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Vico
Acitillo 124
Poetry Wave Almanacco della poesia: I testi Jacopo Andreini
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1.
LA NUIT EST AU COURANT(Jac Berrocal)
nel
brusio della gente che parla
un urlo secco mal soffocato
una schiena che si piega
cede a
se stessa
e un assalto
inspiegabile
ritorna
di notte
e tutti corrono in due direzioni opposte
lo lasciano
solo e poi
il ritorno
ancora
a correre
le strade
si schiariscono
sotto i muscoli
dietro
al sudore
e sbuffi
tre dietro l’altro non un respiro
far silenzio ma correre e saltare quei gradini
e ancora
due direzioni diverse
e il cuore che batte
la schiena
piegata
il colpo
l’assalto
improvviso
e la corsa
anche se
la velocità non può aumentare
anche se
il sudore scorre via
una voce
nell’orecchio mi grida qualcosa
qualcosa
non va
io correvo
zoppico
il piede si stacca cado per terra e
ci resto
sento l’eco
del sangue che scorre
mi lascia
solo
e pulsano
le tempie
mi gira
la testa ed ho la bocca
invischiata
ubriaca
e stanca
non c’è
più il cuore
i pensieri
raddoppiano
e tossisco
via
le ultime
cose
e si sente
si sente la differenza
ma qui
di certo non mi trovano
il bar
swinging bar
odori di
sigarette e nemmeno un profumo
tutte schiene ai tavoli
niente
facce niente occhi
c’è
lo specchio buio che riflette
sensazioni di spostamenti
e il juke
box marcia da solo
rotola
morbido come se fosse
stato gettato
sott’acqua
attutito
come nel
pane fresco
ancora sono
indeciso e mi sposto dal bancone
al tavolo
più vicino
l’acquario dei pesci
il gabinetto
e piccole lanterne alle pareti
e comunque
nessuno mi guarda
e svengo
a terra
il risveglio
è di un soffio di treno
che passa
davanti alla pensilina
io steso
male
cerco di
recuperare gli arti
il riconoscimento
mentale il pensiero che
mi striscia
dentro
e mi guarda bene
la testa
che gira ancora e i piedi quasi per terra
stordito
ma cammino e dimentico il piede
ancora,
di nuovo,
again insomma
esco dalla scena rumori fuori campo
e il cuore che si rimette in moto
con qualche
sincope
ed accelerazione
prendo queste strade piene di cartelloni
colori
e di nuovo vedo cappelli senza faccia sotto
meglio
il cappotto
sta chiuso
non ho assolutamente freddo
sento stridere
le anche
ma sarà
qualcos’altro
non ne
ho voglia
i pensieri
svicolano
e resto
di nuovo solo a girottolare
canticchiando
nei vicoli con l’eco
per sentire
altri suoni che vengano dietro a me
e ricordo
anche i doveri
i perché
i semmai
i vorrei
e rientro
a camminare nei miei piedi
che uno
dopo l’altro mi riportano nella grande piazza assolata
è
giorno ma volge alla sera
il tramonto
dipinge gli occhi
d’oro
abbacinato
non vedo nulla
e di nuovo
mi gira la testa
arrivo prima
io a una parete
che lo
svenire a me
e vinco
mi guardo
intorno e la cerco
seducente
un’ombra
di diavolo
negli occhi
e raggi
di sole
tutto intorno
chiazze rosse sulle mani
tranquillità
“deve andare
così”
miro con
gli occhi tra le scapole della gente scollacciata
mi placo di ricordi spessi come fagioli
e lancinano mi battono due volte le tempie
mi distraggo
di nuovo
e la situazione mi si fa irreale
idea fissa
– ricordi – fitte – mal di testa
e via di
nuovo basta,
riparto
cammino
la devo
cercare dappertutto non lì
neanche neppure
cammino
cammino
tra idee
– ricordi – pensieri
e continuo
ad osservare tra le scapole
la gente
poi piano
piano mi si fa chiaro tutto
e
comincio
ad incastrare le cose
ordine
con ordine
e tutto
sembra tornare
capisco
mi torna
ecco
adesso lei dà senso a tutto il mio squilibrio
mi dà equilibrio
orarii
sonno regolare
la cerco
per questo
gli occhi
si fermano in una vetrina
e mi vedo
di nuovo solo
a piagnucolare
dentro
ma aspetto
i miei tempi
mi lascio
fare che esca
prima o
poi finirà
ed infatti
rientra tutto dentro
mi sposto
e cammino
di nuovo
la gente
comincia a disfarsi
tra un
po’ una panchina
ma intanto
mi sento
la barba sul viso
e il segno
del tempo che passa
tra le
natiche
ecco la
panchina scomoda
di pietra)
ma la uso
e gli occhi
di nuovo a scrutare
come un
aspirapolvere acceso
che lei
ascolti il mio richiamo
il mio
canto tra tutti gli altri
e si venga
a sedere qui
ed ecco
arriva una a corsa
una corsa a perdifiato
disperatamente
lasciata andare
i miei
occhi la agganciano
e mi segue
ci intrecciamo
io parto
sul suo slancio
e l’eco
stavolta ha senso
stanchi
perdiamo passi
poco male
ecco un
posto
ritorna
il bar
pieno di elefanti che
barriscono
sirene
di terra
le seguiamo
e ci fidiamo
io di lei
e lei di me
ad un tavolino
parliamo
come filosofi
mentecatti
come attori
consumati
sigarette
spente
ovunque
le lancette
trottano
e ormai
la notte
è al corrente
di tutto quanto
2.
infrantumi
ho partorito mia figlia mentre ero ubriaca.
mi sono sempre sentita invischiata con le mani o con i piedi in qualcosa
di più grande di me, che non potevo controllare o fuggire - mi sono
imbarcata in un viaggio all'estero come sedermi al bar a bere.
ho sentito vibrare tutto dentro di me - pulsazioni del cazzo ossessive
e tonde - porticine che si chiudono
respiri
senza allontanarmi mai ho respirato l'aria di quello che poteva che poteva essere altrove - di martedì - strappato alla valigia trafitta da quella picca medievale scovata nella cantina piena di ragni e pidocchi in cui nella seconda guerra mondiale ci rifugiavamo dalla luce del giorno troppo spessa
sacrificata continuamente e premuta da schiaffi sul viso e colpi di tosse lontani - sentivo ronzare le orecchie spesso e niente di così insulso come quella carne sopra a strusciare e slabbrare come brace sudicia
costruivo le giornate a sentimenti sovraesposti magra e bianca e nuda contratta secchiata d'acqua a nessuna temperatura sulla mia pelle morfinica che parrebbe tagliente le ossa del bacino ne stirano la superficie e mi piaccio
mi scordo le cose si riavvolgono i ricordi sbagliati di quel che non è successo quei treni persi per un piede pesante di chilometri assonnati le canzoncine che mi ricordo di non so chi la faccia improvvisa dietro una porta di un angolo tra i miei passi lenti frammentati incerti pestati incespicosi falsi in queste strade bianche di gesso impauriti sfasciati in salita dei muscoli traditi felici
sto in piedi pensierosa cerco di schianto un'idea apposta dietro la prossima onda che sbatte indistinta sfrigolando la polvere con le dita sopra i piatti dipinti d'argento che si sbreccano tra le onde corte di una radio lasciata a macerare sul fondo e l'omino dentro la mia testa sente un suono dietro la schiena e sente di svenire con gli occhi che stirano nervi per il contrario mi arriccio le maniche e vibro tutta a squarciagola mentre sono pezzi della mia pelle che volano intorno a quel tuo sussultare di formica stupida persa nei fili di una radiolina cruda messa sul cranio che stronca primitivi battere ineguali e strafelice mi sbatto per terra fruttuosa e desta nel guazzabuglio introverso che resta a girare sempre qui sempre qui come melodia spersa
ho l'impulso qualunque di pietrarmi in cucina a far da mangiare sorridendo a uno zero che mi paga l'affitto e io mi tocco i capelli pieni di bestie di cemento e fragole ma mi accingo a tornare a casa a toccarmi di nuovo piena di farisei tra ascella e maglietta
(dimmi) l'orecchio sinistro spostato gelato che inizia nell'acqua cucita negli occhi aperti sempre dicevi che sono storta e cruda giù per strada lecco le vetrate su cui poggi il riflesso e canto spenta friabili insistenti tranci di note
bambini studiati a ripetizione si incagliano sotto le unghie dell'organista lesbica che mi trapana la giugulare con la lingua mentre cerca di toccarmi l'anima che non le darò mai che non troverà passandomi attraverso che incaglierò sul fondo fino a che non mi strappo il collo all'indietro e mi batti sul petto e la schiena per farmi respirare aria asmatica febbricitante sento che si spegne che se ne va sotto la camicia a quadretti celeste stirata male vedo i resti del pranzo di ieri avvinghiati dentro un castello infeltrito di buio stratosferico una guardiola silenziosa di notte non mi fa sentire al sicuro quando mi tocchi senza cercarmi
schiaffi su tutto il corpo mentre rido e dita negli occhi per andare altrove stretta intorno a un angolo che mi imprigiona nella stessa città magnetica stupida che mi schiaccia tra due fette di ferro a panino frullato in due secondi fuori da questa finestra schiusa alla calura indistruttibile del sole dimenticato acceso troppo a lungo un teatro vuoto e una luce per terra mi fan sentire di tavola di legno cocciuta sparisco nella piega
in un rituale stridente ti lego a un palo e io pure con i vestiti e le forbici impazzite che spargono brandelli ovunque soffocati cianotici qui senza parole adesso vibro ancora e ancora di un blu elettrico secco e mattutino alzo il volume e crepo la bocca piena di ancora rosso e friàto di grandi calamari stronzi pigiati fra pareti di caucciù cantano roba dei paesi loro senza capirci un cazzo
riempio
i flutti di sputi mentre si sbriciolano le lacrime io monto
un urlo e lo distruggo a morsi respirando a strappi senza ascoltare
lo strusciare indisponente gracchia a 28 giri e non c'è più
la puntina seppellita nell'eco di questa buca scavata dal mio respiro a
fatica stendo il ronzìo trasportato inscatolato
e svanisco
(Starfuckers, Infrantumi, 44:02)
3.
squarcicatrici
guardami
mi fa guardami - che cazzo non ti piacciono le mie cosce? non più?
Guarda mi sparo guardami le cosce mi fa non ti piaccio più? mi sparo
all'inguine - mi sparo alla testa guardami mi fa e io gli occhi spappolati
mi sparo dentro mi fa guardaaaaami! Non più? perché non mi
dai un bacio qui sulla tempia? ci sparo sopra - stronza guardami qui -
mi ci sparo tutti i giorni dammi un bacio sulla canna della pistola e io
no che fai t'ho detto baciami qui tra le dita e il grilletto piango - anch'io
piango vieni qui leccami il grilletto e poi BAM!
4.
tarkovskij
rincalcagnato
dentro un vagone male illuminato vedo scorrere l'altro treno che parte
spento & vuoto e penso al freddo dei viaggi d'inverno a una stanza
di un film di tarkovskij a una russa amata di pelle diafana e grande che
si alza dal letto e sgambetta sulle punte dei piedi ghiacci sul pavimento
di mattoni scuri di notte nuda verso al finestra brinata e vedo il calore
che esce a onde dal corpo mentre resta immobile con i capelli sulle spalle
lisci di fronte a un albero sbiancato dalla luna mentre tutto il silenzio
è azzurro chiaro e lei all'improvviso si stringe tra le braccia
e vibra dal collo alla schiena e si risveglia dal sonno inconscio e corre
di nuovo la pelle fino al letto disfatto fredda come la morte e bianca
brivida gli occhi al soffitto chiusi poi si volta al mio viso e li apre
chiarissimi e mi racconta tutto da iride a iride con le labbra serrate
in complicità sorridente fino a che gli ultimi silenzi mangiano
i passerotti e la stanza smette il grigiore notturno e si richiude sotto
le coltri mi sfiora la mano socchiude le labbra vive sul cuscino rosse
e io chiudo e respiro i capelli esplosi nel letto il freddo pungente sulla
punta del naso mi giro con calma e ne ritrovo la spalla cadiamo nella musica
a memoria fluida & calda intorpiditi beviamo l'ultima mezz'ora prima
che il mondo ci desideri in pasto prima che la luce reclami la nostra attenzione
siamo nostri
5.
violenza albanese
se una
mattina d'improvviso mi perdessi - calamitato alla rovescia - fuggendo
queste ragazze dalle gambe sveglie prima dell'alba che si addormentano
sui primi treni in partenza - tra i viali scuri della luce bagnata per
terra - tra gli autobus azzurri di spettri - e gli occhi si sfasassero
secondo imprecise funzioni matematiche - e tu mi apparissi davanti indecisa
come le luci di natale con le pile scariche - e mi incastrassi inebetito
tra portoni socchiusi in cui luci reali si accendono come fari di prigione
- con una possibilità rotonda di chiamarti tra le dita - persa al
tuo affiorare - nuotando a piene braccia verso un'isola nel brodo inguadabile
- cammino senza metafore per scrollarmi il puzzo di dosso - per scappare
alle notti che mi vorrebbero steso al fianco di sconosciute invitanti e
comunque in letti non miei - perché se una di quelle gambe all'alba
parlasse di qualcosa - avesse un rigurgito inaspettato, un motivo di fascinazione
totale - come le tracce strette e massicce - come i nasi d'accetta - come
gli occhi tagliati -
mi sento come una tromba in un viale appena svuotato - un fischio tra le
labbra dentro scarpe rincollate - sfregamenti di gambe e passi di danza
- un'orchestrina raccattata bene che suona quel che le va quando non c'è
più nessuno - menando colpi nervosi, assalendo il primo che passa,
e poi anche il secondo - senza un briciolo di calma, mentre esce di tutto
dalla tasche - persino amore - violentato da una albanese - con la faccia
di pietra contro la mia impietrita - sapendo cosa fare l'uno dell'altra
- mentre rotolavamo contro l'erba fradicia del nubifragio notturno - uscita
in cerca di cibo - cantando con le labbra serrate
contro
le mie improvvisazioni di un altro posto - con colpi d'anca ben assestati,
e un machete impugnato sul serio finché non prendo il ritmo - poi
è un coinvolgimento di convulsioni come i sassofoni che piacciono
a me, pieni di direzioni impreviste - ricordandomi del dopo, sapendo già
tutto come in un tema già scritto, ancorché contorto - i
corpi fuggono nel ritmo in crescendo, e non c'è che da esplodere
ma rimane ancora tutto striato negli occhi neri e pieni di buio - i motorini
sorpassano gli autobus - poi ci calmiamo senza annaspare troppo - sento
come un disco finito negli orecchi, che gratta con uno strascichìo
tutto suo - mentre tutto si riavvolge fino alla sensazione iniziale - quando
lei si alza e mi guarda riabbottonandosi - poi mi allunga una mano a rialzarmi
- mi abbraccia con un accordo che si fonde pieno - e stentiamo a scioglierci
- un pezzo alla volta - tra i clacson e i freni stridenti - tra i frettolosi
e le gambe di prima via da fidanzati verso treni e negozietti - con avanzi
di voci sudicie - mentre la vedo sparire tra la folla del mercato all'alba
- tra le urla dei mercanti e le parole aggiunte - e lei che canta il mio
nome gridando il ricordo del disprezzo e l'incancrenirsi di quello che
non è un romanzo