![]() |
Vico
Acitillo 124
Poetry Wave Almanacco della poesia: I testi Antonio
D'Anna
|
Non c'è grazia per me ai
tuoi occhi?
Diventi speranza la mia illusione,
grido di verità la timida
parola.
Quando spezzerò le catene
d'un silenzio codardo,
i servili legami
d'un affronto alla vita?
Lasciami sul mio giaciglio di
brago
a veder scorrere nel sogno
trame felici di nidi senza dolore.
Lasciami nella mia sordità
nella compiaciuta onestà
del fariseo,
se non porrai al mio giogo
lo stesso miraggio d'amore,
la tua umanissima agonia.
Tra queste pareti the non amo,
che non sono la mia casa,
lasciami imputridire
- inutile avanzo di vita
per spietate ingordigie -
se non potrò levarmi dallo
strame
a rimirare le suggestioni del
giorno.
Urge vegliare sull'anima propria
in un tempo nemico dissacrante
l'eredità della tua morte.
Porgimi l'aceto della croce,
prestami il tuo grido di abbandono
in quell'ora the il Padre ti
parve lontano.
Tremi la tempesta,
si drizzi la criniera dei venti,
sconvolga i suoi strati la terra,
quando vorrò nell'impeto
rovinoso
affidare alla morte il segno
della vita.
Sia il nulla la mia ragione,
condanna il respiro estremo
alitato ad arie corrotte,
se la tua mano non stenderà,
pietosa,
sull'agonia il tuo atto d'amore.
E lasciami annientare dal male,
se mi saranno precluse le tue
sorgenti.
Rimanga crocifisso a piagato in
eterno
sulla croce ch'io stesso m'imposi,
se rimarrà increata storia
la sostanza della tua Parola
nel misero ossume del corpo.
Lasciami pietrificato in questa
morte,
nella peste the divora i tuoi
cieli:
oltraggiato, chiuderò
le luci del volto,
se le tue dita non spalmeranno
sulle palpebre inerti il benefico
fango.
Questo vorrei gridare a taccio
nei vortici d'un fiume in rivolta,
nelle spire di notti deformi.
Verrò un giorno alla tua
croce,
lasciandomi alle spalle
le difficili speranze.
Verrò come all'amore il
disperato
ed all'acqua to stremato pellegrino.
Così, disceso nella tua
morte,
incontrerò la vita,
Signore.
Colono!
Approdo al mio tormento,
acqua tersa ai miei veleni,
di pace prospera oasi sognata,
dischiuso portale allo spirito
cieco!
Te bella fanno, di verde adorna,
i chiari olivi a di provvide
vigne
il sapiente intreccio e le fitte
chiome,
e sonora di limpide voci
l'osannar d'usignoli
sugli armonici fonti,
dei quali, in canto divino, risuona
ogni recesso della sacra terra.
E te santa eleggono,
per misericordia elargita,
l'Eumenidí vergini ospitali
che il cuore invoca, in cui sovente
memoria di mali feroce spira.
Colono!
Per quanto, errando per paesi
infidi,
alla pieta celeste
implorai dai lidi salmastri della
pena,
sui quali l'onda frangeva il
suo lamento,
il giaciglio sereno dei tuoi
boschi!
Qui, tra murmuri di fronde,
l'annunzio del vento profonde
la vita.
Per cieli pascola, a tra l'erbe,
in fumi di fuochi lontani,
il canto degli oranti, la prece
dei morenti.
Colono!
Madre a sposa alla mia pace,
sorella di pena a giubilo del
cuore!
Depongo il ricordo net groviglio
delle tue ombre o nei chiarori
che il sole ricrea per varchi
di rami
sulla terra tua di santità
feconda,
un giorno sulla mia mortale pietra,
che i tramonti ameranno - e le
aurore!
in promessa di eternità.
Colono!
Di vita e solare amore
il tuo nome risplende
nella cieca pianura degli arsi
occhi,
nel fortunale di sempre giovani
memorie.
Come astro, nell'animo trascorre
il ricordo, ombra a corpo
di funesto amore.
Simile a strano vento,
spirerò sulla tua terra,
sol cenere ormai d'un fuoco
arso per comune salvezza.
Giunga al corpo sepolto
l'anima di ciò the ti
fa santa
e questo canto a quest'ombra
sfiorente net silenzio
di un'altra notte illune.
(II)
Un serto di corone, fratelli,
intrecciate per i miei pensieri,
in allegrezza ed esultanza nuove.
Offrite libagioni del cuore
al Dio cui d'ogni anima è
noto
il lacerante sgomento del male.
Dove il lauro rinverdisce il
manto
della sacra terra ed il cipresso
addita profondissimi cieli,
Edipo s'inoltra nell'ombra.
Di pace, di gloria, è
la sua parola
dai pascoli di luce infinita.
Il silenzio di una foglia
esplode nella vita del vento
mutandone oltre il tempo le sorti.
Dal campo in ombra scandisce
il futuro
col taglio nella zolla un uomo
chino.
Gli snelli pioppi vibrano solenni
nella luce di un fuoco
spirito dell'Eterno.
Anch'esso in fiamme ove declina,
arcuato sul corpo della terra,
freme di tenerezze il cielo,
mentre avanzo per campestre via.
Giungo alla nota fonte
che d'angelico nome s'adorna,
ove cespi a fronde s'aggrovigliano
in verdi serti sul canto dell'acqua.
Accolto in piccola conca,
l'umore rifrange all'anima in
pace
immagini a luci del profondo.
Prono, attingo per la vorace
sete,
bevendo umile grandezza:
reale quanto l'essenza arcana
d'una grazia schiusa nel vergine
vento.
Quanto deve amarti l'erba!
Strada aperta nel cuore,
apporti un suono di liete parole.
Lenti passi pregustano il mare:
miraggio nutrito d'angustie.
Custode di vita che avvinghia
le pietre,
quell'erba ondeggia di brezze.
Che è un dire l'amore
dopo il silenzio.
Te ne vai come usignolo ferito
al regno di canti senza nome.
Cometa apparsa alle tenebre mie,
torni agli spazi della Divina
Luce,
alle feconde pianure dell'Eterno.
Resta nel mio deserto
l'oasi da to piantata,
un cenno di voce nel silenzio
duro,
il tuo sguardo di fanciulla innamorata.
Lasci alla mia povertà
la remota eredità delle
origini,
il peso dell'inconoscibile,
gemma d'amore nello stanco cuore.
Te ne vai, madre,
come rondine al nido antico,
nella primavera che invade
il sonno invernale della Terra.
Fiorirà il mio schianto
sulla profonda quiete,
difficile canto di gloria
nella mia notte assurta
ai puri margini dell'Aurora.
Indice