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Electronic Center of Arts diretto da Emilio Piccolo e Antonio Spagnuolo Calamus: almanacco di poesia Federico Batini |
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Annalisa Rocco La Spina Le mani intorno Come i sassi Fabio Moncini Annalisa è minuta. Si potrebbe
dire piccola o bassa o in tanti altri modi, ma lei è precisamente
minuta. Annalisa ha lunghi capelli rossi
ed efelidi leggere sul volto. Il volto è tenue gli occhi azzurri,
senza arroganza. Annalisa profuma, ha un profumo
di selvatico che a starle troppo vicino ti invade la testa. Mi sono incontrato una volta, forte,
con Annalisa, molti anni fa, e non ci ho capito nulla. Non ho capito se
l’avevo presa io o lei aveva preso me o entrambi, ricordo il profumo dei
suoi capelli rossi, intensi. Non ho capito chi era che aveva
lasciato l’incontro senza un seguito e ho voluto credere di essere stato
io. Anche lei ha voluto credere che fossi stato io poiché dopo molti
anni ha gradito le mie scuse. Dopo molti anni non ho avuto il
coraggio di prenderla ancora, non ha avuto il coraggio di prendermi ancora,
con tenerezza diversa, e le mani nei suoi capelli rossi. Io allora l’ho salutata con inviti
a tornare, ma senza più cercarla, lei non ha detto di no, ma l’ha
nascosto male ed il suo no, seppure le pesasse, si scorgeva tra i suoi
capelli rossi. Le ho detto che sapeva dove trovarmi,
ha risposto che non basta, a volte, sapere dove si trova la persona che
desideri. Ci sono distanze che non si misurano in chilometri, ma in affetti
messi in mezzo. Non rompo affetti per antica abitudine, soltanto quelli
che già mi appartengono, a volte, senza malizia. Non rompo affetti
altrui, ho passi prudenti nelle case composte e questo spesso pare disinteresse.
Ho passi di corsa nelle case vuote, come se soccorressi solitudini, questo
spesso viene scambiato per una richiesta di durata e sembra aggressivo.
Non ho la misura delle relazioni, ho la misura del rispetto, per quello
che conta. Annalisa e i suoi capelli rossi li ho pensati, a volte, in questi
anni, lei mi ha pensato più spesso, con meno intensità forse,
più regolarità. Sono stato di nuovo prudente con
Annalisa e le ho lasciato la libertà di dimenticarmi, di raffreddarmi
nel ricordo, solo un biglietto molto tenue, molti giorni dopo. Un intervento
immediato nella sua vita me l’avrebbe consegnata grazie ad una temperatura
molto alta. Era un gioco sporco, avrei ripetuto le stesse scene di molti
anni fa e non volevo. Sinceramente spero che abbia capito. Sinceramente spero che un giorno
non lontano Annalisa suoni alla mia porta e mi consegni qualche giorno
soltanto della sua vita, altro sarebbe troppo per entrambi, meno sarebbe
un rimpianto per gli anni a venire. Si chiamava Rocco La Spina, un nome
e cognome arroganti messi insieme, si addicevano solo alla sua voce, grattata,
di gola. Aveva una voce irreale, come carta catramata su ferro, eppure
bassa, voce da fumatore cinquantennale, a due pacchetti al giorno. Spiegava chimica e biologia, probabilmente
avrebbe voluto raccontare storie, e si era adattato alla disciplina di
quelle materie raccontando sempre le stesse, anche le battute erano sempre
quelle. Non incantava, ma si intuiva l’umanità. Invitava tutti i giorni ad essere
interrogati, verso la fine dell’anno quelli che avevano insufficienze nelle
sue materie, bocciava solo i renitenti, quelli che nemmeno provavano. Usava gessi colorati, come segno
di attenzione nei nostri confronti, per distinguerci gli elementi. Non
era un professore moderno, chiedeva le formule, voleva disciplina, pure
non era capace di gridare, alla nostra confusione usciva, per rientrare
quando ci eravamo calmati. Ci rispettava, questo si capiva e non prestavamo
attenzione, quindi ci rispettava molto. Una faccia da mastino piegata al
sorriso, tra le molte rughe, mai al ringhio. Ebbe un cancro, lento, che ce lo
portò via nel penultimo anno di liceo. Salimmo all’ospedale e fu
come una gita scolastica pomeridiana, tutti insieme, anche quelli che il
pomeriggio non si vedevano mai perché venivano dalla campagna. Ci accolse con allegria. Lo trovammo
dimagrito in maniera imbarazzante, giallo, nulla dell’energia che usciva
dal suo sfregare gessi colorati alla lavagna. Fu imbarazzante, dopo pochi
minuti non sapevamo più che dire, ebbe un gesto che non dimenticammo,
ci disse che aveva da fare, lui, lì, e ci congedò, per salvarci
dalla nostra incapacità di dire. Tornò a scuola per un mese
ancora, un tentativo estremo di vivere come ne avesse ancora, di vita,
ci fu un otto marzo, festa della donna, omaggiammo le compagne di mazzi
di carciofi. Rocco La Spina ridette moltissimo di questo gesto e ci ringraziò
per averlo fatto ridere, ci disse che questo era importante. Morì pochi giorni dopo, al
suo funerale mi si sciolse un pensiero che si era aggrumato all’ospedale.
I professori, incredibilmente lo scoprivo, avevano una vita al di là
della mattina, al di là della cattedra, al di là di noi,
avevano dolori e gente che li piangeva, la scuola non fu più la
stessa con quel pensiero. E ascolta con garbo
Da questi soltanto, ti prego,
Ultimamente, l’ho già detto?,
E allora, non opporsi è il
segreto,
Mi asciugo con quello rosso le mani,
Ti affacci alla finestra
Io la tua faccia la penso
Adesso per non mostrarmi
Non siamo rientrati nei tempi. Negavi conferme alle stanche richieste
Negavo futuro e promesse
E poi ti stupivo ogni tanto
Eppure sui tempi ci siamo fregati
Ricordi quell’erba di Anghiari, le
liti,
Ricordo al mattino i tuoi passi
Fabio Moncini è grigio. Fabio Moncini ha trent’anni, ma
è completamente grigio e non si intenda soltanto nei capelli, i
quali per altro, incredibilmente, sono già tutti grigi e bianchi,
ma dentro, nell’anima, nell’aspetto, nella voce, nei gesti, nelle parole. Fabio Moncini è bassoccio,
grassoccio, con una faccia tonda e lineamenti da porcello. Fabio Moncini vive con i genitori,
non si è mai laureato, non ha mai fatto un mestiere, vive un’esistenza
vicaria, attendendo i tempi di un amico che ha bisogno di gente sottomessa
e grigia, per non sbagliare, per non vedere il proprio rimandare la vita,
ma questo è dell’amico, Fabio Moncini non ha un’esistenza da rimandare. Fabio Moncini fuma, beve, ama lo
sport, alla televisione, non potrebbe, d’altronde, essere altrimenti, non
potrebbe poiché il tempo dell’attesa deve riempirsi in qualche modo.
Attende, probabilmente la propria fine oppure di cominciare a vivere. Saltuariamente Fabio Moncini ha
dei pensieri, che si possono classificare in questo modo, essendo essenzialmente,
pensieri di tre tipi, accomunati dal grigio: Fabio Moncini non ha però
né la vitalità del terrorista, né quella dell’assassino,
né il coraggio del suicida, altrimenti sarebbe tutte e tre le cose. Fabio Moncini ha la capacità
di rendere triste una serata allegra, di parlare male di qualsiasi cosa,
di criticare e fare sarcasmo (triste anch’esso) su qualsiasi argomento. Fabio Moncini è divenuto
alessitimico per difesa, mai avuta una donna, mai una storia, nemmeno corsiva. Fabio Moncini, nonostante tutto
questo, è così insopportabilmente presuntuoso che ti viene
da augurargli la vita che ha già. Fabio Moncini, semplicemente, ha
rubato l’esistenza ad un bambino mai nato. Il mondo non si è probabilmente
mai accorto che Fabio Moncini esiste, qualora morisse avrebbe un funerale
con venti persone, parenti compresi, queste righe sono l’unica (insufficiente)
cosa che possa in qualche modo giustificarne l’esistenza.
Federico
Batini (Arezzo, 1971) laureato in Lettere (Firenze e Losanna) ed in Scienze dell’Educazione
(Siena), Master in Gestione dei Processi Formativi, diplomato in Scienze
Religiose, specializzato in Progettazione Formativa ed in Didattica Interculturale
è dottorando di ricerca in Scienze dell’Educazione presso l’Università
di Padova. Ha svolto attività di ricerca sui processi formativi,
come borsista, presso l’Università di Siena e collabora al Dipartimento
di Scienze dell’Educazione della stessa Università. Responsabile
Formazione Ucodep-Movimondo Toscana. Svolge attività di counselor,
formatore, orientatore, progettista, consulente per Scuole, Enti, Università,
aziende ed agenzie su tutto il territorio nazionale. Ha fondato e dirige
PratiKa, società di formazione, orientamento, counseling e consulenza.
Collabora a numerose riviste, nazionali ed internazionali, in particolare
sui temi della formazione e dell’orientamento. Tra le ultime pubblicazioni:
F. Batini, Guida alla Formazione ed all’orientamento, Divisione
Generale V, Comunità Europea, Amministrazione Provinciale di Arezzo
(1999); “Formare al potere, formare il potere, eliminare il potere”
in: “Potere e soggetto nella società contemporanea” a cura
di S. Berni ed A. Spini, Angeli, (2000); F. Batini, R. Zaccaria, a cura
di, Per un orientamento narrativo, Angeli (2000); F. Batini (a cura
di), Tra utopia e realtà: per un’educazione alla pace, Angeli
(2001); F. Batini, Lo sguardo che carezza da lontano. Per una formazione
alla relazione di aiuto, Angeli (2001); F. Batini, A, Falsini, Verso
l’isola dell’impiego, Angeli (2001); F. Batini, A. Fontana, Comunità
di apprendimento, Milano, (2001). Ha
vinto numerosi premi di saggistica letteraria (Premio Nazionale Casentino,
Premio Città di Caserta, Premio città di Lanciano). Sta preparando
due volumi di saggistica letteraria (due monografie una in stampa ed una
in preparazione); un volume di poesie, uno di racconti e due volumi per
bambini illustrati da Luca Ralli. Per il musicista Federico Terenzoni ha
scritto i testi del disco “Cantami i tuoi sogni”, attualmente in fase di
registrazione. E’
la Guida del Portale Supereva per “Letteratura e poesia contemporanea”: |