Vico Acitillo 124 - Poetry Wave
Electronic Center of Arts diretto da Emilio Piccolo e Antonio Spagnuolo

Calamus: almanacco di poesia

Luigi Durazzo


Testi


Antropia entropia
Yulbachar
Epistrofe
Gravina
Precipizi di agavi e ginestre
Naufragio
Hiroshima, racconto d’inverno
Enigma
Messaggi
Rosa dei venti
 
 

Poeta esiliato, nel secolo tuo, parla, che vedi?
- Vedo i giuidici militari ardere come ceri 
al grande convito della resurrezione.
- Vedo i gendarmi offrire in sacrificio 
il proprio sangue alla purezza dei cieli.
- Vedo la rivoluzione permanente delle piante
e dei fiori..

Odysseas Elytis



Antropia entropia

L’arpa dei sogni ripasserà le dita
sulle logge bruciate
e ci sarà ancora nella nostra memoria
il voltar pagina ostinato
ai bordi di un cratere
che imbosca il buio dell’apparenza.

Chi farà il conto
di quel ch’è andato perso
non era lo stato più probabile
questo grigio tepore d’indistinto.
Cosa rimane dietro lo scarrocciar di luci
che squarciano la notte?

Su questa terra illuminata a giorno
vorticano le idee
tra ormoni e adrenalina fissi al vuoto
verso monotonie più stabili
migrano le parole
e il senso della differenza.

Senza più nostalgia vibrano i ponti
gli occhi sospesi sugli sbarramenti
soltanto folli
solo apparenti anch’essi
come i tramonti sospirati
già stretti tra le pieghe del millennio.

Con la freccia del tempo nel cuore
continuano a viaggiare le illusioni
dipinte in queste rive 
dove gli sguardi inorriditi
vagano ripetendo
qui mira e qui ti specchia
secol superbo e sciocco.

Stridono i rettili sgusciando 
dai corpi policordi dei santùri
naufragati nei deserti d’Oriente

e in altri continenti

arsenali invisibili, distanti
sagome arrugginite sfondano i miraggi
mentre rifulgono le stelle
sullo squamoso corpo dell’estate.

Sulle creste di luce
anche i nostri travagli
sono spuma soffiata dal vento.

S’aprono metamorfosi imminenti
prospettive inattese risalgono dal magma
sotteso a commessure a ricuciti blocchi.

Sbarra alle prefiche le porte
spalanca i timpani
alle sirene spetta il canto antico
ad esse i desideri tornano immortali
come un mare in tempesta
che alza le braccia al cielo
e inforca sulla rotta
l’astratto seguitare.

Yulbachar

Come la spola del telaio le dita dei tuoi figli
tieni serrate al filo del tappeto Yulbachar
sempre più rare sono le case con un tetto
le corde del rebab e la saggezza del vasaio
sono disperse nell’argilla dei fragili mattoni.
Vanno verso l’ignoto i carri carichi di corpi
Yulbachar non fermarti
spalanca le pupille non addormentarti
strofinati la pelle con la sabbia o col ghiaccio
dura a morire questa stagione priva di colori.

Di là delle pareti un pò di luce
per un’altra vita 
resisti innalza gli occhi sopra i monti
i demoni del freddo torneranno a scuotere
il rigido pastrano della guerra
e schiariranno le caverne che abitano in noi.

Le valli imperiture
sotto lo sguardo obliquo dei cavalli
che da decenni valicano i passi sanguinando
le gemme gli occhi raggelati gli anni tuoi
non s’apriranno mai finché tu non ritrovi un volto.

D questa parte vedo la tua bellezza ritrarsi
tra le pieghe del burqa su un ruscello
dove torni in segreto la notte Yulbachar
per giocare con gli orfani tra i ciottoli perenni.

Epistrofe 

Dovremmo ritrovare il cielo
il movimento della terra
e le radici
la vecchia casa che passando
scoprimmo con stupore
tra fichi d’India rose e lecci.

Nell’angolo consunto al sibilo del mare
scoprimmo la profondità del tempo
si strinsero le nostre menti
sparse come quel fiore rotto
sui ciottoli di argilla nella polvere.

Dal fondo della nostra storia
protubera come alito di muschio
su un focolare spento la memoria.

Dalle foreste che spiantammo
fin dentro ai nostri aneliti
non apprendemmo mai
responsi di un ritorno.

La luce inanellava gli astri
senza parlare ci perdemmo come foglie
nell’aria carica di sale
l’odore del Ponente fa impazzire
quando sprigiona i sogni.

Poi ritrovammo strati di vernice
sull’innocente nuda pietra
la geometria del panico sui volti
intenti ad ordinare il mondo
che adesso esorta a ricordare.

Gravina 

Arabesco spuntato dal vento
burrone di pietra e conchiglie
fugge l’ombra
cavalca ostinata sui muri
color della cenere il giorno
poi la notte ventagli di luna
scandisci sui fuochi rupestri
trascinando all’amore le labbra
increspate nel grido assetato 
che invoca le lacrime al cielo
ed intreccia ai destini
le porose pareti del tufo
a un passaggio di nuvole rare
stillando il sudor dei millenni
ed infine la pioggia
che ingronda l’intaglio del sasso
nelle vuote cisterne
dove suonano gli echi
e di nuovo le mani
il lavoro costante del tempo
nella rossa gravina
sospesa su un esile fiume
che arranca ostinato verso il mare.

Precipizi di agavi e ginestre 

I
Dei nostri luoghi antichi
resta soltanto un altro scorrere del tempo
nel lento sussurrare di una lingua scissa 
che intreccia luce ed ombra
sul nostro proseguire.

Nel verbo del silenzio
l’inizio  è la profezia di un seme
che spinge verso l’utopia
e ciò che non è ancora
entra nel sogno ad occhi aperti.

Mentre vedo l’esilio di popoli e culture
forme di vita asserragliate in cellule lontane
eppure mai così vicine al tracotante ingegno
che ora pervade gli argini
e fa sfiorir l’incanto di tutte le facciate.

Nella putredine d’asfaslto rotolano i sogni
sospinti dalla Tramontana
lì dove i precipizi orlati di agavi e ginestre
attesero le brezze 
che il fiato dell’estate alzava sui terrazzi.

II
Vi lasciammo messaggi e  promesse
le voci che adesso s’infrangono 
sopra i rigidi ammassi di lava
urlando albemarine e cicli
ad un dio  assorbito a clonare
ninfe cristalli pitechi e cerberi
nella brama di cifre e di codici.

Tra stelle luminose pietre e tempo
saprà la mente ritrovare il nesso
l’arco teso nel corpo di un amore
che la ragione va smarrendo.

Sono stravolti gli occhi
nell’arida foresta dei concetti
mentre la furia delle sparizioni
avanza come tarlo tra i vestiti
sbiadisce immagini corrode i libri
aperti alle remote tracce incise nel basalto.

Gli stormi del tramonto
planano sulle scogliere di novembre
piombate in fretta ad arginare i golfi
dai monti che sapevano di vento
mentre si espandono tra fossili e catrame
le maree dei frammenti di guerre lontane.

III
E della condizione umana l’eco è la speranza
che si trasforma in musica e sventaglia note
ma l’orizzonte è ancora il vuoto delle mani
corrugate a intrecciare senza posa 
i ghetti e le barriere della solitudine 
con le galassie giunte fino al canto
tripudio delle metamorfosi
strozzato come l’arte di avanzare
sopra sentieri a scacchi tra i muri di confine
e le bocche di fuoco serrate nei crateri.

C’erano porti e biblioteche
su questi litorali abbandonati
sento ansimare Sisifo
in un lontano scalpitio di sandali
blocchi impossibili nell’afasia dei volti
si adagiano sui fondi solforosi
dove pulsano gravide caldere
e i corpi nudi vogliono librarsi
sopra il crudo profumo di un agrume.

Insieme agli uragani spariranno
le guglie d’annerito marmo le aquile possenti
l’acciaio protervo e  le chimere
inartigliate al vuoto di un mistero
dove s’incrocia il demone al possesso.

IV
Ho acceso un fuoco rami di risulta
nell’angolo imbiancato di una stanza
prigione e  rimedio contro il freddo
sopra traversano gli uccelli
e schiere d’ali ragioni inafferrabili
passano ad agitare nuvole d’autunno
che scuotono negli occhi i desideri.

La discrepanza sta nelle parole
che non osammo pronunciare
per noi parlano gli alberi
i segni ancora freschi nella roccia
l’uscio consunto tra le mani
sul rossoterra di una soglia
rimasta a fronteggiare l’esodo
e le burrasche che non comprendiamo.

V
Ritornano irrisolti dai satelliti
gli antichi quesiti di una nuova scienza
che involucra celeste spazzatura
sulle città inondate di relitti
dove proliferano enigmi senza corpo
trite discordie di istinti e conoscenze.

Tra queste secche ciò che è nuovo insabbia 
e va spegnendo il credito col tempo
mentre titanici artifici solcano senza prora
l’immensità di mari sconosciuti.

Non valgono un naufragio
le fortune segnate sulla mappa di un atollo
e le polene inalberano il seno
per un istante   per amore
c’informano che l’etere è in tempesta.

Dov’è che troveremo approdo
l’istante vivo della luce il fiore
la rosa nel turbinio dei venti 
che commutava i flussi della vita?

Ritorna l’erba tornano i colori
rattoppano  trincee di guerre fratricide
ritornano le rapsodie di cose e di parole
e gli antichi antenati dei sogni
i ricordi svuotati a morte dai ribaltamenti.

VI
Su un promontorio sopra l’Ade
risalgono dal mare 
sorgenti limpide discese da lontano
permeano l’alta cima dei cipressi 
e questo errare alle radici 
disciolte nella cecità del sole
che attraversa le mura
e fende gli occhi senza paraventi
che assetati cercano tra le carte 
il senso che non ha cambiato rotta.

E quell’arsura ci consola
quando la pozza cristallina è sale
sapore della vita disseccato aroma
lasciato sulla sabbia e sulla roccia
che infiamma i cormorani nell’azzurro
dove affondarono le icone di Narciso.

Naufragio

Sul mare sconfinato
dove passarono le braccia
bompressi e sagome di legno
sibila senza posa il vento
aperto è il canto della vita
tra le umide distese.

La mente avanza come il nautilo
avvolta tra i residui del passato
tornano i messaggeri alati
e nel ricordo secco
gli arbusti radicati allo strapiombo.

Spezie profumi incensi
furono rare soste
gli occhi sacrificammo
il nostro olfatto i corpi
erano imprigionati nella meta
ma governammo l’amnesia.

La libertà l’amammo
legati a un albero maestro
l’arte era stretta in un ascolto
che poi non praticammo a lungo.

Nell’aria tersa del naufragio
s’innalza una cometa
massa di luce traccia di materia
che in questa notte fonda s’inabissa
tra le corde di una chitarra sommersa.

Hiroshima, racconto d’inverno   

Radioso mattino d’un agosto
è duro ricordare
il corpo d’albero sfibrato
in quel diluvio che mutava il tempo.

Corrono nuovi calendari
qui non racconto né misuro gli anni
forse saranno gli astri a ricordare
se torneranno ad innalzarsi
inni titanici inauditi pesi
dal corpo fecondo del metallo.

Si estingue un secolo accecante
mentre dai resti di un’apocalisse 
Prometeo torna ad aggirarsi
tra le fratture della nostra mente.

Scatola nera delle progressioni
lasciata nel cuore di un atollo
tra le orbite immote del pesce
lo sguardo tondo custodisce intatto
l’inizio del  naufragio
ma l’onda lunga non la intravediamo.

Arti cortecce sagome brandelli
tutti i graffiti
sulle pareti prive di sostegno
la seta delle chiome le pupille
convertite in calore
tripudio di una fisica marziale
nel cielo attonito che sogna incontri
e ricadute di fiocchi immacolati.

Nella chiuisa abetaia 
scorgo tra i rami inastricabili
la luce viva di una stella
sospesa come un grillo del silenzio
invoca a ricondurre i paradigmi 
al verbo dell’inizio.

Saprà placare gli occhi la natura
aggiogati da false metamorfosi
vedo laggiù gli aironi
sbucare da costanti azimutali.

Vengono a rammentarci
la storia inenarrabile
di questa glaciazione in corso
mentre sugli ostinati fiumi
controcorrente migrano i salmoni.

Nel rosa del tramonto
scivolano sinfonie senza spartiti
e i desideri scoccano le corde
sulla tua pelle e sulla mia
quegli anni continuano a bruciare
ma mai ne discutemmo a lungo.

Enigma

L’enigma graffia le parole
le labbra sognano la pioggia
gli occhi
lo sguardo sull’intera vita.

Il meccanismo delle parti
si fa artiglio
divora la trinità del tempo
nel rovescio di fuoco e ferro
sei tu la Sfinge
rimasta a mezza via.

I sillogismi sono fermi
i trionfi dello spazio danzano
mentre perdura il battito del tempo
la viva macchina del mondo
risveglia la poesia.

E dalle impronte sulla luna
segni scrittura al limite del corpo
ancor più luminose appaiono le tracce
di mani nell’argilla che si perdono
nel vento della storia. 

Messaggi

Non ti invito a guardare
il tempo lungo
la ghiaia che si modella
nel ritmo infaticabile del mare
frantumi di balocchi alla battigia
o i sospiri che doppiavano il capo
adesso avvolti in pugni di catrame.

Tra i labirinti d’aria guarda
smarrite virano le rondini
nell’etere asfissiante delle antenne
svolazza la miseria
proiettata sulle fitte metropoli
in sintonia con i rovesci
di tutte le parabole.

Rosa dei venti 

I
Vivono in noi non muoiono
profumi d’alga d’Africa e d’Oriente
sapore di radici
salsedine limone dattero
ed il rombar dei mari d’indaco
nell’occhio azzurro del deserto
orbite narici arcate
quel disperato sguardo d’innocenza
i cieli di purezza sole ed ombra
serbammo nei millenni.

Vivono in noi sentieri che si snodano
lungo le mura della pace
al passo delle carovane
di seta e di strumenti a corda
danzano gli entusiasmi
tra i tetti delle case bianche
nelle radure spiantate dal possesso.

II
E sulle squame dell’Egeo ventoso
danza l’oceano stringe in pugno
l’ardita tracotanza dei teoremi
ruggine annoda bitte gomene
burrasche sciolte tra i capelli al vento
che accendono trombe marine
leggere come corpi di odalisca
intorno ai pozzi disseccati
di questo mondo della sera.

E’ impressa con il sale la saggezza
tra le rughe del tempo e della terra
insieme al fiume scorrono gli intagli
tra le gravine e i picchi d’Aspromonte
non regge un paradosso di mattoni vuoti
l’architettura delle nostre cattedrali
nella storia snervante di un disagio
vive l’immagine del mondo.

III
Se un albero residuo è la natura
candela fioca luce d’incurante magma
scaglia lucente serpe che s’immerge
nel corpo ancora caldo dei vulcani.
natura sono i miei pensieri                             -
acqua lumaca foglia al vento
rugiada e fuoco sparsi nelle arterie.

S’incrinano sui volti queste icone
scolorano le maschere inaudite 
quando il metallo perde il suo potere.

Passato è il tempo
degli anatemi sulle nostre teste
questo stesso naufragio sembra già passato
mentre perdura il flusso dell’eternità
nel soffio adamantino sopra i precipizi
apre le braccia dimezzate una speranza
und ich verstehe sie nicht!

IV
O Iperione
dall’alto dell’isola di Tino
tutt’intero coglievi un segreto del mondo
eins zu sein mit allem was lebt
felice dimenticanza di se stessi
nel suo corpo verbale la poesia
folgorava la vita immortale
che gridasti alla rosa dei venti.

Parole di sapienza antica 
andavano a smarrirsi nelle nostre scuole
wäre ich nie in euren Schulen gegangen!

V
E nella relatività del tempo
spaccammo gli atomi
dov’è che si era aperto quel processo?
Ettore Majorana ci corrisponde ancora
principi d’indeterminazione
nel vuoto certo di una sparizione
l’arco dell’incombenza tesa
a ricordarci le connessioni che ci sfuggono
nell’era dei ribaltamenti.

Cascate di energia trascorrono nel mare
e un indiviso abbraccio ci sussurra
essere uno con il tutto.

Ci naufragava tra le mani quella luce
e sulle nostre spiagge 
si sfilacciava l’ odissea dei secoli.
Fuori del tempo proiettammo i corpi 
i monasteri  le montagne sacre 
per una mancia di lussuria
foreste e conoscenze vanno alla deriva
e nuovi sguardi senza più confini
sulle rovine coltivano fortune
in un passar di mutile stagioni.

VI
Ci sarà un’altra estate
coi prodigi del tempo torneranno
correnti terse dentro i desideri
gli arsi bambù le canne d’organo gli ottoni
e una poesia di voci alzate
muraglia contro le muraglie 
del dilagante oblio.

Non chieder dove il filo
dipana il labirinto dei sentieri
son sfaccettate come prismi le parole
noi vi giriamo intorno
in cerca di un colore ch’è già altrove
queste stesse ferite che portiamo
viaggiano sull’ala del gabbiano
nell’aria che sa d’alba e di tramonto.
 
 

Nota:

I versi in tedesco qui di seguito tradotti, sono tratti dall’opera di Friedrich Hoelderlin Hyperion oder der Heremit in Griechenland

- und ich verstehe sie nicht
- ed io non la comprendo
- eins zu sein mit allem was lebt
- essere uno con tutto ciò che vive
- wäre ich nie in euren Schulen geganen!
- non fossi mai andato nelle vostre scuole!


Luigi Durazzo, nato nel 1947 a Monte di Procida, linguista, saggista e poeta, da sempre interessato agli studi linguistici, ha viaggiato attraverso l’Europa sperimentando la diversità e le affinità tra le varie culture. Dopo aver approfondito le ricerche filologiche presso l’Università di Heidelberg, si è laureato in Germanistica con una tesi sul teatro espressionista.

Collabora alle riviste Rendiconti  e “Da Qui “ ed è consulente per l’ Editore Valtrend. Da anni è impegnato nel dibattito che investe il Mediterraneo e le problematiche della pace.

Ha scritto i saggi: Logos economico ed Eros sadico nel teatro di F. Wedekind, Napoli 1974, Weimar e l’Architettura: Spazio geometrico e spazio organico, Napoli 1979, Riflessioni dal Sud del Paese, Bologna 1995, L’unità di psiche e mondo nel fuoco della storia: un aspetto della poesia di N. Vrettakos, Napoli 2000, Incontro con la pittura di A.Testa, Pozzuoli 2000, Catastrofe e salvezza nell’era della globalizzazione, Pozzuoli 2001.Per le Edizioni Poiesis - Valtrend ha tradotto dalla lingua greca Incontro con il mare di Nikiforos Vrettakos, Pozzuoli 2001.

In poesia ha pubblicato Esodo, Bologna 1998, Terra Murata , Poesie 1987-1997, Milano 1998, Sole Maestro, Firenze 1999, Poesie del Mediterraneo, Pozzuoli 2000, Artiglio e spore, Antologia dei poeti flegrei, Napoli 2001.


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