schermaglie,
da infilzare
al terzo punto prima delle varie.
estraneo a quelle case
sguincio a follonica
ero
compagno tuo dell’occasione.
altri arrivavano, incappavo un
sorriso
diviso, mi accovacciavo alla
tua posa
composta che interrogava
gli sviluppi del bivacco; annotavo
avresti riferito a chi di dovere con la calcolatrice svedese?
la certezza d’un tuo dubbio riparavo
a margine, mi sapevo
inconteso.
arredo grattato, scialbavo
alla fiammella della discussione e
stavo bene davvero eccentrico
davvero inutile. mi fingevo
attento ma
solo
ascoltavo all’interno
l’incaponirsi
d’un
acquattato libeccio nei meandri
cubi vuoti del palazzo, ex crema del ‘60
che sussurrava epocali quei silenzi spessi
dopo la grassa stagione degli affitti.
a fianco settembre ne rideva
e un seme scivolava
in sordina; basta ne rifaremo
tetto nuovo era
partita come tarlo la decisione
di tutti, ci si preventivi è
ora,
poi
nell’ordine insinuavano
il commercialista pannelli consigli
postille rimandi sbadigli
cadevano a cocci, tutti a riparare
il vecchio
tetto
dalle virtuose promesse.
roboava
ora l’androne d’un timore d’inverno
scrostato. solo
un intervento economicissimo
di fortuna senza gru abusivo
avrebbe velato il danno
che si fiutava lieve temporale.
l'auto ci strania vorace
diluendo il dettato
l'ascolto.
forse sono solo sintomi
che deplori raschiando il dolore
o è il male
che griffa; andiamo tra
corsie che aprono
un trincio distratto: goffi
tra i grumi d'un bosco frontale
si va.
l'auto ci strania veloce
carpendo il dettato
e l'ascolto.
ci s'impaura d'una primavera
tramestata da segnali
imperfetti e rimandi
senza prefissi. ascendiamo
feriti. ci si sfreccia
aprendo forse
di noi
che un fianco. ignudi
di fronte al sandalo aperto
che zoppica sdrucito là
sui prati fradici del lungostrada;
le prostitute abbeverano.
forse sono solo sintomi
mentre la città finge
un coma
d'istinto, remota.
noi due variamo
le cadenze, tergendo
la pioggia l'asfalto il vetro,
è frattura breve,
la nostra, arco
minimo inaspriamo
impercettibili. sappiamo
che il giudizio è altro.
è' alto. sappiamo
d'esser oltre i cento, ma
ci s'impone un contegno
di superstiti. via
si va
4. E’ a san pietro in montorio
è a san pietro in montorio
escono gli sposi
violini
quando lauto un vento
crespa il gianicolo. muta la
folla
in disparte.
li vedo, ventenni serrarsi sottecchi
fra le dita di sguardi parenti,
ne provo
a salir piano due scale.
il cielo s’inguaia di mucose strie
e timido mi s’accosta
un sudorìparo, sorride
del mio sorriso. mi spiega
le mani del loro amare; non
è cambiato, è diverso
forse
oggi, ma forse
tu ne sei il segno; chiosa lui
mentre qualcuno nella folla
rovista la borsetta
a rabberciarsi il trucco.
accade. in fronte al tempietto
mi spiazza una folata ingorda.
solo, nel giorno breve
gli occhi mi si crepano del rimmel.
mi rimprovero
d’esser lì, come ogni
giorno
del non coraggio di sfilare
a trastevere dove brulica
la vita in divenire.
tiro i chicchi di riso e me ne
vo, senza gran saluti.
dite voi, taciturni padri
coturnati da mediani in disuso
non sia giorno che
depresso sfria
l’oggi
ma un’estate ridarella dove
ricordare di allora
solo ciò che noi piccini
appena sappiamo
allora
orifiamma di sketch e molotòv.
scribacchio sole velato sul pentagramma.
eh però voi
giudici di provata scienza
generazione di eroi mancati appelo
sappiate, non siamo
i soli, noi
fenestrati in sordo codice
a barre
sappiamo di sfiorire foltifolti,
debosciati
nell’arma sottile che è
il piacere
l’irricordanza.
6. Il fan di cartoncino bristol
mi dico, è lui quello strano?
ci saluta di lontano, antico
il fan ambientale, col secchio
grasso, scroscia pionieri arbusti
sul pubblico pratino, s’avvvicina
torvastro; gli chiedo.
con un piede il tipo sale, medita
sul trespolo, incespica gotica
una predica sul verde
sfiancato, i giovani fannulla
a fatica il deltaplano l’insegue,
sparuta schiamazza la nube. e
gli chiedo di lui
ragazzo, dimmi
cos’era.
traballa traborda spaesa, m’infischia
che
ne sai? era il tempo strambo
dei rastrelli, ‘quarantaquattro.
precoci
le rughe alle tazze cocciate.
che ne so, ma perché morirlo
poi
è libro di figure, altro
gli dico
che fate, altro che giostre.
agli
affetti rimossi si spanna, ai
respiri
rimorsi si cruccia, bacucco
dissenna: sferra via i trucioli
le stagioni le ragioni di allora,
lo
addita
a esotico scampolo
un vuccumprà . che
senza motivo gratis gli impartisce lezioni d’un trasandato francese oltremare
si frana il cavalletto
da un cielo spaesato.
7. In laude di dama que lauda, comma 4
oh dama tu mi perturbi, mi stagli
con lodi di gomma in avori torniti
su torri tra cirri e tranelli,
cara
t'industri a traviarmi d'incensi
e allori tornelli; son storni
i tuoi, di corde che frugliano
le ciprie del mio trullo
di peripateta zoppo: traumi
ch'incasso, vibrando le trèfole
del mio crasso pupurrì.
beato
uno spirto m'infondi? o forse
vedi solo di me che un trìllo,
un farfuglio di ganzo che
spèrpera il suo rìvolo
vero,
quello che il turbigliòn
di ruzzate
affogò in
puttanesche stonate.
deus fitto cupe barbe sconce
ex machina invogliava
bolsi putti a scimmiotti
voli
scarburati
in teatro; circumvolavano
il fracasso e la maniera, strabiliando
chi
in platea
mangiava popcorn tranquillo
nell’attesa del ciak.
e in quinta, d’alto eruttando
le saette
fallace il saladino squinternava
minacce brillanti domopak, si
prevedeva
un filo logico
un poco grosso, aggiogato a un
polso burbero
ma avvincente.
niente melò, del preambolo
si sbrighino le quisquilie….
di quell’inghippo losco
non si seppe altro
che indiscrezioni
mentre masnada la crociera
sviava l’adriatico, lumaca:
così
le mucillagini leccavano lo scafo
attente a non impensierire.
se ne discuteva a ore brocche
di primo mattino
quando la mente era persa
in slow-fox di altre notti. per
il non aver dormito, per
il non aver sognato granchè
si riandava ai falsi miti di
progresso.
e si sentiva i boati, a rintocchi
nel mare che ad est
perso distraeva di sé;
consueti
i gesti
di risacca e progresso.
disposte
le sdraio alla rinfusa, le illusioni
hanno il senso delle prime ore,
ma sapersi stropicciata
indosso un’attesa, minacciava
il riordino delle priorità
.
nella discussione, al ponte
erano giri accesi soffusi, tacchi
come anziani confusi .
le gelatine di frutta cadenzavano
aromi esotici
al primo pallido sole.
era la fine, davvero
e vanesio il dòmino,
stridulo incantando
indicando alla sua dama discinta
indicandole nello sconcerto generale
il supporsi intricare
codardo di code: minuscole
rane, in erba sventare,
indicandole
giubilare ancor folli soldati
in un’adolescenza di rame.
e indicandole ancora fiorite
le lame le donne sfregate, i
sogni
scarlatti, senza riguardi le
disse sicuro,
di rado vedrai,
mia puttana,
un uomo avanzare in una tregua
là
nel collasso d’ impèri
avanzare dove discorran fitte
le ore
[in trincea
esalavano oli barlumi, i bronzi
dei commilitoni
sgranati]. gli slavi serrati
ai semafori.
eppure si sappia, fra noi : ore
8.47 alarico già marciava sul celio, che dirne
porta salaria orti sallustiani
fori imperiali basilica giulia tempio della pace terme palatine
con paccottiglie souvenir visi
goti bistrattati ruffiani fili
bustieri goffi poliglotti sfaccendati.
ancora marciava alarico
sul celio fra
noi fra
noi
così cadde l’ultima traccia
nel vuoto
ridicola la numero nove e il
lacchè
riprese la danza in silenzio
nell’attesa
del brunch.
11. E in cielo quasi di sé sfarinando tracce
e in cielo quasi di sé
sfarinando tracce
sferzi di luce, a scolpire in
un rarefare di fremiti
che a poco scemando stagliano
immenso
lo scorcio ai silenzi, sbaraglia
inatteso uno scroscio; e
stremo è
il segnale di una frattura, divampa
il dubbio in navata striscia
autunno
immorale
la parata. così
mutan radici, percorsi s’incrinano
incalzano nòve ragioni,
congreghe d’azzardo
sgorgan sospinte da piogge incostanti
ch’accostano a strambo sentire.
è
altra la storia; nel contratto
che scorrazzi di turbe, chinchaglie
di neon serran convinti sospinti
in
aspri clangori, smidollati all’humus
tra bestie orbe scervellate all’imminenza
d’inatteso collasso,
coli rimmel tu
balli scorretta vaga ai bigonci
dei sessi urgenti, letamanti
(tiritere disturbano, frappongono amplessi, sviano effrazioni di sessi)
è poca la
storia: renèe oggi
la madre è grama, s’innalza l’incenso: è fòco d’inchiostri.
foco come abnorme fusse
in cui forgiare eclettico il
marchio nuovo,
una pioggia
arabesca le carni, scardina il
marcio, surge
moneta agli scranni. [estasi
divampa barbagli d’inganni, napalm
narcisi piroettan a fiotti
fasci fasulli sui teli nel cartoccio
che è
odeòn].
quierpopolominutosimpazza?
frotte di teppe fioccan sghimbesci
di risa al fottìo d’impiastri,
salire
virare carpiare folgorati
zanni turgidi
clerici. onomatopee
schizzan perplesse com’avant-gard
elastici d’antan, compl
esse
è stessa la storia
svirgolano l’immota capanna del
ciel
che è
autunno immorale.
tangemo
quercianella, toponimo arbustivo
incagliati in medio luglio
quand’ ecco nel terzo vagone
sedevi anche tu, scorbutico
ad aspettarti sano tra
scanditi singulti di un bimbo
in terza fila, bigio.
e come azzeccarne il donde?
non v’era alcun chi.
sfocato, dal finestrino
sconti dei tramonti
un ennesimo
ma non è che anteriore
ciò che si dipana brano
di poi?
ascoltane
le modulazioni, inceppati
gli accenni crespe
le riprese; nei chiassi
scomparto vedi
spezzarsi isole nervose
in un mare di cartapesta,
paion capricci, sfriati
al baluginar d’un dio d’ego,
le
nubi imberbi
‘sti fili bigi.
non come nella dracena secca
roteava avant’ieri il ragno
e di ellissi si moriva
e frasi sfatte.
13. Un lamento alle forze di polizia
credetemi non è voglia
di giustizia
ma anelito di grazia e
di vangelo
a proporvi il giusto esempio:
impartite il castigo
che castighi
il forzare del lavoro nelle celle
lo schianto delle tv contro le
grate
l’uso in calibro delle legnate
il rifiuto del sesso galeotto.
solo
difendiamo il lavoro, le parcelle,
le viuzze
le pensioni gli scontrini, dall’orda
serrata
tunisina kosovara . ci spacciano
gli stupri
organizzati e chiedono, ominidi
impuniti,
le case i mutui agevolati la
macchina blindata
il lavoro triplo, doppia cittadinanza;
da conigli
si snocciolano raschiano e
frammischiano
tutti uguali come facce
triste da cinesi.
trafficoni cincischiano s’intingolano
si fingono rifugiati unghioni
emarginati,
poi detengono le armi e s’intervistano
in tivvù, coi passamontagni
acciottolati:
ci ingozzano di robba strana,
lavoran così
attori nati, ‘sti beduini mancati
invertebrati.
ne ribadiamo la necessità
agglobare est tendenza ineludibile,
agglobare perchè input
siano
sigillati in sincrone digitatio
in contesti acquieti, proni d’uffici
market.
abbomba, i panozzi mcdonaldo
son
farciti di chip et scorie ch'aggustano
et cucciano a pronti ritorni.
tu
fellow, ritorni a' mmordarli,
a bolarli
car dindan pauci sexterzi,
and if you drunk ccocaccola middle,
you
sfreeze di lazzi e get
your cock up, coke
cocamenùnondìrdino....,
est tendentia
lo ribadiamo ineludibile, il
rosxxxo(red) la
emme (yellow) aggrediente, le
bollice sfreeze...et
ridancie le trozze que digitano
sincrone
immenù ch'abboli, che
skoli stonato.scontri
ni!! inglòba come capro
infiammatorio
tra i mille di espana plaza,you
interrato
bunkerato nel deliquio del transgenic
accumulo, bòmbati est
libertade ! crauto,
attelepatisci- connetti at tele
plus in mille
screens, ridondanti your heart
team.guarda pur
tu e stona aggorga, trabuzza
sbrana ‘cause mome
non c'è (la traufa). sei
tendente. sei unique-irricordante.
et affine dinner acciccati autre
rouge, accicca
la cancerica Marlba del tuo babbo-
che sega! che saga...
attratti dalle sette porte,
stretti
si calcolava spanne di tendaggi
porpora e laidi prelati,
tra zanni
arroccarsi, in bui stipiti, per
stanze
dove accesa filtrava una metrica
pagana. si calcolavan difese
scudisci su carni e acido il filtrare
calzante d’inganni latrati, nudi
per cosce incastonate, tra
martelli
clavicembali e fra dischiuse labbra
viole; una metrica pagana a tratti
insinuava rintocchi in stanze,
scoppi
fragori tra scacchi e freschi
intonaci,
tracce in carni preziose; balaustre
barocche, le mosse degli astanti
convenuti. temevo dunque
temevo bach. temevo
quando già allora mi era
imposto
il taxi non resti fuori della
villa
e lei non spezzi la banconota…
16. ricordavi le parole di borges
ricordavi le parole di borges
che, ritratto in uno scorcio
d'arrabal
civettava le tre dita all'orizzonte?
scarniva in tre destini
il futuro d'un libro in versi.
appunto,
tre memorabili elementarissimi
accidenti.
che il primo caso n'è
l'irricordanza
alle ombre future;
che il secondo è un' idea
totale, ammoniva borges
della figura del poeta,
uno scorcio morale
d'autore, nel mare di spade,
di pochi segni
intrusi
d'indice, nessuno quasi.
e quindi il terzo inganno?
a copiarne carponi
te ne scordi il segreto?
o solo un trillo, li avrà
partecipi
a un crepuscolo, dei percorsi
abituali
i posteri vocati.
solitario, fra catinelle e marmi
in crasi
tardoimpero, or segui tu ‘sta
polla d’estro,
quando ancora in calidario saturnino,
collaudati a umori effusioni
effrazioni
sbirciano, anziani bagnanti,
turbati
dal cielo in carta e arsenio.
salmastro
indugia all’onda schiva, un ciarpame
di miragli a globi rossi. brilla
ancora
il cielo agnosta, smiracola tra
mulinelli
così la calca a sdraia,
senescente
tra i gracchi di tzigani altoparlanti
a onde mono; sullo specchio d’
acqua
che riflette i prodigi d’un cielo
scimitarra.
s'agitano i ricordi in calidario.
i morti non camminano sull’acqua.
non nuotano i ricordi che di
rado.
II
è battaglia mentre scroscia
nuova vita sulla vita,
mentre divampa linfa nuova allo
spartito,
scrivine, perché è
incauto passeggero l’estro tuo
che la sera assale; or verga
tu, che d’archi è una china
che or in trilli capriccia, ma
cheta poi, a perdifiato;
troppo tardi, nervosa la corda
del violino
scheggia l’archetto primo. troppo
tardi, sbirbona
di strani intenti meteo il cielo,
appare improvviso
un destino segnato, una curva
col gesso….
non nuotano i ricordi che di
rado.
straccia il conato d’acqua, spare
la pioggia. asserena.
s’incaglia così la baruffa
in cirri
upper-class.
III.
l’estro è passeggero
incauto, ben sai: nel calidario
tra i bagnanti, settembrina,
la fumea
t’intravisa
nel gioco degli incanti, schiara
e
tu acciechi dei barbagli che,
ratto
mirabola il tramonto. così
in fine d’un prodigio consumato,
d’urto, come crine d’un’ ampolla
rasserena; i vegliardi vibrano
a nuovo mezzobusti,
e in dorso
tu scialacqui le tue rime d’ordinanza;
smemori, incupendo di slancio
laido scagli a nuove guise.
non ti avrei rivista
che in altra città
in altra luce
in altro inganno.
non torna, esatto
il tempo dei ricordi.
l' ombra fiorisce gondole di creta
nei nostri sogni. a volte
manca a volte, alla forma
dei pensieri indolenti
ritrosi,
gondole distratte, miei
manca
l'accortezza d'una mano
affatto affusolata,
straniera
manca, che a forzare
vera, provochi in me
smorfia
di portento.
non ti avrei rivista.
erano in tre, puntuti
in giacca sillabata,
al vaniloquio
dissero se credevo
in ciò che sarei pututo
divenire, semplice
in un contesto, dissero
del sapere del saper fare, dissero
affabili, del saper essere, ingenuo
aggredii;
e
dissi che ci sapevo fare
a parole, sì
a parole. credo
mi dissero, ma rimasero in due,
(il padrone distrasse da me, per un suo
voto)
se ero portato al fare oppure
alla ragioneria applicata, dissi
ciò che avrei potuto essere:
uno gnomo da giardino,
in un contesto di fiaba.
20.
Annunciazione dell'Arcangelo Gabriele a Zaccaria
da un'idea
di Gabriele Pepe
"Ed ecco un Angelo del Signore
gli apparve ritto alla destra dell'altare dell'incenso
e Zaccaria vedendolo, fu turbato
e lo spavento cadde sopra di lui."
e Zaccaria rimase muto.
" Maggio aggelato
crine di maggio
fronte di genti, allora
smarrirete già
in annunciazione
del colto
macello.
Maggio aggiogato
smorfia di gladio,
quando predato
notturno il cielo
stellato
d' immenso,
scivolerà
con tutto l’universo; nel tempio
tra uncini, sorrisi di lama
rugiada: tu già
vedrai di maggio, che un volto
di rimorso..."
"E il popolo intanto stava in
attesa di Zaccaria, e si meravigliava che egli indugiasse
così nel Santuario. Infine
venuto fuori, non riusciva a parlar loro, e compresero
che aveva avuto una visione nel
Santuario; egli però faceva dei segni e rimase muto."
con lingue puntite
scapole, e sorrisi
tranelli di chi pensa
saper di te
ciò che tu meno vuoi
del prossimo
intuire
e minuetti sconcerti
sconvenienti a confondere
fino
a rendere
te
nolente, carente
protagonista, dardo
all'avventura d'una moviola
che tu vorresti (avresti voluto)
dimessa: il fantoccio gonfiabile
d'amico, seduto
d'infanzia, divora confidente
il granturco scoppiato, tra i
dolby
e ignora
il cinedocumentaristico processo
con toni di sprezzo
acuto al povero,
celebrato, tra le pieghe
dell'istante, ignora. ribalta
la vita a te
a te rincuora:
1.dove parlare del denaro,
2.dove parlare dell'oggetto,
3.dove parlare di sé,
4.dove parlare dell'altra.
e tra 'sti quattro cantoni
distesi come ghiaia sopraffina
scavi un deserto di grana, affatto
eroe di te.
22.
traduzioni e variazioni
di Guglielmo
d'Aquitania
Ab la dolchor del temps novel
foillo li bosc e li aucel
chanton chascun en lor lati
segon lo vers del novel chan.....
Esercizio I
I
Nello dolce novel tempo
ridono i boschi e gli uccelli
cantan in melodia del loro canto
nòvo: ciò che aneli,
ognun si volga.
II
Dal luogo a me più caro,
messaggio
non vedo, non messaggero; così
cuor
non dorme, né ride, né
oso farmi innanzi
io, ancor incerto che sia, il
patto così
come lo chiesi. Nostro amore,
vedi
III
è del biancospino, il
ramo che brina, annotte
in pioggia e gelo, di là
da un domani
ove spanda il sole; oltre il
ramo,
entro al verde
nella foglia.
IV
Madido, ho ricordo d'un mattino
che tacemmo nostra guerra
in patto e Lei mi fece dono,
strana
un anello e fedeltà d'amore..
e ancor un giorno mi lasci Iddio
esserle vassallo ad adescar sua
veste!
V
Non odo il canto ostile di chi
mi volle
straniero a mia dama, ella
è mio Signore; so come
parole sian
vane, in vane formule d'amore
di cui va vantando alcuno: ma
noi
noi abbiam, d'amor carne e affilato
un pugnale.
I
cerco il tuo tempo, distratto
ai miei indugi.
in idillio mi scorgi
sfalsato
dissorto alle tue frenesie
di posa e scomposta, quando
in tua rimostranza appaio
flessivo
da speculare irrisolto
sui tuoi falsetti lungamente
spiegati
e mai appresi
dai miei pigri palmi smagriti:
ho spanne di senno a svelarti
in estrema tenzone.
e dopo i congegnati fioretti
t'insegnerei un pretesto (un orizzonte
inclinato da spaesare lievemente)
a importi, ti costruirei
un cavalluccio di barbiere modesto
graffierei a china la clessidra
ruffiana, ma tu
accettata m'abbui profonda
tu fazione, traccia
che scintilla indolente
nell'avvenimento
concentrico.
il tuo tempo ha cadenze di suono
che non arrivo anche segugio.
II.
vedi: la mia saviezza di contabile
t'incute parcelle
che sprezzi
e l'oscuro dei tuoi occhi di
dama
schiudono incendi e acume,
ne accartoccio le fila di fuoco
sbuffando artimbanco,
così ferina illusiva mi trascini
commosso: m'esplode un rimorso
d'inattuale emergenza.
ne scrivo. flusso
e screziata dei miei crampi
tu riversi
un profilo di ripide scale
ineguale tu
al mio desiderio di ripido
azzardo. alle danze. alle danze.
III.
coltivarsi
la mia distrazione
di stecche; qui
è il tuo rimprovero
corrosivo.
così la mia barba anacoreta
incurante, così il mio
occhio
camuffato. mentre lo stagno
breve risolve ghirlande
le indiscrezioni che i tuoi sassi
impiegati di getto.
voltaico
il tempo ha il corso
delle muse brevissime, s'insinua
il dubbio alle corde
stretto e non resta
che un alibi a cavalcioni. ricordi
quale fosse l'affanno? quale
il verde struggente di febbraio
deprime di piogge liberatrici
gli interstizi della morte
giusto trascorsa. ci osserviamo
nelle tue trecento parole commesse
di sbieco e profonde
nel silenzio: il costrutto regolare
di pioppete a losanghe accese
e artificiali
(ho sconnessi oggetti imposti
nelle tasche
ad inventarci amuleti di ore
divertite)
diviene un'estrema variazione
del pomeriggio intaccato dai tralicci
umani.
IV.
tuo eloquio a sbalzi nascondi
la verve al mio sfrecciato cinismo
che oggi sulla carta
gualcito affanno dei pavidi.
sulla carta posso provare
a ordinarti per rubuste parallele
di concetti sequenziali e progressivi:
le mie linee essenti
le tue elusioni da elettra
i miei rimpianti di ragno oleoso
le tue frenesie impigrite in
passeggiate
sfiancanti, i miei sarcasmi di
greto.
posso tentare.
ma sappiamolo,
è una volubile storta
un minicataclisma a giostrare
i pollini più dolciastri.
non il rito, e non bastano
artificieri; il tuo fiore
ne perdo ormai sfocando
i contrasti
distante al tuo umore, arranco
mimo di schiena (viole distinte
dagli spalti a puntarmi)
e digiuno in miopia anch'essa
scena.