VICO ACITILLO 124 - POETRY WAVE
Electronic Center of Arts

Direttore: Emilio Piccolo


Sans passion il n'y a pas d'art


Calamus
Almanacco di poesia


Paolo Fichera

   
Perché a parlare
Del resto
Encore un livre
Nel ritornare alla terra
Sciogli nei tuoi capelli
L’ultimo lampo ha un scarto pallido
Ingoio il mio sperma
Calpesto i miei sensi
Invoca la carne
Semplicemente poggiarmi a una verità chiara
Esserti nipote nella foce
In punta di malinconia



Perché a parlare

“Perché a parlare
è solo la voce che si nasconde
nella vergogna del silenzio”
Nell’essere colpa e capriccio
di una vergogna senza padre,
senza pelle sotto ogni luce
ho voluto di un altro animale
la pelle e con l’abito della festa
ho ferito le ombre di una realtà
contorta su se stessa
lì dove la parola si spezza,
nostra acerba salvezza e pena che non muore.

Del resto

Del resto
è questo il gioco,
la fodera che scolora l’immagine
scattata da chi ama,
da chi sta accanto a te,
dietro il tuo corpo.

Due fiumi
un respiro che accoglie in un unico ponte
due fiumi,
lì dove la schiena si piega
e gli occhi chiedono il segno del padre.

Nel luogo più insignificante, ma più vasto
scavano la propria fossa i vivi
come rostri, come pane rotto
in una allegra allegra litania

Encore un livre

Encore un livre;
fare di me ancora un libro
nel mio andarmene civile,
da buona persona, da serpente
che si muta il veleno…

non ho calli sulle mani,
la terra era stata dissodata…
l’indifferenza scomposta delle cose
cede alle ombre il mio vento
per quel noi che altro non è
se non un io frantumato e scritto

Nel ritornare alla terra

Nel ritornare alla terra
saranno più cupi i lamenti
e più docili gli uomini.
Lo stendardo della realtà issato,
in alto, sopra le teste, sarà
il monito per farsi ancora più attori, 
per non cedere alle braccia il vuoto,
il rumore di un legno nel suolo,
conficcato, per farsi radice e morire.
Un odore di castagne, di nebbia
inviterà al fuoco i ragazzi quieti
un passaggio di consegne, un alibi 
nel freddo sarà il fasullo ristoro 
di un altro fuoco, lo sfregarsi delle mani 
e farti fumo sarà solo un gesto non tuo, 
un credere ad altri e saprai, lo so, 
che anche quando la fiamma si affievolisce
e langue, tu puoi solo bruciare.

Sciogli nei tuoi capelli

Sciogli nei tuoi capelli
la mia voce,
lo scatto che si infossa, che
cede al primo rumore acido
del cielo.
Un’altra Nostra Signora,
un’altra mancanza, l’ultima
zuppa che mangiamo, davanti
al computer che termina
l’opera, un oppio di schiuse
che fanno diga,
tra nani da giardino, lì fuori,
che come amuleti rinominano
i fiori, i cosi,
per il lascito – generalizzato –
di chi non torna.

L’ultimo lampo ha un scarto pallido

L’ultimo lampo ha un scarto pallido
una mitezza, una terra che hai scovato
in un avvento di fiati,
nella cerimonia, in un’avvenire
che non ha necessità, né atto.
Mi tramando, se vorrò,
nello scontro, in un’abitudine
da salotto borghese, in un
giro-girotondo ordinato,
in un battesimo in una fede 
in cui non credo.

Mi invito in qualcosa, nel suono 
di Hendrix “tears burning me in my soul”.
Pago la mia veglia, una dedica
senza invito

Ingoio il mio sperma

Ingoio il mio sperma, e
disciplino lo sguardo – 
fino alla quiete…in una tazza
marrone da caffè.
Feto in uno stesso feto
mentre fuori un’arma spara
riascolto il battito e rivendica
lo strazio di un’utopia,
mi spara    il rumore amaro
che mi vuole presente.

Lì m’ingrembo
e genero un’affermazione.

Calpesto i miei sensi

Calpesto i miei sensi,
mangio pane nero
di puro sfogo.
(lo credevo morto il teatro
 di figura, l’arte delle marionette,
 l’invocare la distanza)

Se guardo in uno specchio
non vedo che me stesso,
un cadavere indisciplinato
(…un disegno di Giacometti alle pareti…
 e…donne che parlano di Michelangelo…)

Invoca la carne

Invoca la carne
chi non ne conosce il martirio
e la fame.
La fame di ciò che non ci è mai
appartenuto; né il drappo di una
riscossa, né la fuga…
“L’assoluto non si può scongiurare…”
dici attraversando i cancelli
di un amore anoressico che squama
la tua pelle…le sue ossa
e abbracci i grammi, il brumoso
odore di Milano, unico dono
nel nostro dono.

Semplicemente poggiarmi a una verità chiara
Semplicemente poggiarmi a una verità chiara, 

che resti cioè a un solo taglio.
(A. Artaud)

L’armonica verticalità, la sembianza
come stille d’uno scisma
è un’armonia non ancora data
                                     -a noi-
nel cavo di un’altra sembianza.
La poesia non basta ai cuori sazi,
all’oggetto che non si dà schermo, scherno
di altri passi. E noi si va, si va, ma non basta…
…affossare i propri pensieri negli uomini,
nel gracchiarsi di un corpo, ricucio
le ossa, le stasi, il greto incastro
di un vigore sfatto, non muto, che manca e vuole.

Esserti nipote nella foce

Esserti nipote nella foce che
                        non si spiega,
contratta fonte non data, origine
bagnata che arranca nelle mie mani,
nel mio naso, in un ventre di altri argini,
in cui sei senza essere…le mie labbra,
la luce di una terra in te crepata.

In punta di malinconia

In punta di malinconia
sbercio il liquore dei trent’anni
e ancora trenta, senza dialetto
né appartenenza.
L’anatomia della malinconia,
incunabolo indaco, le tue valli,
un tu che sia io per darmi una veste,
le armi illese di uno spaventapasseri.

Da null’altro che da un altro nulla,
la disillusione sta in ciò che la metafora
cela, nel tempo dei cani neri, dei martiri
                            esuli, dell’offesa. 


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