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Vico
Acitillo 124
Poetry Wave Almanacco della poesia: I testi Giorgio
Gazzolo
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Vane vocali
in vaste
tiritere
mi traduce
lontano
verso i
limiti smorti
dove i
più falsi specchi
riflettono
al mio passare
ben poco
dignitoso cavaliere.
Una statua
di bronzo
logorata
dal tempo
dimenticata
e immobile a fatica,
non fosse
il ricordare:
percorrevamo
vicoli e viottoli,
raramente
in pubblico.
Nascondevamo
il manto adorno
dei nostri
brevi amori.
3.
Giuramento
Non penserei
di scherzare
nemmeno
per un attimo
sulla tua
gaia fronte
o sulle
grazie minuziose
del tuo
seno. Semmai un pianto
per una
come te
che passa
accanto
e sorride,
nascondendo
in sottili
moine
il peso
di una storia, il dolore
d’essere
nata un giorno
in cui
non c’era sole.
La cattiva
abitudine
che s’è
infilata di soppiatto
nel mormorio
dei giorni.
Ormai non
più temuta
anzi, col
passare degli anni,
quasi un’amica.
Fra poco
suonerà il telefono
una luce
serena allunga i minuti
allontana
nel regno
di un quieto
rotolare:
affievolirsi
il corpo
sulle incerte
magie del farsi notte
e volare,
la mente ben lontana.
La vita
picchiettata
di continui
ritorni:
ai romanzi
già letti
al sorriso
di lontane figure
come apparir
di ombre nella nebbia.
Un rimanente
incerto
che si
applica ai margini sgualciti
di ricordi
pressati
in paginette
stanche.
Un regalo
probabile
due, tre
decine d’anni
riserva
oggetti inutili
nel pregio
– almeno - di chiarirsi,
di srotolarsi
quietamente.
Credo in
diopadre onnipotente
e che abbia
fatto
l’Universo
accetto.
E se dovesse
un giorno giudicarmi
sa che
accontento la gola
diserto
i letti delle Damefacili
onoro il
padre dei vizi
l’ozio
e la madre sua consensuale
la sorella
pigrizia.
Non ho
ammazzato mai
né
sverginato a forza.
Da qualche
tempo poi
(salvo
piccole cose)
evito di
rubare.
E gesucristo
suo unico figliolo
un giorno
(da me) rimesso in croce
con pazienza,
vinavil e chiodini
visto che
s’era rotto
cadendo
a terra.
Alla resurrezione
della carne
non rivolgo
il pensiero, distratto
come sono
dal volo delle rondini.
Non ho foto
di te
Geronzi
Mariagrazia piena
di ambigui
sorrisi:
sei stata
benedetta
fra le
donne
che in
quei tempi
alzavano
al cielo
indici
e pollici
a forma
di fica.
Ora - dopo
trent’anni –
il tuo
seno è stanco
e i capelli
grigi ti sfilano
sul volto
un’incertezza.
Se preghi
prega per me
peccatore
perché
nell’ora
della (nostra) morte
sospiri
un “amen”
più
dignitoso possibile.
In via Viviani
al 17 rosso
Regina
di misericordie
eri madre
dei nostri
brevi incerti
amori.
Rivolgi
illos tuos
occhi non
mai severi
a noi gementi
a noi piangenti,
adesso
che non
serve. E tu che lo sapevi
avvocata
nostra
ci permettevi
umide vittorie
in modo
che ricordo
di tante
donne conosciute
almeno
uno
rimanesse
regalmente
pervaso
di te
e da un
sorriso.
Padrenostro
grigioverde
riferimento
corpulento
o nebbioso,
ma inevitabile.
Padre sassofonista,
padre
uccisore.
Padre che torna a casa
dopo il
derby.
Padre che
sei nei cieli
più
impensati
nei grattacieli,
impiegato
introvabile
mai pronto
se occorresse,
eppure
onnipresente,
di legno,
santificato
(malamente)
esagerato
pane quotidiano.
Che non
venga il tuo regno
per altrui
volontà,
e non liberarmi
dal male
se il prezzo
è troppo alto.
Statuetta
in sacrestia
angelodidio
che mi
sei stato custode,
secondino,
delatore,
in non
poche circostanze,
o forse
suggeritore
caparbio
di fatiche
per l’anima,
pilota
capriccioso
di continue
virate…
Adesso
infine
òccupati
di un vecchio,
ritrovami
e sollevami,
nel silenzio
voliamo
delle tue
piume secche,
contro
le nubi il vuoto
del tuo
sorriso
di terracotta
spenta.